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La vita sta cambiando pelle

Armi Guerre Terrorismo

Armi guerre Terrorismo: informazioni e opinioni su conflitti armati, spese militari, atti di terrorismo. Con il contributo di redattori volontari che possono inviare i loro scritti a luigiboschi@gmail.com

Trump lancia la corsa al riarmo: "Arsenale nucleare Usa va ampliato"

Il presidente contesta la decisione di Mosca sui missili Cruise: "Ne parlerò a Putin". E minaccia: "Stati Uniti non cederanno la supremazia sugli armamenti"

di ALBERTO FLORES D'ARCAIS

NEW YORK - Aumentare l'arsenale nucleare per fare degli Stati Uniti il "top of the pack", la più potente di tutte le nazioni che hanno l'atomica. In una intervista nello Studio Ovale data ieri alla Reuters, Donald Trump è tornato a parlare - questa volta con il timbro della Casa Bianca - della corsa al riarmo nucleare sostenendo che gli Usa sono adesso indietro rispetto alle proprie capacità ed attaccando la Russia per il missile 'cruise' recentemente dispiegato dal Cremlino in violazione del trattato sul controllo delle armi ("ne parlerò con Putin al primo incontro").

Si è detto "molto arrabbiato" per i test missilistici della Corea del Nord e ha sottolineato come una delle diverse opzioni disponibili per fronteggiare la minaccia di Pyongyang sia quella di accelerare la realizzazione di un sistema di difesa missilistico per gli alleati Usa nella regione quali Giappone e Corea del Sud. Il presidente americano si rivolge quindi anche alla Cina spiegando che "se volesse" potrebbe risolvere le sfide sul fronte della sicurezza poste dalla Corea del Nord "molto facilmente", alzando il livello di pressione sul regime di Pyongyang.

Un'intervista a tutto campo, in cui ha parlato di Cina (definita un "grande campione nella manipolazione della valuta") della 'border tax', la tassa doganale ("incoraggerà le aziende americane a tornare negli Usa e a costruire fabbriche qui") e si è detto "totalmente in favore" di un governo dell'Unione Europea.

L’ETÀ DELLA GUERRA di Giancarlo Bocchi

 L'Età della Guerra

Francesca Avanzini

Bosnia, Libia, Somalia, Palestina, Kosovo, Egitto. Dappertutto mozziconi di case anneriti, muri crepati, stracci, sacchi a pelo, pentole di latta, i paraphernalia delle ordinarie storie di miseria che i conflitti lasciano dietro di sé, anche quelli di cui siamo a malapena al corrente, come i persistenti scontri etnici in Birmania, o la persecuzione in Kurdistan degli yazidi, seguaci di una misteriosa religione misterica.

Immagini a cui la TV ci ha abituato, a cui purtroppo siamo quasi assuefatti. Eppure vedersele tutte una in fila all’altra, fotografate nero su bianco, le ingiustizie del pianeta, con protagonisti loro, i bambini- vittime ovvie, frequenti e non più innocenti delle guerre, dato che l’innocenza gli è stata strappata a forza, sostituita da una amara consapevolezza-riesce a scalfire anche le corazze più dure.

Esercito dell’Unione europea: Strasburgo dice sì

Difesa comune: gli eurodeputati chiedono anche la creazione di un quartiere generale per le forze multinazionali

ROMA – L’esercito dell’Unione europea presto potrebbe diventare realtà. Il Parlamento europeo, oggi, ha approvato una risoluzione sulla difesa comune che va proprio in questa direzione. Il testo sull’Unione europea della difesa è stato approvato con 369 voti a favore, 255 voti contrari e 70 astensioni.

Nella risoluzione gli eurodeputati propongono di destinare il 2% del PIL alla difesa, di creare forze multinazionali e un quartiere generale operativo Ue per pianificare il comando e il controllo delle operazioni comuni. Quest’ultimo aspetto dovrebbe consentire anche all’Unione di agire laddove la NATO non sia disposta a farlo.

