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La vita sta cambiando pelle

Archive - Lug 8, 2018

Carlo Freccero: "I migranti non sono il nuovo proletariato. Così la sinistra del politicamente corretto si estingue"

di Carlo Freccero 

Ho scritto sul manifesto del 5 giugno, che con l’adesione acritica alla terza via del neoliberismo la sinistra è diventata non l’antagonista del neocolonialismo globalista, ma addirittura, la sua maggiore fautrice. Aggiungendo che, in quanto sinistra, non può palesare le sue intenzioni. Un’esponente della destra come Trump può bombardare in nome della superiorità militare americana al grido “America First”. Una neocon liberal come Hillary Clinton o un buonista come Obama, devono trincerarsi invece dietro lo schermo dell’esportazione della democrazia. 

La sinistra del politicamente corretto si estingue perché non riesce più ad elaborare un pensiero critico. In questi anni ha creduto alla favola dei dittatori cattivi e, come unico rimedio, ha proposto l’accoglienza dei profughi, vittime non dalla guerra, ma dei loro stessi governanti. Ha fatto propria l’equazione fascismo = comunismo. Si è schierata sempre dalla parte sbagliata. Questo perché la terza via non è che l’espressione del pensiero unico per cui tutto il resto è totalitarismo. 

Di questo pacchetto di riforme dell’originario pensiero di sinistra, fa parte l’idea che la democrazia preveda una frattura popolo/élites, e che le élites debbano guidare un popolo incapace di autodeterminazione. 

Confesso che le mie idee sulle élites nascono, come reazione, alla lettura del libro Propaganda di Edwards Bernays. Bernays, l’inventore della propaganda, la giustifica a partire dall’esigenza di piegare il popolo, mosso da istinti bestiali, ai voleri delle élites che invece perseguono a livello sociale, interessi legittimi. Questa visione elitaria della democrazia fa parte della visione del mondo americano. Ma, per fortuna, non è condivisa dalla nostra Costituzione che all’art.1 recita: «La sovranità appartiene al popolo». 

Stato, Moneta sovrana e Politica

Schiavi in stiva ai remi

Liberare l’uomo dalla schiavitù della catena monetaria, sembriamo tutti come schiavi incatenati in stiva sui galeoni a remi dell'oligopolio bancario.

La politica dovrebbe liberare l’uomo dalla schiavitù volontaria, mentre ne incentiva la radicalizzazione. I politici divengono i tiranni di un perverso modo di vivere o meglio “non vivere”.  L’uomo si è autoridotto a schiavo.
In una democrazia avanzata si dovrebbe avere come obiettivo l’autorealizzazione democratica. Ma per arrivare a questo occorre uno Stato con propria moneta sovrana non a debito. L’uomo fin dal suo concepimento è un essere economico, ossia ha dei costi per vivere e come tale, in questo tipo di società, necessita di denaro, che assume valore proprio attraverso chi lo accetta non da chi lo emette.

Tuccata romanzo di Giulio Di Luzio

Tuccata romanzo di Giulio Di Luzio

Sul finire degli anni Cinquanta, in uno spicchio di Salento dove li carusi
portano i pantaloni corti anche d’inverno e le gonne delle caruse
arrivano rigorosamente sotto il ginocchio, il mese di giugno ha in sé
qualcosa d’imprevedibile e di rituale al tempo stesso: è in quel periodo
che la gente si rintana in casa aspettando l’arrivo dei suonatori,
chiamati a officiare l’esorcismo della danza, unico mezzo per liberare le
tarantate, le braccianti pizzicate dal ragno durante il lavoro nei campi.
Una di quelle tarantate è la madre della Felicia, e tarantata diventerà
la Felicia stessa quando il primo amore per un giovane bellissimo e
irraggiungibile (lu principe) la getterà in quello stato di prostrazione
che solo San Paolo e l’acqua miracolosa del suo pozzo a Galatina
possono guarire. I tempi però stanno cambiando: la Chiesa non tollera
più l’esorcismo coreutico, cromatico e melodico e cerca di sradicare
l’universo simbolico del tarantismo. Sola con il suo amore negato,
pazza, scandalosa, troppo innamorata di una libertà proibita, la Felicia
diventerà una di quelle donne che la scienza comincia a guardare solo
come oggetto di interesse psichiatrico, senza capire né poter trovare un
antidoto al veleno che scorre nelle loro vite.

