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La vita sta cambiando pelle

FAMIGLIA

Via Repubblica, una serata fresca invernale. Incontro bici, sciarpe, occhiali. Non riesco a vedere la gente. Passa mia figlia, la saluto. Non mi vede, strano, sono invisibile. Vorrei esserlo. Cammino appoggio i tacchi, cammino veloce, il bavero del cappotto mi protegge dall'aria bagnata. I colori e le luci dicono che è Natale.

Ho visto mio cugino. Vorrei aiutarlo perché è buono. E' finito nella merda, lui dice; io lo vedo adesso vivere. Forse inizia adesso a vivere. Lo stato di crisi: uno vorrebbe non vivere; l'altro vorrebbe ammazzarsi; un altro vorrebbe sparire. Non c'è occasione più bella dell'imparare a vivere. La crisi uno stato necessario per crescere; uno stimolo di vita; la ricerca della crisi, una ritrovata identità. Quando la crisi non diviene angoscia di vivere...e allora hai solo un muro di fronte...perdi la visione e poi perdi la vita.

Ricordo, di alcune sere fa, le sfilate...di che cosa? Di moda. Una autocelebrazione, una inutilità, un superfluo vano; una goduta inorgasmica; mezz'ora di niente. Davanti alla stazione invece una sfilata di barboni. L'immaginario prima che diviene realtà. Un io che si esprime nella consapevolezza del niente. La parola ha perso di valore; il gesto è fiction; l'azione non emerge, è soffocata. Lo stile del silenzio è il riconoscimento della nullità dell'io. Un io pronto a rinvigorirsi ogniqualvolta riappare un fantasma. La ricerca dell'io solo, perso tra la gente, nel popolo dei media mediati. Un falso globale che diviene realtà.

Viaggiavo sull'autobus: sale una donna con una bimba. Sembrava mia figlia quando era piccola. La guardavo, le sorridevo. I bimbi perdono i grandi; i grandi vorrebbero i bimbi; gli adulti si ignorano. Adulti è lo stare nella mediocrità, nel mezzo di una crescita: l'essere adulto è l'essere mediocre. Così è stata ridotta la persona.

Il valore della terra, un bene naturale che sostiene e sopporta l'uomo. Ha più vita la terra o l'uomo? La terra l'essere primo degli esseri non spirituali; l'essere originario nell'universo gravido di vita. L'uomo, insieme e sintesi della materializzazione della vita immateriale e spirituale.

Quando avevo i miei genitori riuscivo a pensare con gioia al futuro; oggi ti impediscono di vivere con gioia il presente. Odio le brutture di cui è capace l’uomo che quotidianamente produce, solo per un interesse personale. E si impegnano tutti per rendere la gioia di Gaia, la terra, una prigione, fino a desiderare la liberazione dal tormento terreno o ritornare il nulla.

Scrivere ciò che pensi, dare parole alle idee. Scoprire che non sai scrivere e che l'idea, l'essenza dell'io non si descrive, non si racconta ma la si vive dentro. E' il vero tesoro di ogni persona l'io inconsapevole che vive in noi e che non si manifesta. Viviamo di comunicazioni, sentiamo un io, ne trasmettiamo inconsapevolmente solo uno falso.

Sono a casa, sto guardando le foto della mia famiglia: ne scopro i movimenti, l'anima delle persone. Telefono a una mia amica, la vorrei lì con me, baciarla, abbracciarla, far l’amore. E’ via, in Spagna. Arrivo domani, mi dice, sarò da te presto. Quella casa quasi un presentimento che l’avrei lasciata. Le foto; mio padre e mia madre sulla spiaggia: uno sguardo, un atteggiamento sensuale che non conoscevo di mia madre. Mio padre ha in questa foto uno sguardo di gioia, di luce. Sono belli non sono in posa. La sensualità di mia madre è gioia piena. Paragono quella foto con altre di età più avanzata. Una donna distrutta, segnata. Ha sempre però lo sguardo innocente del piacere di vita. Ho voglia di fuggire, voglio mettere tutto in container e poi vedremo. Sfoglio album, pesco foto dal loro caos. Vedi e senti, corri indietro con la mente, non puoi correre in avanti. Solo passato. La passata di pomodoro, un sapere di cucina portato dalla famiglia nell'industria insieme ai salumi e ai formaggi.