L’esigenza della creazione di un esercito dell’Unione deriva dalla crescente minaccia del terrorismo internazionale. Negli ultimi anni la situazione della sicurezza all’interno e attorno all’Europa è infatti considerevolmente peggiorata e nessun Paese è in grado di affrontare da solo.

Secondo il Parlamento europeo, il terrorismo e le minacce ibride, l’insicurezza informatica ed energetica, costringono i Paesi Ue a intensificare i loro sforzi nel campo della sicurezza e della difesa, aprendo così la strada a un’Unione europea della difesa.

«La nostra Unione non è in grado di affrontare le travolgenti sfide della difesa. Per quasi 30 anni, la maggior parte dei suoi Stati membri ha tagliato i propri bilanci per la difesa, riducendo di fatto le forze armate. La cooperazione tra gli Stati membri è occasionale e l’Europa continua ad affidarsi pesantemente sulle capacità della NATO e sulla solidarietà degli Stati Uniti», ha affermato il relatore Urmas Paet (ALDE, ET).

Spese militari: quei 64 milioni al giorno per caccia, missili e portaerei

La corsa agli armamenti è aumentata negli ultimi anni. Stimati in più di 23 miliardi gli investimenti per il 2017. Il record di Bersani: dal 1993 è  il ministro che ha destinato più risorse

di GIANLUCA DI FEO

SULLA CARTA nascono come navi a doppio uso, un ibrido destinato un po' ad aiutare la Protezione civile in caso di calamità e un po' a combattere. E così vengono presentate al Parlamento. Ma poco alla volta il progetto prende la forma di una nuova portaerei e i pattugliatori si trasformano in agguerrite fregate. Oppure sono prototipi di aereo ideati dalle aziende come iniziativa privata, senza che l'Aeronautica ne abbia manifestato l'esigenza; poi dopo qualche anno di tira e molla vengono acquistati a decine dallo Stato. Il tutto sotto gli occhi di senatori e deputati, molte volte distratti ma in alcuni casi fin troppo interessati. Tanto alla fine il conto tocca ai contribuenti. Già ma quanto paghiamo per le spese militari? La risposta non è semplice. Perché nei bilanci della Difesa ci sono anche i finanziamenti per i carabinieri e per altre attività che vanno dalla manutenzione dei fari al rifornimento idrico delle isole. Mentre gli armamenti si comprano grazie a consistenti elargizioni di altri ministeri e ci sono gli stanziamenti extra per le missioni all'estero. Un labirinto dove ora l'Osservatorio sulle spese militari italiane Mil€x (www.milex.org) cerca di trovare un filo grazie a un dossier elaborato da Enrico Piovesana e Francesco Vignarca. Con conclusioni sorprendenti.

Ex Ucraina, ritratto di Donetsk, indietro non si torna

di Giulietto Chiesa

A notte fonda qualcuno, dotato di permesso speciale, mi aiuta a superare il coprifuoco e mi porta nei pressi della linea del fronte. L’auto vola nelle strade periferiche della città completamente deserte. I semafori funzionano, ma ci si ferma al rosso. “Perché?”, chiedo. “Ci sono le telecamere in funzione e mi arriverebbero le multe a casa”. Ride. Non incontriamo né pattuglie, né posti di blocco. Più avanti i lampioni sono spenti e si procede nel buio più totale.

“La civiltà è rimasta alle nostre spalle”, ghigna l’autista. Da qualche parte, alla nostra destra, ci sono le macerie dell’aeroporto. L’altro lato della stradina è una fila di case distrutte, i cui spuntoni di ferro appena si vedono nel riflesso lontano della città. La notte senza luna offre un cielo impareggiabile con la Via Lattea quasi in rilievo.

Ancora per qualche chilometro svoltiamo in viuzze ancora asfaltate. Qui c’è gente che popola ancora i palazzi di molti piani. Si vedono rare finestre illuminate. E’ tornata la luce, l’acqua, il gas. La linea del fronte è a due chilometri e io faccio fatica a immedesimarmi con i fantasmi che sono rimasti qui a vivere, in mezzo alle macerie, con la prospettiva, tutt’altro che remota, di trovarsi in mezzo a colpi di cannone e di mitragliatrice.