Mai così tanti suicidi in Italia

Non solo crisi, le statistiche parlano di depressione e solitudine In tutto il Paese sono 4000, nel Lazio 352 casi in dodici mesi STRAGE SILENZIOSA S'impiccano con cavi TV e si lanciano dalla finestra

Sono circa 4 mila (in prevalenza uomini adulti) le persone che ogni anno in Italia decidono (e riescono) a togliersi la vita con i metodi più disparati. Una strage silenziosa e continua che dopo un periodo di assestamento al ribasso (quasi dimezzati i dati che riguardano le donne) ha registrato una nuova accelerazione (colpendo soprattutto gli uomini in età da lavoro) con l’esplosione della crisi economica mondiale nell’agosto del 2007.

Giappone, banca centrale dà una lezione all'Europa

Michele Crudelini

La principale banca di Tokyo ha la funzione di “prestatrice di ultima istanza”, ovvero ha l’obbligo di essere garante del debito pubblico dello Stato

Una Banca Centrale che fa il suo mestiere. Così può essere definito il principale isituto di credito nipponico di proprietà pubblica.
Perché? La risposta starebbe proprio nella natura pubblica dell’istituto e nel suo legame imprescindibile con il Tesoro giapponese. La principale banca di Tokyo ha infatti la funzione di “prestatrice di ultima istanza”, ovvero ha l’obbligo di essere garante del debito pubblico dello Stato. Dunque quando quest’ultimo emette i titoli, quelli che noi conosciamo come Bot, la Banca nipponica si riserva la facoltà di acquistarne in maniera illimitata, finanziando così la spesa pubblica dello Stato. In pratica è come se il Giappone si indebitasse con se stesso. Si aggiunga inoltre che la maggior parte dei titoli di Stato nipponici è detenuta da investitori domestici, fattore che ostacolo la volatilità dei tassi d’interesse e favorisce una sicurezza delle aspettative sul futuro economico del Paese.

La montagna del debito americano a quota 20mila miliardi di dollari

Pubblichiamo un post di Paolo Migliavacca, esperto di geopolitica, collaboratore del Centro Einaudi di Torino –

Grecia? Italia? Portogallo? Tra i Paesi che destano i maggiori timori in materia di debito pubblico, pochi pensano siano compresi gli Stati Uniti. Che invece stanno per tagliare il traguardo cruciale dei 20mila miliardi di dollari (al netto di altri 3.125 miliardi dovuti dai singoli stati e dalle municipalità locali). La data fatidica, giorno più giorno meno, è fissata nelle prossime settimane. Al di là della cifra assoluta, pur in sé molto significativa, sono una serie di raffronti ad acuirne il rilievo.

Il debito americano, benché costituisca una parte non eccessiva del totale mondiale (poco più del 9% dell’astronomico cumulo di 217mila miliardi stimato all’inizio di gennaio dall’Institute for International Finance, pari al 325% del Pil mondiale), è pur sempre il primo in assoluto. Ma anche la classifica in rapporto al Pil vede ormai gli Usa piazzati all’ottavo posto, dinnanzi a casi comunemente ritenuti assai più gravi, come quello della Spagna. Se si considera poi il cruciale “debt-to-revenue ratio” (cioè il rapporto con le entrate del governo federale, il denaro con cui il debito andrebbe onorato), si entra in un vero campo minato: il passivo è quasi dieci volte superiore alle entrate.

Commento al Vangelo di Padre Enzo Bianchi: Gesù, troppo umano

Odilon Redon, Cristo in silenzio (particolare), 1897 circa, Musée du Petit Palais, Avignone, Francia

8 luglio 2018
XVI domenica del tempo Ordinario
Mc 6,1-6
di ENZO BIANCHI

In quel tempo 1 Gesù partì e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. 2Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? 3Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. 4Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. 6aE si meravigliava della loro incredulità.6bGesù percorreva i villaggi d'intorno, insegnando.

Riflessioni sul Vangelo di don Umberto Cocconi: Gesù si mise a insegnare nella sinagoga

Gesù in sinagoga

Don Umberto Cocconi

Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (Vangelo di Marco).