Deve essere stata una domenica agitata, nervosa il giorno in cui sono nato. Per quanto mi dicono i miei genitori era un giorno di festa forse più per mio padre che per mia madre; ventiquattro ore di doglie a casa in campagna, una flebite al limite della sopportabilità e comunque con conseguenze irreparabili. Ma che cosa doveva nascere un figlio, un mostro, un sacrificio, un voto, non lo so; comunque qualcosa di tribolato forse un segno di vita.

Quante cose ci capitano con segni di potenzialità, quanti pochi sappiamo coglierne. Sono seduto sul mio tavolo che mai avrei pensato fosse quello di riflessione dove avrei scritto, dove riesco a scrivere. Foto e album sparsi per terra, insieme a carte e libri, giornali. Perché poi scrivo? Quale vita possiede questo tavolo, questa sedia da barbiere che marca l'aria col suo rumore quando appena ti muovi? Quali misteri li avvolge? Eppure è così qui mi siedo e solo qui riesco a riflettere a sognare a svuotare la mia mente. A far sì che i pensieri si formino, le parole si esprimano in un linguaggio. Quanti segni. Quanta potenza inespressa ha l'uomo, le cose; chi riuscirà mai a coglierla a capirne la fonte, la provenienza. La sedia sulla quale sto seduto mi è simpatica, so che mi capisce, mi accoglie. Ma perché scrivo non lo so è una perdita di tempo o voglia di capirmi meglio. Quanto è il desiderio di amare. Quanto difficile mi riesce. Ascolto musiche che avevo preparato per un corso. Mi fanno compagnia. Le ascolto volentieri: mi aiutano a credere, a ricordare, a smuovere pensieri incrostati, fermi senza luce; la musica, le immagini trasmettono loro energia, luce. E rieccoli nella loro pulsazione interna, rinvengono come da morti; è come una risurrezione dell'io morto. Si forma un ritmo, un clima, un insieme indistinto di mobili, foto, computer, musica, parole, pensieri. Un astratto che diviene pensiero instabile, comunque informe, ma che ami e in cui desideri rimanere.

Ma ritorniamo alla storia. Quando alla fine questo bimbo nacque mio padre sembrò impazzire. Pieno di gioia, mi dicono, se ne andò in giro per le case del paese. Mi amava già. Una cosa che ancora non sapeva che cosa. Mio padre era un tratto d'uomo con occhi grigio azzurri, i capelli castano chiari, lineamenti duri ma dolci, mani sensibili che trasmettevano i sentimenti. Capace e tenace. Tanta voglia di lavoro, di inventare, di essere, di creare. A distanza di anni gli amici lo ricordano con amore, con orgoglio di averlo conosciuto. Sapeva dare, sapeva credere, voleva credere. Quanta potenza aveva, e come riusciva a trasmetterla. Inventava macchine di lavorazione, prodotti, sistemi di produzione come se fossero cose naturali, come se li avesse sempre fatti. Era sicuro di sé nella consapevolezza che poteva sempre sbagliare. Sapeva però distruggere e una volta lo fece. La morte ne fu solo l'ultimo atto.

Il tempo non importa. Più passa e più mi manchi. La tua figura la vedo aggirarsi impalpabile nelle mie giornate. Sì, la tua figura soprattutto non solo le tue parole. E' la tua immagine che è rimasta e che ogni anno si fa sempre più presente, e questa presenza mi fa sentire la mancanza di te, del tuo essere uomo, dei tuoi modi, delle tue espressioni, della tua parola. Ricordo le ultime ore trascorse con te. Di lì a poco non ci saremmo più visti.

Pensando che la morte quella sera ti era dietro, si aggirava alle tue spalle e nulla si poté contro di essa mi fa sentire incapace e misero. Si perché nell'aria c'era qualcosa di strano: di gioia in te e di tristezza in me.