Il Califfo e il fulmine di Zeus sul popolo sovrano

"Stiamo attraversando un periodo amarissimo; il Califfato l'avevamo ormai imparato a conoscere, ma è l'ultimo dei disastri che l'area balcanica e mediterranea sta attraversando. Ci vorrà molta forza d'animo e molta speranza di futuro per attraversare l'Inferno che c'è caduto addosso"

di EUGENIO SCALFARI

SOLTANTO l'Is, il Daesh, il Califfato o comunque vogliate chiamarlo non difendono la democrazia ma un Dio proprio, un proprio Allah che fa giustizia di tutti gli altri Dei, ovunque siano e comunque si chiamino. In realtà il vero Dio per il Califfato è il Califfato medesimo, depositario di tutto il bene e nemico senza quartiere di tutto il male. Il terrorismo è l'arma del Califfato per sterminare il male. Ricordate gli dei olimpici? Zeus aveva il fulmine, Nettuno le tempeste del mare, Vulcano il fuoco e Ade i tartassati degli Inferi. Il Califfato prosegue questa tradizione e il terrorismo ricorda il fulmine di Zeus e gli Inferi di Ade.

In tutti gli altri Paesi, specie quelli del Medio Oriente e della civiltà occidentale, la democrazia è la parola ricorrente sia pure in diversi significati che variano col variare della storia e delle diverse religioni. Noi in America, in Europa e in Italia ci siamo spesso dichiarati tali salvo nei frequenti casi di potere assoluto. In quella situazione però il potere assoluto e accentrato nella mani di una sola persona e del ristrettissimo gruppo dei suoi consiglieri, si diceva venisse usato per il bene del popolo. Ma quale popolo? Quello governato e sottomesso alla sovranità del Capo, che fosse Re o Papa o duca o marchese o cardinale o vescovo. La democrazia era assente nella pratica, ma presente nel ricordo è la speranza di un futuro migliore costantemente perseguito e auspicato. Ma anche la democrazia presupponeva un potere affidato al popolo.

A Istanbul il Sultano e a Nizza il soldato Mohamed

Eugenio Scalfari

C’È il terrorismo e c’è il fallito “golpe” dell’esercito e la schiacciante vittoria di Erdogan in Turchia. Due fatti separati tra loro e geograficamente assai lontani, a Nizza il più recente e sanguinoso atto di terrore rivendicato dall’Is e ad Istanbul la vittoria del dittatore turco sui soldati ribelli. Ma politicamente qualche connessione tra questi fatti c’è, si era già visto ma lo si rivedrà ancora.

Il mondo intero è sconvolto da quanto è accaduto, le ripercussioni si avvertono soprattutto in Europa e in America e incidono anche sulle politiche locali.

Istanbul. Nella tarda serata di venerdì 15 sembrava che lo spirito di Atatürk fosse tornato per rinnovare laicamente e militarmente la Turchia, ma appena due ore dopo la situazione era già capovolta e all’alba di ieri il dittatore era di nuovo in sella più forte di prima. Evidentemente lo spirito di Atatürk non era affatto tornato. La storia non è mai la stessa. Per capire bene dobbiamo ricordare in che modo un secolo fa la Turchia era diventata una nazione pur essendo stata duramente sconfitta nella Prima guerra mondiale.

Kemal Atatürk era nato nel 1881 e morì nel 1938 a soli cinquantasette anni, ma non a caso per celebrare la sua scomparsa fu chiamato Grande Turco e Padre della Patria.

Da studente aveva frequentato associazioni laiche e democratiche che rappresentavano un’infima minoranza di un Paese che era il centro di un impero.

