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Economia e Finanza

Economia e Finanza: informazioni e opinioni di economia, finanza, mercati finanziari, banche, industria, artigianato, agricoltura. Con il contributo di redattori volontari che possono inviare i loro scritti a luigiboschi@gmail.com

Il potere occulto: da dove nasce l'impunità di Israele?

Manuel Freytas* 

La grande complicità internazionale con i massacri periodici israeliani non si creano per paura di Israele ma per paura di quello che lo stato ebraico rappresenta. Israele è il simbolo più emblematico, la patria territoriale del sionismo capitalista che controlla il mondo senza frontiere dagli uffici direttivi di banche e corporazioni transnazionali. Israele è fondamentalmente la rappresentazione nazionale di un potere globale sionista, che è padrone dello Stato di Israele tanto quanto degli Stati Uniti e degli altri Stati con le loro risorse naturali e sistemi economico-produttivi. E che controlla il pianeta attraverso le banche centrali, le grandi catene mediatiche e gli arsenali nucleari militari.

Il potere occulto

I VERI PADRONI DEL MONDO. Le 4 banche e le 8 famiglie

LE QUATTRO GRANDI BANCHE DI WALL STREET E LE OTTO FAMIGLIE COLLEGATE CHE DOMINANO LA FINANZA MONDIALE. I media russi che trasmettono informazioni in forma alternativa (rispetto ai media occidentali) si sono presi la briga di sviscerare e segnalare in modo specifico quali siano gli oligopoli finanziari anglosassoni- le quattro mega banche- che hanno il controllo della finanza mondiale, come è venuto alla luce dai risultati inquietanti di una ricerca fatta da “Russia Today”: queste sono BlackRock, State Street Corp,- FMR/Fidelity,- Vanguard Group.

Il Cartello della Federal Reserve: le otto famiglie

Dean Henderson

I quattro cavalieri bancari (Bank of America, JP Morgan Chase, Citigroup e Wells Fargo) possiedono i quattro cavalieri del petrolio (Exxon Mobil, Royal Dutch/Shell, BP Amoco e Chevron Texaco), in tandem con Deutsche Bank, BNP, Barclays e altri vecchi colossi monetari europei. Ma il loro monopolio sull’economia globale non si ferma sull’orlo del pozzo petrolifero. Secondo i 10mila documenti societari depositati alla SEC, i quattro cavalieri bancari sono tra i primi dieci titolari di azioni di praticamente ogni società di Fortune 500. [1] Così sono gli azionisti delle banche centrali? Questa informazione va analizzata molto più da vicino. Le mie domande sulle agenzie di regolamentazione bancaria, in materia di partecipazione azionaria delle prime 25 aziende bancarie degli Stati Uniti furono poste con il Freedom of Information Act, prima di essere negate per motivi di “sicurezza nazionale”. Questo è piuttosto ironico, dal momento che molti azionisti bancari risiedono in Europa. Un archivio importante sulla ricchezza dell’oligarchia globale che possiede queste holding bancarie è l’US Trust Corporation, fondata nel 1853 e ora di proprietà di Bank of America. L’ultimo US Corporate Trust Director e Trustee Onorario fu Walter Rothschild. Altri direttori furono Daniel Davison di JP Morgan Chase, Richard Tucker di Exxon Mobil, Daniel Roberts di Citigroup e Marshall Schwartz di Morgan Stanley. [2]

LE MEGA-BANCHE DI WALL STREET SI STANNO COMPRANDO L’ACQUA DEL MONDO

di Jo-Shing Yang

Si sta accelerando una tendenza preoccupante: le banche di Wall Street e i multimiliardari dell’elite stanno acquistando l’acqua in tutto il mondo ad un ritmo senza precedenti.