Ho sentito e respirato per tutto il giorno quell'aria strana intorno a Te e non avrei mai immaginato che saresti morto in poco meno di qualche ora e non ti avrei più potuto rivedere, toccare, sentire. Ci hai lasciato con un bacio "fetale" e come il vento ti sei allontanato...per sempre. Un saluto che era un inconsapevole addio

E pensare che più di una volta avevo sognato la tua morte.
E piangevo e parlavo di Te in una cucina bianca che non sapevo individuare allora. Solo dopo infatti, quando cambiammo casa, seppi che quella era la cucina bianca della morte, ma non ci volevo credere. Ricordo il tuo amore.

Ti sei voluto allontanare precocemente da me, ma la tua immagine è al mio fianco ombra dei miei pensieri: la centralità dell'azione dell'uomo è spiritualità che nel momento di separazione dalla materialità diviene libertà vivente. Ma spesso ti perdo e nel silenzio, da solo, ti ritrovo.

Mia madre amava profondamente mio padre, gli voleva bene...e lui lo sapeva. Si era rimessa al suo inquieto carattere...aveva di lui fiducia e stima incondizionata...sì non risparmiava il suo amore per la famiglia. Ma era difficile per lei esprimersi. Lo faceva con i gesti...nella sua quotidianità. Era una donna semplice e di fede, schietta; amava la cucina, sì, forse nella cucina riusciva ad esprimere i suoi sentimenti; ogni piatto era un dono e non si aspettava certo il controdono. Voleva essere amata, le riusciva difficile svelarlo, bisognava aver pazienza. Ed anche io troppo spesso non l’ho avuta. L'amore è lentezza.

Verso gli altri era così sensibile fino ad arrivare a nascondere la dura verità: se la teneva per se stessa. Non voleva discussioni ma cercava sorrisi, serenità. La vita non gliene ha concessi molto. Era bellissima da giovane ed aveva mani da pianista; ci teneva molto alle sue mani.

Amare significa non dimenticare: un amore che diviene il tuo io. Nella donna, nella madre di tutti noi nasce l'amore e si esprime nel concepimento.
L'amore materno non si scioglie. Il vero amore diviene anche nel ricordo. E' qualcosa che ti permane, si impossessa del tuo "sentire" e non ti molla. E' un amore che è nell'aria; dimentichi la figura, poi dimentichi gli ascolti e ti rimane l'amore che le persone ti lasciano...è questa l'eredità che ti può lasciare colui che ti ama: la sua essenza d'amore e quando vuole può esserti vicino.

Un ritratto che non ti lascia. Un viso che ricordi. Ti suggerisce: ti ascolta. Ti vorrebbe dire. Non dice e ti è vicino. Si rincorrono i ricordi. L'amore che c'era in quella persona, non lo ritroverai più...mai più! Non esiste più. Non puoi neppure pensare di riaverlo. Il suo cuore l' ha lasciato sulla terra, la sua anima è nell'eternità, consapevole di aver dato tutto quello che aveva senza tener nulla per sé; di non essere stata forse capita per quel che era. Noi oggi la possiamo solo rimpiangere con dolore per ciò che non le abbiamo dato. Una persona pura che amava con l'anima, che soffriva da sola e riusciva sempre a farti sorridere...anche le poche volte che era seria! Una persona così ricca non l' ho mai più conosciuta e non potrò più rivederla. E lei che ci teneva così a me! Si è così come si è, non è vero? Mi ricordo quando mi chiese:
-Che cosa è la droga?
Non seppi rispondere a quella innocenza di anziano.

Non a caso la tua festa era Pasqua, il tuo nome: il segno di vita dopo la morte terrena. Quanto mi ha amato mia madre e come mi desiderava. Mi ricordo quanto mi ha tenuto per mano. Nelle foto da piccolo ero sempre in spalla a lei. In bicicletta, quanti giri su quel piccolo seggiolino riposto sul manubrio. Mia madre sapeva amare i bambini. Quello che fece con le mie figlie... era divenuta ancora mamma. Si lei sapeva fare la madre: dare la vita, la propria esistenza per la vita del bambino. Amava dare se stessa per la vita del figlio. I miei amici di infanzia si ricordano ancora: arrivavano a casa mia e si trovavano imbottiti di panini e salame. Più grandi quando rincasavamo alle prime ore del mattino sentendoci arrivare e trafficare in cucina, lei si alzava ci preparava un risotto, a volte si sedeva con noi e fumando una sigaretta ci chiedeva notizie..e si meravigliava sempre! Oppure dopo una battuta di spirito se ne ritornava a dormire. Non è facile convivere senza più un amore simile. Oggi sai che quello era amore vero, generoso senza limiti, senza alcuna pretesa di contro dono se non la felicità dell'altro.