Turchia, colpo di stato fallito. Il premier: “Saranno puniti”. Erdogan riprende il potere. “265 morti, 2839 militari arrestati e 3mila giudici rimossi”

Dopo ore di bombardamenti e combattimenti i militari hanno fatto marcia indietro. Il popolo in strada a difesa del presidente. Il premier: "Pena di morte? Vedremo". Rimossi e in manette anche magistrati accusati di fiancheggiare l'imam considerato un terrorista

Il giorno dopo la notte più lunga per la Turchia – con 265 morti, centinaia di feriti, 2.839 militari arrestati, 2.745 giudici rimossi e una decina di magistrati fermati – è già arrivata la resa dei conti. “I golpisti sono nelle mani della giustizia turca e saranno puniti come meritano. Sono peggio del Pkk – dice il primo ministro turco, Binali Yildirim -. La Turchia ha risposto nel modo migliore ai terroristi”. Che potrebbero pagare con la vita il fallito golpe: “La pena capitale non è prevista dalla Costituzione turca, ma valuteremo la questione dal punto di vista legale”. Del resto il presidente Erdogan ha promesso che “i traditori” pagheranno “un prezzo alto”. 

In diretta televisiva, il premier descrive il caos di venerdì notte come “una pagina nera per la democrazia in Turchia” ed elogia la polizia e le forze di sicurezza. Non tutto sembra chiuso e definito: un gruppo di 150 militari è ancora asserragliato nel quartiere generale del comando delle Forze armate ad Ankara: i soldati ribelli vorrebbero trattare la loro resa. Altri 700 militari, invece, si sono consegnati alle forze di polizia. Il fallito golpe sta generando anche una tempesta diplomatica tra la Turchia e Stati Uniti. E Ankara richiede l’estradizione di otto golpisti – sette militari e un civili – che hanno chiesto asilo ad Atene.

Turchia, le ragioni del tentativo di golpe: il malessere dell’esercito per la debole guerra a Isis. Nel silenzio della Nato

Erdogan ha costruito un’immagine del suo partito preoccupandosi di non essere assimilato ad un partito religioso, pur avendo una forte ispirazione islamista. E l'economia è decollata. Ecco perché si può dire che se oggi il tentativo del colpo di Stato è fallito, è la Turchia a essere cambiata

Alessia Chiriatti

Un colpo di stato annunciato intorno alle 22 del 15 luglio, edichiarato fallito in poco più di quattro ore. Per Recep Tayyip Erdogan è così giunta la resa dei conti con il laico esercito turco, definito dallo stesso presidente, in una conferenza stampa rilasciata nottetempo a Istanbul, come il nuovo nemico di Ankara. “Traditori” li chiama, in grado di organizzare un “attentato terroristico” al potere centrale detenuto dall’Akp, “democraticamente eletto dalla maggioranza del popolo”. Un ‘putsch’ fermato con la morte di un generale golpista e con gli arresti di 1.500 militari, arresisi sul Bosforo alla polizia turca, quando è di circa 200 morti e più di 1.100 feriti il bilancio provvisorio.

Turchia, fallito il colpo di Stato contro Erdogan

Il presidente ha invitato la gente a scendere in piazza e si è rifugiato su un aereo, sorvolando i cieli turchi per poi tornare a Istanbul. Nella notte i golpisti si ritirano: 754 arresti, generale ucciso. In tutto almeno 60 vittime. Battaglia ad Ankara per le strade e nei cieli

di ALBERTO CUSTODERO

Aggiornato il 16 luglio 2016

UN tentativo di colpo di Stato di una parte dell'esercito turco contro il presidente Erdogan, fallito dopo ore di scontri e incertezze, ha scosso Ankara e Istanbul, e ha tenuto i governi di tutto il mondo con il fiato sospeso. Arrestati 1.563 militari, il bilancio provvisorio è di 90 morti.

Il presidente, dopo una rocambolesca fuga nella notte sui cieli turchi, è ritornato ad Istanbul dopo aver avuto la certezza del fallimento del golpe. L'evoluzione dell'insurrezione di parte dall'esercito organizzata dai colonnelli (coinvolti solo pochi generali), è stata seguita con la massima attenzione dalla Russia (tra i due Paesi è stata fatta di recente pace dopo un lungo periodo di forte tensione). E dagli Usa, essendo il Paese componente della Nato.