Note mega-banche e colossi d’investimento come Goldman Sachs, JP Morgan Chase, Citigroup, UBS, Deutsche Bank, Credit Suisse, Macquarie Bank, Barclays Bank, the Blackstone Group, Allianz, e HSBC Bank, tra le altre, stanno consolidando il loro controllo sull’acqua. Anche magnati come T. Boone Pickens, l’ex presidente George H.W. Bush e la sua famiglia, Li Ka-shing di Hong Kong, Manuel V. Pangilinan delle Filippine e altri stanno comprando migliaia di ettari di terreno con falde acquifere, laghi, diritti di sfruttamento, aziende di erogazione, azioni in compagnie di ingegneria e tecnologia dell’acqua.
Le seconda tendenza preoccupante è che, mentre i nuovi baroni stanno comprando l’acqua in tutto il mondo, i governi stanno rapidamente limitando la capacità dei cittadini di procurarsela autonomamente (come evidenziato dal noto caso di Gary Harrington, nell’Oregon, dove lo stato ha criminalizzato la raccolta dell’acqua piovana in tre laghetti situati sulla sua proprietà privata, accusandolo di 9 imputazioni e condannandolo a 30 giorni di prigione).

Mettiamo questa criminalizzazione in prospettiva:
Il miliardario T. Boone Pickens possiede più diritti di sfruttamento dell’acqua di qualsiasi altro individuo in America, potendo sfruttare circa 250 miliardi di litri l’anno. Ma l’ordinario cittadino Gary Harrington non può raccogliere l’acqua piovana sui suoi 68 ettari di terreno.

I Rothschild mettono le mani sul petrolio del Sud Sudan

Il 9 luglio 2011 il Sud Sudan è diventato la 193.ma nazione del mondo. Meno di una settimana dopo violenze sono scoppiate nel Sud Kordofan, una zona alla nuova frontiera tra Sudan e Sud Sudan, controllata dal Sudan e ricca di petrolio. Non contenti del sequestro di giacimenti di petrolio del Sud Sudan, il cartello delle otto famiglie di banchieri guidato dai Rothschild, sembra voler spostare la nuova frontiera più a nord, strappando ancora più petrolio greggio al popolo del Sudan. Per decenni i servizi segreti occidentali hanno sostenuto l’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA), nel tentativo di consegnare la parte meridionale del Sudan ai quattro cavalieri del petrolio. La regione possiede il 75% delle riserve petrolifere del Sudan.
Ciò che è stata la più lunga guerra civile dell’Africa, alla fine terminò quando il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir, sotto pressione, cedette la parte meridionale del suo paese ai vampiri bancari del FMI/Banca Mondiale, dopo un conflitto che ha lasciato più di 2 milioni di morti. [1] Pochi giorni dopo essersi dichiarata nazione sovrana, la società petrolifera statale del Sud Sudan, la Nilepet, costituiva una joint venture con la Glencore International Plc., per commercializzare il suo petrolio.Glencore è controllata dai Rothschild. La joint venture sarà la PetroNile, con il 51 per cento controllato da Nilepet e il 49 per cento dalla Glencore. [2]

Solo 5 paesi mancano ai ROTHSCHILD dove fondare una Banca Centrale

di Dioni per www.informarexresistere.com

Rothschild è una famiglia di banchieri molto nota e facoltosa del XIX secolo, di origine Ashkenazi, che attraverso le sue sedi di Vienna, Parigi, Londra, Napoli e Francoforte controllava più o meno direttamente le politiche dei paesi che finanziava.

La famiglia Rothschild sta lentamente ma inesorabilmente fondando Banche Centrali che hanno la loro sede in ogni paese del mondo, dando loro quantità incredibile di ricchezza e potere. Nell’anno 2000 ci sono stati sette paesi senza una proprietà Rothschild Banca Centrale: Afghanistan, Iraq, Sudan, Siria, Libia, Cuba, Nord Corea, Iran. E’ non è una coincidenza che questi paesi sopra elencati, sono stati e sono tuttora sotto attacco da parte dei media occidentali, dal momento che una delle ragioni principali per cui questi paesi sono stati sotto attacco, in primo luogo perché non hanno ancora un Rothschild di proprietà della Banca Centrale.