Abitavamo in una casa antica che sarebbe nel tempo stata sacrificata ed assorbita dalle logiche di impianti industriali. Era una bella casa. Piena di sapore, non a caso vi producevano salumi. Costruita su tre ampi corridoi aveva al primo piano la zona giorno, al secondo la zona notte, al terzo le soffitte dove vi era sempre un piacevole odore di bucato, qui in una stanza vi era stato ricavato un bagno in comune con tutta la famiglia. Insomma un buon allenamento, quattro rampe di scale ci separavano dai bisogni fisiologici. Non erano così frequentate comunque le scale, anche perché le camere erano tutte dotate di pitali, lavabi, brocche e catini. Grandi movimenti la mattina in famiglia. Si oltre a mio padre, mia madre ed una sorella c'era la famiglia del mio nonno paterno. Lui un uomo stupendo, capelli bianchi col fisico irrobustito. Aveva carisma era simpatico sapeva essere e mi amava tantissimo. Mi voleva con lui in ogni momento del giorno. Mi veniva a trovare chiedeva di me e io lo accompagnavo fiero del mio nonno di quello che sentivo aveva fatto e che ogni giorno sapeva fare con gli occhi nonostante non fosse presente con la sua forza fisica perché ormai ottantenne; la sua voce trasmetteva la sua umanità, la sua intelligenza; la sua era la figura di riferimento per tutti, riconosciuta e indiscussa nella famiglia e nell'industria che nasceva. Sapeva muovere l'aria, sapeva esserci: il sorriso pronto, la battuta sempre garbata, attenta, piacevole così come la parlata. Mi ricordo quando si festeggiava il suo compleanno. In stabilimento naturalmente, nella sala spedizioni. Sui tavoli dove si era smesso di fare il suo salame, le fette di torta calda che la nonna aveva preparato sostituivano i giovani e gli stagionati felino. Io ero piccolo e vedevo tutto dal basso all'alto, con la mia mano in quella grande, energica e morbida del mio nonno. Il brindisi era forte e quando si alzavano i bicchieri di tutti gli amici della fabbrica, mio padre mi prendeva in braccio e mi alzava insieme col suo bicchiere, posto nell’altra mano, da cui avrei sorseggiato un po’ di quel dolce moscato. Era il suo brindisi. Il Cavaliere mio nonno amava circondarsi di amici e ci era riuscito. Ed erano abbracci, pacche, risate di gusto. Con tutti c'era un rapporto personale. Oggi quando vado al cimitero per incontrare la mia famiglia, alcuni di quegli amici della fabbrica sono lì sepolti come ad aspettare che io vada anche da loro. Per ora ci salutiamo come se fosse allora. Non dimenticherò mai il loro affetto. E’ sì, finito di mangiare scendevo spesso tra gli operai, che si radunavano nel cortile o nei porticati prima di riprendere il lavoro pomeridiano. Mi facevano divertire, ma soprattutto mi piaceva ascoltare i loro discorsi da grandi, le loro battute, le loro storie. Mi sembrava di crescere più in fretta stando con loro.

Si vivevo in una bella famiglia patriarcale con la voglia di fare, di essere nel senso di voler dire o trasmettere la propria presenza, proporre il proprio modo di essere, produrre a loro modo valori. Loro credevano in quello che facevano. La finanza non dominava ancora il prodotto.

Crescere in quell’atmosfera fu per me una gioia. Quel clima mi viziò per la vita. Fuori difficilmente trovavo quello che c'era lì in famiglia, con gli operai, con le persone che andavano e venivano, senza dover uscire. Trovavo all'interno il mondo e non ero curioso di sapere cosa vi fosse fuori, perché ero così curioso di scoprire quell'ambiente, quel mondo così complesso, così grande, così piacevole da vivere, che fuori era sempre sottrarre qualcosa a ciò che avevo a portata di mano. E forse questo mi ha impigrito.

