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La vita sta cambiando pelle

Archive - Feb 4, 2018

Anche le piante si addormentano

GIULIANO ALUFFI

ROMA - Anche le piante, nel loro piccolo, si addormentano» suggerisce Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale dell’Università di Firenze. «O per meglio dire anche le piante possono essere anestetizzate, proprio come uomini e animali.

Lo abbiamo scoperto con uno studio che getta una nuova luce non solo sulle analogie tra noi e le piante, ma anche su quale sia il meccanismo di azione dell’anestesia umana». Lo studio che Mancuso e colleghi hanno pubblicato su Annals of Botany, celebrato anche dal New York Times, mostra come l’esposizione per un’ora ad anestetici come l’etere dietilico, la lidocaina e il gas xenon possa rendere “incoscienti” a lungo piante note per la loro rapidità di movimento, per esempio le micidiali carnivore Dionaea muscipula, o Venere acchiappamosche, e Drosera capensis, dalle foglie avvolgenti come tentacoli, e la più timida, ma altrettanto svelta, Mimosa pudica, che si ritrae quando sfiorata.

Perché l’anestetico ha effetto sulle piante?
«In piante fulminee come la Dionaea, nel momento in cui un insetto si posa nella “trappola” si formano degli impulsi, detti “potenziali d’azione” e del tutto analoghi ai nostri impulsi nervosi, che portano allo scatto delle fauci. Abbiamo visto che l’anestetico disattiva tutti questi segnali, e ostacola il traffico di molecole tra le cellule, compreso l’analogo vegetale dei nostri neurotrasmettitori. Così le piante non percepiscono più l’ambiente esterno, proprio come un uomo sotto anestesia».

L’innovazione passa dalla portualità italiana

Enrico Veronese

Venezia - L’intervento di Pino Musolino, presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico Settentrionale.

Venezia - In una recente intervista il Premio Nobel per l’Economia Edmund Phelps, dichiara che l’Italia «deve riacquistare il dinamismo e la propensione a innovare che aveva iniziato a mettere in campo negli anni Cinquanta. L’alternativa è la stagnazione, una piccola crescita, poca soddisfazione sui posti di lavoro e frustrazione in ogni direzione». Innovazione quindi come elemento cardine per rilanciare la crescita. Un tema che coinvolge in pieno la portualità veneziana e italiana. Perché, se è vero che le infrastrutture fisiche sono necessarie per consentire ad un porto di esistere, esse tuttavia non sono sufficienti per garantire che un porto sia in grado di crescere. Alle infrastrutture fisiche vanno affiancate infrastrutture immateriali e soluzioni tecnologiche in grado di far funzionare al meglio l’operatività logistica, pena la rapida obsolescenza dei sistemi portuali e la conseguente perdita di competitività.

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