L’EURO E’ FINITO, SI SALVI CHI PUO’

Antonio M. Rinaldi

Non vi nascondo che avrei sempre voluto aver torto, ma giorno dopo giorno ormai da anni e anni, tutto ciò che avevo denunciato e previsto sull’euro si è immancabilmente realizzato.

Come non vi nascondo di provare un certo senso nel leggere e ascoltare dichiarazioni di politici, economisti, tuttologi, imprenditori rampanti che hanno sempre fatto dell’Europa e della sua unione monetaria la loro ragione di vita (nel senso che se non l’avessero fatto difficilmente avrebbero conseguito onori e vantaggi personali) e che ora in perfetto stile italico, piroettano di 180 gradi iniziando nel mettere le mani avanti sulla sopravvivenza dell’euro e della stessa Unione Europea.

La cosa comunque che mi lascia più perplesso in casa nostra sono gli atteggiamenti di certi professori bocconiani (su quali testi hanno studiato per sostenere così assurde teorie?), ultimi stoici sacerdoti depositari del verbo europeista, ormai giustificati unicamente dal “tenere famiglia” anche loro e che, per evitare di ritrovarsi in mezzo a una strada perché passibili di vedersi negato l’accesso nel blasonato ateneo milanese se “sgarrano di una virgola”, ancora sostengono l’insostenibile.

DENUNCE A RAFFICA CONTRO POLITICI, AMMINISTRATORI E BANCHIERI

Alberto Micalizzi

Le denunce ed i ricorsi alla magistratura per la difesa degli interessi nazionali stanno aumentando. Sino ad oggi abbiamo assistito ad iniziative di singoli gruppi o di singoli individui, che hanno dato vita o supportato indagini penali ed iniziative di risarcimento per danni erariali e di altro genere.

Denunce per manipolazione di mercato, per derivati truffa, per usura bancaria, per attentato alla Costituzione, per favoreggiamento etc. hanno coinvolto pochi ma decisi attivisti che in taluni casi hanno aperto varchi importanti ed impensabili fino a pochi anni fa.

Tuttavia questo non basta più. Dobbiamo alzare il livello della sfida rendendo sistematica ed incessante l’azione di denuncia di qualsiasi azione materiale o potenziale che i dirigenti pubblici, i politici ed i grandi speculatori compiono in violazione degli articoli fondamentali della Costituzione, nonché di disposizioni di legge civile e penale.

Dunque, sotto la guida del Prof Paolo Maddalena, ispiratore del circuito “Attuare la Costituzione”, abbiamo costituito un Gruppo di intervento giuridico nazionale. Si tratta di uno dei passaggi fondamentali nella costituzione della forza popolare su cui stiamo operativamente lavorando da due anni e che culminerà con la tappa di “Attuare la Costituzione” di Napoli del 14 Maggio prossimo, a seguito della quale si darà una struttura operativa territoriale.

Abbiamo compreso che per combattere efficacemente la speculazione finanziaria, che sta distruggendo il nostro popolo ed il nostro territorio, non basta diffondere le idee ma è necessario agire sul piano giudiziario per difendere l’appartenenza del territorio al popolo e rendere effettivo il principio che gli amministratori pubblici sono gestori e non proprietari dei beni.

Pizzarotti: "Indebitamento del Comune ridotto del 60%, missione compiuta"

L’assessore al Bilancio Ferretti: "A dicembre scenderanno a 325 milioni". Il 22 aprile la presentazione del programma di Effetto Parma

Il debito del gruppo Parma (Comune più società partecipate) si attesterà a fine anno attorno ai 325 milioni di euro. Questa la stima dell’assessore al Bilancio Marco Ferretti, dopo che nei giorni scorsi il Consiglio comunale ha dato il via libera al piano per la chiusura delle società Alfa, Casadesso, MetroParma e la controllante Stt.