Mi ricordo, avevo forse tre anni, che una domenica tornando con mia madre dalla messa domenicale, non so come, ma mentre lei, sempre così orgogliosa di me e di avermi forse fatto nascere, stava parlando con una sua amica, io all'improvviso mi staccai dalla sua mano, presi un sasso dal fossatello ghiaiato che separava il marciapiede dall'asfalto e lo scagliai contro un'auto che sopraggiungeva. Non ricordo perché lo feci...una anticipata irritazione da inquinamento? Mia madre mi riprese subito per mano e cercava di sgridarmi senza esserne capace, tanto era l'amore che provava per me. Si vergognava lei per me, di ciò che avevo fatto, ma mi proteggeva dalla realtà. Nella strada di paese era improvvisamente un susseguirsi di voci per ciò che avevo fatto. Scese il signore proprietario dell'auto, si avvicinò a noi e si meravigliò con mia madre di come un bimbo così ben vestito, fosse capace di tali gesti. Mia madre si scusò e nella sua vergogna per il mio comportamento cercò però di minimizzare l'accaduto e come risultato ottenne la minaccia che sarebbe andato da mio padre. Certo la bravata della domenica mattina tornando benedetti da messa... ma non finiva lì. Ci andò davvero quello da mio padre. Fu una tempesta, quella domenica di alzate di voci, contro di me, ma soprattutto contro mia madre, colpevole di essersi distratta e di star troppo a parlare con le sue amiche di paese. Mio nonno intervenne e mi salvò dalla bufera prima, poi se la prese con mio padre addossandogli le colpe del mio comportamento. Mangiai con lui quella domenica. Poi al caffè arrivò mio padre e lo bevve col nonno. Io sulle ginocchia del patriarca mi sentivo tranquillo, nessuno avrebbe mai tentato un gesto di forza o rabbia nei miei confronti. Iniziarono a parlare di lavoro. Era finita la paura! Arrivò mia madre col suo fare ingenuo, sorridente, già aveva dimenticato la tempesta... Rivolgendosi a mio nonno:
-Cavaliere avevo preparato il dolce amore!
E si mise a tagliarlo il tavola, con gli sguardi che non riuscivano più ad essere seri.

Andai poi con mio nonno e mio padre per i saloni dove i salumi in silenzio quasi religioso, riposavano e stagionavano. Era un culto quello dei salumi a casa mia. Mi ricordo ancora i profumi diversi, i luoghi, i percorsi, le scale, gli arredi. In una cantina c’era una botte in legno con il marsala. Era un percorso che conoscevo bene. Mio padre infatti la sera quando sopraggiungeva il guardiano mi portava con sé mentre gli dava indicazioni sulle temperature o su ciò che avrebbe dovuto controllare. Arrivava verso le otto e trenta. Bussava al portone, mia madre andava ad aprire, entrava e si univa a noi nel tinello dove mio padre, mia madre, mia sorella ed io stavamo di solito mangiando a tavola.
-Pejo siediti -gli diceva mio padre- prendi qualcosa da bere? Vuoi un po' di salume? Senti questa coppa?
Mia madre gli serviva un bicchiere e gli accostava la bottiglia di vino, un lambrusco che a volte sorseggiavo anch'io. Pejo era l'uomo della notte. D'inverno arrivava col tabarro. Era un po' anziano, magro, alto. Iniziavano a parlarsi in gergo, si raccontavano un po' dei fatti del giorno di ciò che era avvenuto in paese ma soprattutto nella fabbrica, delle cose da fare durante la notte, le temperature della caldaia, delle celle, delle stanze dove i salumi erano in concia, in asciugatura, in stagionatura. Poi si allontanava e poco dopo mio padre lo raggiungeva. A volte andavo anch'io, in giro di notte per lo stabilimento. Sono sempre stato affascinato dalla quiete che regna negli ambienti di notte. Il silenzio rotto solo dal continuo, soffuso rumore vitale dei luoghi, dei muri, delle macchine; il respiro nella notte coi suoi profumi; sembra quasi che le cose riposino e rinvengano dal trambusto quotidiano.