Colpo di Stato in Turchia, golpe dell’esercito per rovesciare Erdogan: “Abbiamo preso controllo del Paese”

Un colpo di Stato per rovesciare il presidente Recep Tayyip Erdoğan è in corso in Turchia. Un golpemesso in campo dallo Stato maggiore dell’esercito turco che alle ore 23 e 30 locali (22 e 30 in Italia) ha annunciato di “aver preso il potere in Turchia per ristabilire l’ordine democratico e la libertà e far rispettare i diritti umani.”. Sempre l’esercito ha fatto sapere che “gli accordi e gli impegni internazionali della Turchia” rimangono validi. Le dichiarazioni dei golpisti sono state inviate ai principali media internazionali via mail e quindi non sono verificabili.  Il capo di Stato maggiore sarebbe stato preso inostaggio dai militari golpisti nel quartier generale dell’esercito ad Ankara. 

La notizia del colpo di stato era stata confermata poco prima dal premier turco Binali Yildirim. “Faremo tutto il possibile perché prevalga la democrazia. Il colpo di stato non riuscirà e i responsabili saranno puniti: le nostre forze useranno la forza contro la forza”, ha detto il premier. Secondo la Cnn turca, il presidente Erdogan sarebbe stato portato in un posto sicuro. 

Il golpe è cominciato intorno alle ore 22 quando entrambi i ponti sul Bosforo a Istanbul sono stati chiusi, mentre i carri armati sono scesi per le strade della città. Immagini trasmesse da Cnn Turk hanno mostrato i blocchi allestiti con camion militari e soldati armati sui ponti che collegano la parte asiatica con la parte orientale della città. Sempre secondo la Cnn l’accesso all’aeroporto di Ataturk è stato bloccato dai carri armati:  tutti i voli in partenza dall’aeroporto Ataturk di Istanbul sono stati cancellati.

La guerra al Califfato e la crisi dell'Europa

Accanto ai conflitti contro l'Is ce ne sono tanti altri che non contengono spargimenti di sangue. Per l'Unione europea Brexit è una prova capitale: può rafforzarsi verso uno Stato federale oppure sfasciarsi

Eugenio Scalfari

MENTRE scrivo queste righe la nostra Nazionale di calcio sta giocando a Bordeaux contro la Germania con il lutto al braccio per i nove italiani torturati e poi uccisi dai terroristi dell’Is in un ristorante di Dacca, capitale del Bangladesh. Una guerra dall’altra parte del mondo. Non è rabbia e terrore provati dalle periferie del mondo. All’Is, al Califfato, interessa anche il terrore delle periferie, ma Dacca non è una periferia e il Bangladesh non è una periferia: è uno degli Stati dell’Asia con maggioranza religiosa di musulmani moderati. Quindi l’Is è a suo modo uno Stato, con una capitale, un esercito “regolare”, un Capo e il suo stato maggiore, più le periferie sparse dovunque.

Naturalmente ha molti nemici; alcuni sono alleati tra loro, altri combattono il Califfato da soli. Insomma c’è una guerra che ha generato parecchie guerre: la guerra in Siria, la guerra in Turchia, la guerra in Iraq, la guerra in Kurdistan, la guerra in Libia e in Tunisia. E la “mezza guerra” con l’Egitto, con l’Iran e con l’Arabia Saudita. La guerra, come spesso avviene, diventa in certe fasi della storia una sorta di normalità: il potere lotta per consolidarsi ed estendersi. Poi arriva la pace, ma dura poco. Spiace dirlo ma guerra e pace (come magistralmente raccontò Tolstoj) si succedono l'una all'altra ma purtroppo lo stato normale è la guerra e il potere; la pace è un intervallo, un necessario riposo che presto scompare.

