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La vita sta cambiando pelle

Opinioni Interviste Inchieste

Opinioni Interviste Inchieste: Opinioni interviste inchieste con il contributo di redattori volontari che possono inviare i loro scritti a luigiboschi@gmail.com

Perché lo Stato è responsabile della ludopatia crescente

 Germano Milite 

Capiamo i giocatori perché siamo giocatori”, o ancora “se puoi bluffare te stesso, allora puoi bluffare chiunque”. E poi c’è il volto rassicurante e sornione dell’amatissimo (almeno a Roma) Claudio Amendola, che con tono convinto e smargiasso afferma: “Io sono membro del più grande gruppo di scommesse al mondo” praticamente in loop durante le non poche pause pubblicitarie di Sky.

A queste pubblicità che ci vengono ossessivamente proposte ovunque: tv, pay tv, giornali, radio ed anche testate online, si aggiungono quelle con i vari “Turista per sempre”, “Vinci Casa/Win For Life”, che pure rappresentano oramai una costante nella comunicazione promozionale giornaliera di ogni canale mediatico esistente.

Insomma: se un tempo erano le sigarette a campeggiare su cartelloni, auto da corsa e persino tra le labbra di grandi star che recitavano nei film più famosi, oggi è il gioco d’azzardo a farla da padrone in ogni dove, senza la minima decenza e con la patetica vocina “avanti veloce” che recita: “Il gioco è vietato ai minori e può causare dipendenza patologica”.

Ed è ridicolo che questa possibile dipendenza patologica, in realtà sempre più diffusa e strettamente correlata a disoccupazione, precarietà e basso livello di Istruzione, sia citata frettolosamente e sciattamente al termine di questi spot compulsivamente mostrati. A quel punto sembrando quasi una beffa. Come un oste che ti offre continuamente da bere, circondato da pubblicità ammiccanti con vip attaccati alla bottiglia e poi, mentre tracanni il tuo quarto bicchiere, ti dice: “Sì, ma non esagerare che potresti anche ubriacarti”.

LA RICERCA: LUDOPATIA, DISOCCUPAZIONE ED USURA IN UN MIX LETALE

8 Marzo del 1993 - Auriti denuncia la Banca d'Italia

Il professore profeta che anticipò, in tempi non sospetti, il disastro economico-monetario  dei nostri giorni

L’8 Marzo del 1993 ricorre l’anniversario della denuncia fatta dal Prof. Giacinto Auriti alla Banca D’Italia. Il docente universitario di diritto, è stato il primo  a denunciare pubblicamente la truffa dell’emissione monetaria ai danni del popolo.
Per ricordare questo suo atto riporto integralmente   una registrazione  di un’intervista concessa da Auriti a Radio Radicale nel 2000, che non ha avuto nessun seguito nei mass media nonostante la gravità delle dichiarazioni rilasciate dal professore.
A distanza di più di vent’anni, siamo tutti obbligati  a riflettere profondamente  sulle sue parole,  perché  da uomo che conosceva benissimo i sistemi che dominano il modo, fece dichiarazioni profetiche che oggi nessuno può contestare.
Pertanto il suo messaggio rimanendo  costantemente  attuale deve essere continuamente divulgato per far si che penetri nelle coscienze di tutti, indistintamente dal credo politico o religioso che sia.
Per chi volesse ascoltare il messaggio dalla sua stessa voce questo è il link di riferimento:
(https://www.youtube.com/watch?v=z9CnDC6PX34)

Golpe Di Stato: La Lista Nera Dei Traditori Della Patria

Golpe di stato: la lista nera dei traditori della patria

Di Alessandro De Angelis

Se ci troviamo, come dimostrato nei precedenti articoli, sotto un regime di dittatura da parte dell'oligarchia bancaria, dove la BCE e la Commissione Europea decideranno le politiche sociali degli stati, imponendo loro tasse e licenziamenti, lo dobbiamo a una strategia che parte da lontano nel tempo e che si è potuta estrinsecare grazie all'aiuto di politici con loro collusi.

DA MONTI A RENZI, L’ITALIA È SCHIAVA DELLA TIRANNIA EUROPEA

Era il novembre del 2011 quando una concentrazione di forze sovranazionali (UE, BCE e FMI) – ben appoggiate al nostro interno (Presidente della Repubblica, opposizione e parte della maggioranza parlamentare, Presidente della Camera e giornaloni come Il Sole 24 Ore che titolo’ “Fate Presto!“) – compivano in Italia un vero e proprio COLPO DI STATO che – come ha evidenziato il mio amico prof. Paolo Becchi nel suo bellissimo libro “Colpo di Stato permanente” – non si è svolto come i tradizionali colpi di Stato del passato ma ne ha prodotto i medesimi risultati, con connotati tipici sorprendentemente similari. Pur essendo stata rispettata la COSTITUZIONE FORMALE, è stata violentata la COSTITUZIONE MATERIALE!