Un giorno Pejo non venne più. Si era ammalato. Ci mancava, avevamo perso l'amico di notte. Era come un angelo notturno che governava la famiglia e proteggeva quello che avevano prodotto di giorno. Durante la sua assenza si avvicendarono un po' a turno gli altri operai, ma Pejo non sarebbe più tornato. Poi, dopo un po' di tempo, un giorno, si presentò un signore che veniva dalla vicina montagna di Calestano. Arrivò tirato a lucido, con brillantina nei capelli, come se dovesse andare ad una festa, un sorriso sincero e la battuta di spirito incalzante, mai volgare, un Carlo Dapporto. E così fu per diversi anni. Divenne il nostro nuovo angelo notturno. Aveva sempre una battuta, portava in casa allegria. Mia madre spesso smetteva di rigovernare, si fermava con noi a tavola, fumava una sigaretta e si divertiva ad ascoltare le battute di Ampollini, così si chiamava l'uomo nuovo della notte, con mio padre. Era una atmosfera di felicità soffusa, quasi si avesse paura a gridarla. La felicità, uno stato di grazia che non deve essere gridato, ma ascoltato dentro. Cosa diversa l'inquietudine che si udiva dappertutto quando c'era. Non si tratteneva. Un tentativo forse attraverso l'urlo di cacciarla lontano, di svuotarla per non averla dentro. Urla, porte che sbattevano, offese; di ogni, nessuno era risparmiato!

Avevo tanti cani con cui giocare, mi divertivo e loro mi volevano bene. Mi ricordo in particolare di uno: era un incrocio tra un cocker ed un setter rosso di pelo. Mi accompagnava tutti i giorni alla scuola di paese se ne ritornava poi da solo a casa. Ma alle 12,30 era immancabilmente a prendermi a metà strada. La coda mi indicava la sua gioia, col grigno rideva e mi chiamava. Era bello sapere che alla fine della mattinata c'era il mio cane che mi aspettava e che voleva giocare con me. Avremmo avuto tutto il pomeriggio per giocare insieme. Andavamo spesso per i boschi o nelle carraie. Lì ne tentavamo di tutte arrampicarci sugli alberi, correvamo, saltavamo. La campagna ce ne offriva di cose da fare: i campi, le giornate piene di sole, vento, acqua non faceva nulla. Tutto era uno stimolo per fare cose nuove per inventare le fantasie dei giochi, del divertimento, i sogni. Andavamo in giro per le carraie o per il parco che avevo di fronte a casa di proprietà dei conti Caumont Caimi.

A scuola avevo una maestra adorabile. Mi ha insegnato l'abc maiuscolo, mi ha trasmesso l'amore esterno. Esile, i capelli neri ricci, la pelle chiara, con la erre nella voce tendente di testa; portava in classe freschezza voglia di andare a scuola. Era molto amata.
La scuola era posta in mezzo ai campi, un po' isolata dal centro del paese. Spesso noi ragazzi andavamo sui prati a giocare ed i grembiuli di scuola erano più verdi che neri al ritorno. Una struttura antica, le classi erano formate con grandi volumi, una grande stufa in cotto riscaldava gli inverni; nei corridoi si poteva notare tutta la nostra creatività.

Nei miei giri del pomeriggio sempre con il mio cane finivo a trovare un mio amico che aveva la stalla. Il giro tra le vacche era d’obbligo. Una casa contadina splendida che oggi non c’è più. Al suo posto due condomini. Ogni tanto veniva con noi Arturo spesso negli anni delle elementari mio compagno di banco. Era furbo e capace di fare tutto; bravissimo a pallone. Non conosceva però i limiti. Mi ricordo ancora quando veniva a strappare i tulipani che crescevano nelle aiuole del giardino, curate dal mio nonno, dalla Menta e da me. La Menta, una signora magra piccola piena di vita e sorda come una campana. Come urlava il nonno per farsi capire. Che risate mi facevo quando non capivano perché mai non uscisse l'acqua dalla canna seppur con il rubinetto del pozzo aperto. In un qualche angolo nascosto io precedentemente avevo effettuato una strozzatura. Un bel rompicoglioni per il nonno che una volta accortosi non si arrabbiava con me ma con mio padre. Poi mi veniva a prendere e mi voleva ancora con lui mentre potava le rose. A mezzogiorno e la sera mi prendeva sulle sue ginocchia e si gustava il caffè lasciandomi il fondo della tazza con tutto lo zucchero. Poi si coricava sulla poltrona mi teneva ancora sulle ginocchia e mi raccontava la storia dei suoi anelli. Uno mi diceva che lo aveva dalla guerra:
-mi sono buttato per terra per uno scoppio e poi una volta terminato il fragore ho sentito sotto la mano qualcosa, era un anello d'oro forgiato artigianalmente presentava i piccoli fori forse della fusione.
Quell'anello ce l’ ho io ora mi accompagna spesso.