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Iraq, esercito annuncia la liberazione di Falluja dall'Is: "La battaglia è finita"

Il comando generale delle forze irachene ha dichiarato la fine dei combattimenti

BAGDAD - Le forze irachene hanno ripreso il controllo dell'ultimo distretto che a Falluja era ancora in mano ai militanti dello Stato islamico, quello di Golan. Il comando generale delle forze irachene ha dichiarato la battaglia conclusa. Il premier Haider al-Abadi aveva dichiarato la vittoria sul gruppo jihadista più di una settimana fa, ma i combattimenti erano proseguiti. "Annunciamo da questo luogo nel distretto centrale Golan che è stato ripulito dai terroristi e diamo la buona notizia al popolo iracheno che la battaglia di Falluja è finita", ha detto il generale Abdul Wahab al-Saidi, parlando alla tv di Stato. Situata una cinquantina di chilometri a ovest di Baghdad, la città era stata la prima a cadere sotto il controllo dei militanti dello Stato islamico nel gennaio del 2014. L'operazione per liberarla era stata lanciata dal governo iracheno il 23 maggio scorso.

fonte Link repubblica.it 

Difesa, il documento: 48 milioni al giorno in spese militari, 13 ai nuovi armamenti. E quest’anno aumentano

Spese militari

Il Documento programmatico in anteprima sul Fattoquotidiano.it. Le uscite continuano a crescere, immuni da tagli. Ogni giorno 13 milioni per nuovi armamenti: la fetta più importante per cacciabombardieri, F-35, una portaerei e le nuove fregate

Enrico Piovesana

Anche quest’anno la parata del 2 giugno è stata accompagnata da critiche e polemiche: al di là della sua coerenza con lo spirito repubblicano, ogni anno ci costa almeno due milioni di euro. Un’inezia, se si pensa che ogni giorno la nostra Repubblicaspende quasi 50 milioni di euro in spese militari (48 nel 2016 per la precisione) di cui quasi 13 per l’acquisto di nuovi armamenti. Spese che continuano a crescere, immuni da tagli, nonostante la Difesa continui a sostenere il contrario.

Le cifre del nuovo Documento programmatico pluriennale della Difesa (2016-2018), di cui ilFattoquotidiano.it ha ottenuto una copia in anteprima, parlano chiaro: 13,36 miliardi di spesenel 2016 (carabinieri esclusi), l’1,3 per cento in più rispetto all’anno scorso. Cifra che sale a 17,7 miliardi (contro i 17,5 del 2015) se si considerano i finanziamenti del ministero dell’Economia e delle Finanze alle missioni militari (1,27 miliardi, contro gli 1,25 miliardi dell’anno precedente) e quelli del ministero per lo Sviluppo Economico ai programmi di riarmo (2,54 miliardi, nel 2015 erano 2,50).

Egyptair, nuovo colpo al turismo nei Paesi arabi. “Arrivi già ai minimi storici, così ripresa si allontana. Regge solo Marocco”

L’Egitto è passato dai 15 milioni di visite del 2010 ai 9 del 2015. E il primo trimestre del 2016 che ha segnato un calo del 66%. In crisi anche Tunisia e Turchia. Penalizzata la Giordania, a causa dei confini condivisi con Siria e Iraq. Secondo Luca Battifora, presidente di Astoi Confindustria Viaggi, l'Europa ha visto invece i flussi turistici risalire rapidamente dopo gli attentati di Parigi

di Gianni Rosini

Belgio, paura di attacchi alle centrali nucleari: iodio per tutti i cittadini

Consegnate le pastiglie gratis a chiunque abiti entro cento chilometri dagli impianti. Nei mesi scorsi scoperti video sulle centrali girati dagli uomini che si sono fatti esplodere. Bruxelles: due dipendenti arruolati nelle fila del Califfato

di CATERINA PASOLINI

ROMA - Cresce la paura di attentati contro le centrali nucleari in Belgio dopo la strage di Bruxelles. Non solo per le minacce, le scoperte di video degli attentatori francesi che riprendevano le centrali belghe ma anche il fatto che due dipendenti degli impianti atomici scapparono per arruolarsi nell'Is nel 2012. Così ora è stato deciso: tutti i cittadini del Belgio riceveranno pastiglie di iodio, come misura di precauzione in caso di incidenti nucleari. Lo ha annunciato la ministra della Salute, Maggie De Block.