"Missione compiuta" commentano all’unisono il sindaco Federico Pizzarotti e il delegato nella conferenza stampa che si è svolta in municipio, per presentare i risultati ottenuti per contenere l’indebitamento

"Arrivare a un calo del 60% - ha detto il primo cittadino - questo è Effetto Parma. Ci siamo trovati di fronte a una situazione difficile, tanto che si parlava di predissesto dell’ente e l’abbiamo gestita in modo corretto, senza tagliare i servizi. Se nell’attuale campagna elettorale non si discuterà di default lo si deve al nostro lavoro. Siamo riusciti a ridare credibilità e stabilità economica alla città".

Ferretti ha illustrato la situazione del gruppo Parma. Nel 2011, secondo i dati del bilancio consolidato, l’indebitamento era di 807 milioni di euro. "Nel 2015 abbiamo registrato una riduzione del 50%, con una cifra intorno ai 400 milioni di euro. Al 31 dicembre 2017, una volta concluse le azioni legate al piano di Stt, contiamo di arrivare a 325 milioni di euro. A fine 2018 la stima è di scendere sotto i 300 milioni di euro".

In pratica, da una situazione di partenza di 807.832 milioni di euro nel 2011, il debito consolidato del Gruppo Parma, al netto delle elisioni infragruppo, è sceso a 400.874 milioni al 31 dicembre 2015, ridotto esattamente del 50,38%. E nel 2017 calerà ulteriormente al 60% dell’indebitamento ereditato a inizio mandato.

La Francia è ancora coloniale detiene le riserve auree di 14 stati africani

Parigi detiene le riserve auree di 14 stati africani

Quella che state per leggere non dovrebbe essere una notizia. Perché è una cosa che accade da molto tempo, esattamente dal 6 dicembre 1945. Cioè da quando la Francia ratificò gli accordi di Bretton Woods. Eppure lo è, perché nonostante spieghi molte cose è un dato che le opinioni pubbliche del mondo occidentale ignorano.

Luigi Chiarello

Veniamo al punto: 14 paesi africani ancora oggi hanno come valuta il franco francese. Sì, avete capito bene: nonostante non esista più, perché sostituita dall'euro, la moneta di questi 14 stati è il franco francese, come ai tempi delle colonie. Di più: a garantire agli stati africani la convertibilità con l'euro di questa valuta non è la Banca centrale europea, no è il ministero del Tesoro francese. Stupiti? Beh, adesso viene il meglio: almeno il 65% delle riserve nazionali di questi 14 paesi sapete dove sono depositate? Sempre presso il dicastero del Tesoro transalpino, che, proprio in tal modo, si fa garante del cambio monetario. In sostanza, la Francia ha a sua disposizione le riserve nazionali delle sue ex colonie. Che, per essere sbloccate su richiesta dei legittimi proprietari, necessitano del preventivo via libera di Parigi.

14 paesi africani costretti a pagare tassa coloniale francese

Quando Sékou Touré della Guinea decise nel 1958 di uscire dall’impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del paese, l’elite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse: scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.

L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie che il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto.

Lentamente la paura serpeggiò tra le elite africane e nessuno dopo gli eventi della Guinea trovò mai il coraggio di seguire l’esempio di Sékou Touré, il cui slogan fu “Preferiamo la libertà in povertà all’opulenza nella schiavitù.”

La mappa del nuovo azionariato Unicredit: il 72% in mano a fondi esteri. Montezemolo lascia la vicepresidenza

DAL NOSTRO INVIATO

 Marco Ferrando

ROMA - Il 62% in mano agli istituzionali, quasi interamente esteri, un altro 10% in mano ai fondi sovrani, tra cui Aabar che è unico socio oltre il 5%. Eccola qui la “nuova” UniCredit che si è palesata oggi in assembleaa Roma, due mesi dopo la conclusione dell'aumento di capitale da 13 miliardi. Che, con la sua valanga di nuova carta, ne ha modificato strutturalmente la fisionomia della proprietà: le Fondazioni, in passato padrone indiscusso della banca, oggi hanno in mano il 6% del capitale, mentre al retail - cioè i piccoli risparmiatori - è restato il 13% del capitale, meno della metà del 28,8% che veniva loro attribuito a fine novembre, secondo i dati che persistono sul sito della banca.