Recitavo a scuola e dicevano che ero bravo, mi ricordo ancora quando col mio amico Arturo recitammo nel teatro parrocchiale appena costruito una scena dove io ero il maestro e lui il bidello; che ridere! Fummo bravissimi ci applaudirono tantissimo. Io e Arturo, lui bravo in matematica io in italiano e storia. Lui Arturo abitava dietro lo stabilimento. Avevamo praticato un’alzata nella rete e attraverso il canale che collegava gli orti ci incontravamo e andavamo a giocare. Nel pomeriggio avevo spesso la compagnia di mia zia che mi seguiva negli studi. Non so se fu per colpa sua che mi portò a tale abitudine, ma negli anni a seguire fui costretto a studiare sempre con amici e con amiche, da solo mi riusciva difficile. Che noia le tabelline le detestavo forse perché non mi davano la possibilità di spaziare. Era già fin da allora una lotta contro l'ordine necessariamente costituito; l'ordine una situazione ideale dopo la tempesta; una situazione difficile da ottenere nella tempesta, una situazione ideale a posteriori non nell'azione in corso. La mente è capace di anticipare e intravedere il futuro ordine, ma cresce nella creatività del caos, nella proiezione futura non ancora ben definita ma solo sfumata e agisce creando cose nuove che poi andranno a collocarsi.

Fantasticavo spesso nel giardino, sognavo sulle panche a doghe di legno smaltate di verde poste vicino alle aiuole. Davanti alla casa c'erano dei bellissimi tigli che d'estate con le finestre aperte mi entravano in camera, mi erano vicini, mi portavano dentro il fuori. A volte mi chiudevo in camera e volevo stare da solo. La nostra casa era grande ma abitavamo lì in tanti, dovevamo dividerci luoghi in comune e per me era bello mi divertivo. Con la mia famiglia occupavamo due stanze.

Vorrei riaverle come erano. A piano terra il tinello col camino, il tavolo, una poltrona e un mobile credenza; due finestre con le inferriate lo illuminavano, la porta che dava sul corridoio in comune aveva il catenaccio. Una parete posticcia in legno divideva il tinello dalla cucina: un piccolo budello con un lavandino in pietra una cucina economica e i fornelli collegati alla bombola posti sopra un mobiletto in legno col piano di marmo bianco. La finestra sul lato corto della stanza permetteva a mia madre di comunicare spesso con mio padre che era nei pressi. Una credenza a muro, uno scolapiatti...

Il pavimento era in mattoni. Uscendo dal tinello mi trovavo sul corridoio che era arredato con alcune poltrone, ci si incrociava con i nonni e gli zii. In fondo al corridoio una scala a due rampe ci portava nelle camere da letto: io dormivo coi miei genitori, e spesso di notte mi infilavo nel loro letto, mia sorella invece in camera con mia zia. Vorrei...quella casa oggi così com'era. La c'era famiglia. A Natale ci si radunava tutti, fratelli, sorelle, zii, cognate, cognati, nipoti. Eppure la stanza dove ci radunavamo non era così grande, ma ci stavamo tutti, i più piccoli me compreso, il penultimo dei nipoti del nonno, in un tavolo a fianco. C'era un rispettoso vociare in lingua mista -italiano/parmigiano, un volgare interrogativo con toni di testa, così com'è la parlata locale -, un intendersi col movimento degli occhi con gesti delicati nell'equilibrio di una gerarchia del fare dell'altro e di un rispetto dell'anziano che era sacro. Il ricordo di quei Natali e di quella famiglia ce l’ho nel sangue. (Parma, 1987-2001)

Luigi Boschi

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