Sino ad oggi solo le persone che vivono vicino alle centrali nucleari avevano ricevuto le pastiglie, che agiscono sulla tiroide saturandola di iodio per evitare che venga assorbito quello radioattivo 131 liberato dalle fughe nucleari. Il governo ha infatti accettato di ampliare la misura alla zona compresa fra i 100 chilometri intorno alle centrali nucleari, rispetto ai 20 chilometri attuali, su raccomandazione del Consiglio superiore della salute e dall'agenzia federale di controllo sul nucleare.

Libia, governo Al Sarraj chiede all’Onu “aiuti per proteggere” pozzi petroliferi

“Aiuti per proteggere” le risorse petrolifere del Paese. E’ la prima richiesta di aiuto ufficialmente avanzata dal Consiglio presidenziale libico guidato da Fayez al Sarraj all’Onu, ai Paesi europei e quelli africani confinanti.  In un comunicato, il Consiglio esprime profonda preoccupazione per gli avvertimenti ricevuti dallaCompagnia Nazionale Petrolifera (Noc) e dai rapporti delle forze di sicurezza su possibili attacchi a installazioni petrolifere, anche marittime.

Due giorni fa l’Isis ha lanciato una nuova offensiva nei pressi dei pozzi di Brega: i miliziani avrebbero preso il controllo del cosiddetto ‘checkpoint 52‘, a sud dell’importante porto petrolifero, nel golfo della Sirte. I guardiani dei vicini pozzi hanno respinto l’attacco durante violenti scontri che – secondo fonti locali – hanno provocato un morto e sei feriti tra gli stessi guardiani.

Questa mattina, hanno fatto sapere fonti di Palazzo Chigi, Al Sarraj ha avuto una conversazione telefonica con Matteo Renzi. Al centro del colloquio la situazione nel Paese, alla vigilia della riunione ‘Quint’ di oggi nel castello di Herrenhausen, ad Hannover. Nella città tedesca, nel pomeriggio Renzi vedrà il presidente degli Usa Barack Obama, la cancelliera Angela Merkel, il presidente della Francia François Hollande, il premier britannico David Cameron.

In un’intervista a La Repubblica, il presidente del Consiglio ha ribadito la linea tenuta dal governo italiano negli ultimi mesi: in Libia “interverremo solo se il governo Sarraj chiederà a noi e al resto della comunità internazionale un sostegno”. “E solo insieme alla comunità internazionale – aggiunge il premier – pronti a unruolo forte, ma niente avventure”.

Noi in Libia saremo mai pronti?

Angelo Panebianco

L’accordo russo-americano per il cessate il fuoco in Siria era scritto sulla sabbia. I russi, grazie alla loro posizione di forza, continueranno ad aiutare, insieme agli iraniani, fino alla vittoria, il dittatore siriano nella lotta contro i «terroristi» (tutti gli oppositori armati del regime) e l’America, debole, ondeggiante e boccheggiante non sembra in grado di impedirlo. Anche l’impegno assunto con gli americani dalle potenze sunnite Turchia e Arabia Saudita di combattere lo Stato islamico (pure lui sunnita e con gli stessi nemici di turchi e sauditi) non è credibile. Lo Stato islamico è ancora lì a minacciarci (come ha ricordato il primo ministro francese Manuel Valls) e niente lascia pensare che possa essere neutralizzato in tempi brevi.

In Italia, pare, non abbiamo ancora compreso che cosa significhi, per la nostra sicurezza, il declino politico-militare degli Stati Uniti, la loro perdita di influenza in Medio Oriente (e non soltanto). Un declino che, a giudicare dai primi risultati delle primarie presidenziali, potrebbe anche approfondirsi: i due candidati che al momento spopolano nelle primarie democratiche e repubblicane, Sanders e Trump, sono entrambi protezionisti e isolazionisti. Se anche, alla fine, come è possibile, a vincere le nomination saranno candidati di establishment anziché di protesta, è poco plausibile che quegli «umori» popolari non lascino alcuna traccia.

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