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Archive - Apr 3, 2018

Maastricht e la perdita della Sovranità Monetaria

 
Marcello Pamio

Luglio 1981 
L’autonomia della sovranità monetaria affidata alla privata Banca Centrale d’Italia è stata introdotta a partire dal luglio 1981, col divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro deciso dal Ministro del Tesoro Beniamo Andreatta con una semplice lettera all’allora Governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi, in cui sollevava la Banca Centrale dall’obbligo di acquistare quei titoli di Stato che il Tesoro non riusciva a collocare altrove sul mercato.

17 Febbraio 1986 
Giulio Andreotti come Ministro degli Esteri del Governo Craxi, firma l’Atto Unico Europeo (AUE).

7 Febbraio 1992 
Giulio Andreotti come Presidente del Consiglio assieme al Ministro degli Esteri Gianni de Michelis (Membro dell’Aspen Institute) e il Ministro del Tesoro Guido Carli (già governatore di Bankitalia) firmano il Trattato di Maastricht, il 7 febbraio 1992 per l’entrata nell’Unione Europea. 
Così facendo, l’autonomia delle banche centrale stava entrando in tutti gli ordinamenti giuridici dell’Unione Europea per effetto del Trattato (articolo 107).

Bankitalia, breve storia di uno scippo

di Mauro Poggi

Fra le vicende che a partire dagli anni ’80 hanno segnato la progressiva rinuncia da parte dello Stato italiano alla propria sovranità, e quindi alla propria democrazia, è esemplare quello che ha interessato la Banca d’Italia. Da istituto pubblico di emissione subordinato al Ministero del Tesoro, si è trasformata col tempo in una banca privata facente parte del Sistema europeo della banche centrali, in condizioni di subordinazione alla Banca Centrale Europea – che non risponde ad alcun potere democraticamente eletto.

Di recente mi sono imbattuto in alcuni vecchi appunti: si tratta di una storia nota, di cui tuttavia è sempre utile rammentare tappe e personaggi, dato che si è trattato di un autentico scippo ai danni della comunità, perpetrato in parallelo allo scippo di democrazia.

Fino al 1981 Bankitalia aveva l’obbligo di copertura delle emissioni del Tesoro, garantendo il collocamento integrale dei titoli offerti in asta e controllando di fatto il costo del tasso di interessi che lo Stato pagava per il proprio debito. Lo Stato aveva inoltre diritto a uno scoperto di conto corrente per i suoi fabbisogni urgenti di cassa, a un tasso minimo, per un ammontare massimo fissato al 14% del fabbisogno di spesa previsto dal parlamento.

Ciò gli permetteva di corrispondere un tasso di interesse nominale inferiore a quello dell’inflazione, quindi un tasso reale negativo. In buona sostanza il debito si ripagava da sé.

Questo ovviamente penalizzava le rendite, ma permetteva allo stato di sostenere la spesa pubblica e di limitare le tasse, favorendo l’economia reale e redditi .

2 giugno 1992, Il complotto del Britannia: il saccheggio di un'economia nazionale

Il 2 giugno 1992, a pochi giorni dall'assassinio del giudice Giovanni Falcone, si verificava in tutta riservatezza un altro avvenimento che avrebbe avuto conseguenze molto profonde sul futuro del Paese. Il «Britannia», lo yacht della corona inglese, gettava l'ancora presso le nostre coste con a bordo alcuni nomi illustri del mondo finanziario e bancario inglese: dai rappresentanti della BZW, la ditta di brockeraggio della Barclay's, a quelli della Baring & Co. e della S.G. Warburg. A fare gli onori di casa era la stessa regina Elisabetta II d'Inghilterra. Erano venuti per ricevere alcuni esponenti di maggior conto del mondo imprenditoriale e bancario italiano: rappresentanti dell'ENI, dell'AGIP, Mario Draghi del ministero del Tesoro, Riccardo Gallo dell'IRI, Giovanni Bazoli dell'Ambroveneto, Antonio Pedone della Crediop, alti funzionari della Banca Commerciale e delle Generali, ed altri della Società Autostrade.

Si trattava di discutere i preparativi per liquidare, cedere a interessi privati multinazionali, alcuni dei patrimoni industriali e bancari più prestigiosi del nostro paese. Draghi avrebbe detto agli ospiti inglesi: "Stiamo per passare dalle parole ai fatti". Da parte loro gli inglesi hanno assicurato che la City di Londra era pronta a svolgere un ruolo, ma le dimensioni del mercato borsistico italiano sono troppo minuscole per poter assorbire le grandi somme provenienti da queste privatizzazioni. Ergo: dovete venire a Londra, dove c'è il capitale necessario.