Perso mezzo miliardo su Alitalia

Nei numerosi interventi dei soci a tenere banco è l'oneroso aumento da 13 miliardi, che peraltro ha assottigliato il nucleo dei soci storici, la partita dei Non performing loans e alcuni casi specifici, come Alitalia. «Abbiamo perso mezzo miliardo, tanti soldi», ha detto al riguardo il direttore generale, Gianni Papa: «Abbiamo sostenuto la compagnia in passato e vogliamo continuare a farlo in futuro, ma a patto che ci sia un piano sostenibile sul lungo periodo». 

Molta amarezza dai piccoli risparmiatori, nessun intervento dai grandi soci, e alla fine sia i conti della “vecchia” UniCredit, che ha chiuso il 2016 in rosso per quasi 12 miliardi, sia gli altri punti all'ordine del giorno passano con percentuali quasi plebiscitarie; unica nota, le Fondazioni CrTorino e CrTrieste si sono astenute quando c'è stato da votare sulla politica di remunerazione e sugli incentivi, mentre alcuni fondi si sono espressi in senso contrario.

Istat: in Italia in 4,5 milioni in povertà assoluta. Pil pro capite: -24% sulla Germania

Il mercato del lavoro recupera, ma solo la Grecia fa peggio per tasso di occupazione. E la quota di tempi determinati non viene scalfita. Le imprese arrestano la perdita di competitività, ma l'Italia resta in fondo alla graduatoria

MILANO - "Cento statistiche per capire il Paese in cui viviamo" e scoprire ancora una volta che dal punto di vista economico tante persone non se la passano bene. E' quello il titolo alla consueta pubblicazione che l'Istat dedica all'Italia, fotografandola in numeri e in settori trasversali. Tra le cifre che balzano subito all'occhio ci sono quelle su povertà e lavoro: sono più di 8 milioni gli italiani poveri, dei quali circa 4 milioni e mezzo vivono in condizioni di povertà assoluta, non possono cioè acquistare il minimo indispensabile per vivere.

LEGGI. Prende forma il reddito di inclusione

Il ritardo sull'Europa. Gli statistici partono da un'amara considerazione: anche se gli indicatori nel complesso migliorano, i passi avanti italiani sono sempre meno di quelli dei partner europei con l'esito di sfigurare in una comparazione continentale (salvo qualche eccellenza). Questo è vero soprattutto per i mali storici del Belpaese: la produttività, l'economia della conoscenza, della formazione e il mercato del lavoro. Una menzione positiva va all'eccellenza agroalimentare e alle imprese del settore, così come la tutela dell'ambiente e i progressi fatti sul fronte della sostenibilità e dell'energia. La salute e il welfare sono buoni, ma la demografia ci gioca contro: l'indice di vecchiaia è secondo solo alla Germania.

Consiglio comunale di Parma, approvato il piano per chiudere Stt e le partecipate

Il piano finanziario e gestionale per chiudere Casadesso, MetroParma, Alfa e la controllante Stt è stato approvato dal Consiglio comunale. Il documento è passato con i soli voti della maggioranza, mentre la minoranza ha votato in ordine sparso, con tre contrari e otto astenuti, tra i quali il gruppo del Pd.

I dettagli dell’atto, che prevede di chiudere le società entro la fine dell’anno, erano già emersi nella seduta della commissione Patrimonio dello scorso 12 aprile. Il piano, secondo la proposta dell’amministratore unico di Stt Luigi Bussolati, comporta la vendita di parte delle azioni Iren (52,2 milioni di azioni per un valore di circa 65,2 milioni a febbraio 2011) ora che sono a un valore di massimo storico (ma dopo aver incassato i dividendi) in modo da avere abbastanza liquidità da coprire i 31,7 milioni di euro di debito bancario.

Successivamente si prevede di avviare una contrattazione per la ridefinizione delle esposizioni, ottenendo più tempo per vendere il patrimonio immobiliare o per farlo tornare al Comune, senza il timore di “aggressioni” da parte dei creditori. Tra gli obiettivi anche quello di ripianare il debito di 17,6 milioni che la società ha verso l’ente e quello di tre milioni nei confronti dei fornitori. Una volta concluse le operazioni, la holding potrà essere liquidata. Stesso destino per Casadesso, MetroParma e Alfa. Come scadenza è stato indicato il mese di dicembre.

Fisco: Cgia (Confederazione Generale Italiana degli Artigiani), no a più Iva per riduzione cuneo sul lavoro

'Questa operazione non sarebbe a somma zero'

(Ansa) "No all'aumento dell'Iva in cambio della riduzione del cuneo fiscale. Questa operazione, infatti, non sarebbe a somma zero. Se a seguito di un'eventuale riduzione del costo del lavoro i vantaggi economici ricadrebbero su imprese e/o lavoratori dipendenti, il rincaro dell'Iva, invece, lo pagherebbero tutti. In particolar modo i più deboli, come i disoccupati, gli inattivi e i pensionati che, invece, dal taglio delle tasse sul lavoro non beneficerebbero, almeno direttamente, di alcun vantaggio". A dirlo è il coordinatore dell'Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo dopo l'intervista di Pier Carlo Padoan al Messaggero, nella quale il ministro dell'Economia aveva definito "un'opzione sostenuta da buone ragioni" il suggerimento arrivato da ultimo anche dall'Ocse di finanziare un taglio del costo del lavoro attraverso un aumento dell'Iva.

    "Vista la situazione dei nostri conti pubblici - conclude Zabeo - è molto probabile che il Governo con la prossima legge di bilancio non sarà in grado di recuperare tutti i 19,5 miliardi necessari per evitare che, dal 2018, l'aliquota Iva del 10 passi al 13 e quella del 22 al 25 per cento. Ricordo che un aumento di un punto dell'aliquota ridotta costa agli italiani poco più di 2 miliardi e quella ordinaria 4. Pertanto, non è da escludere che dei 19,5 miliardi l'esecutivo sia in grado di sterilizzarne solo una parte. E visto che la spesa corrente al netto degli interessi è destinata ad aumentare ancora e gli effetti della spending sono molto contenuti, la quota rimanente dovrà essere recuperata con nuove entrate, ad esempio con la rivisitazione delle deduzioni e delle detrazioni fiscali e con un aumento parziale delle aliquote Iva".   

Larry Fink, il capo della più grande società d’investimento al mondo (la BlackRock) crede che il mercato azionario sia sopravvalutato

Larry Fink, l’amministratore delegato di BlackRock, che con 5.100 miliardi di dollari è il più grande investitore del mondo, ha suonato il campanello d’allarme per il mercato azionario statunitense.

Dalla vittoria del presidente Donald Trump nel mese di novembre, i titoli azionari statunitensi hanno raggiunto nuove vette grazie in parte all’ottimismo che ha travolto gran parte di Wall Street.

Leggi anche: Dove andrà la Borsa di Wall Street dopo lo schiaffo a Trump sull’Obamacare

L’indice S&P 500 è in crescita del 10,9% dall’8 novembre, giorno delle elezioni.

L’indice S&P 500 del settore finanziario ha guadagnato il 18,9%, spinto dalle proposte del presidente di una riforma fiscale, deregolamentazione, e incentivi fiscali.

In un’intervista con la CNBC giovedì mattina, Fink ha detto che il prezzo alto delle equity statunitensi non corrispondeva alle condizioni presenti nell’economia e nel mercato.  

“Non abbiamo la riforma fiscale che stavamo aspettando” ha detto Fink. “Se non vediamo una reale deregolamentazione, credo che i mercati avranno una sorta di battuta d’arresto”.

Leggi anche: Ora i gestori scoprono il ‘Trump gap’, ovvero la distanza tra promesse e fatti del presidente Usa

Ha aggiunto che l’economia americana stava rallentando e che sarebbe cresciuta probabilmente meno dell’1,5%. “In realtà credo che nel primo quadrimestre, gli Stati Uniti potrebbero essere l’economia più lenta nel G7” ha detto.

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