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che aveva vinto le elezioni politiche del 2008, fu costretto a rassegnare le dimissioni (peraltro senza mai essere stato sfiduciato dal Parlamento) per fare posto ad un Governo tecnico presieduto dall’ex commissario europeo – e da qualche giorno (non a caso) senatore a vita – prof. Mario Monti.

Motivo del cambio di Governo? Ai polli fu fatto credere che la ragione principale fosse lo spread (che aveva superato i 500 pt. base), ma in realtà i veri motivi furono altri!

In merito alla questione del ricatto/imbroglio rappresentato dallo spread alcuni mesi fa scrissi un articolo che vi invito a rileggere (https://scenarieconomici.it/menzogne-sullo-spread-non-facciamoci-prendere-in-giro-giuseppe-palma/), per cui – spread a parte – andiamo a vedere quali sono stati i veri motivi del COLPO DI STATO del novembre 2011.

Il debito pubblico italiano: la truffa è servita

Secondo tecnocrati finanziari, élite politiche e media mainstream, la vorticosa ascesa del nostro debito pubblico – 2.217,7 miliardi al 31 dicembre 2016 – dipenderebbe dal fatto che per decenni tutte e tutti noi abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Ma l’analisi dei dati storici e attuali ci mostra una realtà molto diversa da quella raccontata dalla narrazione prevalente. Proponiamo un capitolo dal volume "Dacci oggi il nostro debito quotidiano. Strategie dell’impoverimento di massa" di Marco Bersani (DeriveApprodi), in questi giorni in libreria.

di Marco Bersani

La spirale del debito pubblico tra ideologia e realtà

Al 31 dicembre 2016, il debito pubblico italiano è risultato pari a 2.217,7 miliardi, con un rapporto debito/Pil pari a 132,8%. Si tratta, a dispetto dei proclami di tutti i governi sulla priorità assoluta della riduzione del debito pubblico, di una continua ascesa, che, se collocata nel medio periodo, corrisponde a un innalzamento di 30 punti percentuali del rapporto debito/Pil negli ultimi 10 anni (102,7% a fine 2006).

Come sempre, poiché un elemento essenziale della relazione creditore/debitore è l’interiorizzazione della colpa da parte di quest’ultimo, le spiegazioni che i tecnocrati finanziari, le élite politiche e i media mainstream danno di questa ascesa del debito pubblico, vertono sull’idea che per decenni tutte e tutti noi abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e che continuiamo a farlo, sperperando e sprecando risorse, invece di renderci finalmente consapevoli di come la ricreazione sia finita da un pezzo.

Pasqua come esodo dall’errore e dall’orrore

Caravaggio: La "Flagellazione di Cristo"

L’amore invecchia con noi e lo capisci dopo l’orrore delle ingiustizie, delle vendette, delle vanità. Dio solo è la nostra speranza nella vita errante

A seguito di un mio "augurio di Buona e Santa Pasqua", Ricevo, da un compagno di scuola, verso sera del giovedì Santo, uscendo dalla Chiesa di San Rocco a Parma, dedicata dal 1910 alla Madonna di Lourdes, un messaggio pasquale inconsueto, ricco di cultura, come lui è sempre stato, mai banale:

Veronica Barteri, insegnante: Se ci tolgono il desiderio in ciò che facciamo

Concita De Gregorio

Grazie a Veronica Barteri, insegnante

Qualche giorno fa su questo giornale il giovane sindaco di Ravenna, Michele De Pascale, mi diceva: la sinistra ha perso anche perché ha lasciato per strada una generazione. Ricevo ogni giorno decine di lettere dalla generazione fantasma. Questa di Veronica è una.

« Sono una docente di lettere delusa e amareggiata da quello che sta succedendo nel nostro Paese. Arrivata a quarant’anni senza la possibilità di crearmi una famiglia per una continua situazione di precariato, sono giunta a tal punto di saturazione, rabbia e avvilimento, che spesso sono presa dall’istinto di lasciare tutto e andarmene. Laureata con pieni voti ormai da più di 15 anni, ho iniziato la mia lunga gavetta con le prime supplenze nel 2006, conosco tutti i generi di scuole, medie e superiori, private e pubbliche, periferiche e centrali. Ho frequentato due anni di corso di abilitazione presso la Terza Università di Roma ( costo: duemila euro) con la promessa di entrare nelle graduatorie a esaurimento. Invece grazie alla riforma della Buona Scuola ho dovuto sostenere anche il concorso del 2016. Non sono serviti neanche i ricorsi avviati da sindacati nazionali.

LE GIUSTIFICAZIONI DI CHI MANGIA ANIMALI

a Tavola

LE GIUSTIFICAZIONI DI CHI MANGIA ANIMALI

Franco Libero Manco

Anche la pianta soffre e voi vegetariani mangiate molte piante.

E’ vero, ma la quantità di piante che mangia un manzo per produrre un solo kg di carne è mille volte di più. Dire che anche la pianta soffre per giustificare se stessi alla disponibilità a rinunciare alla carne è solo una patetica scappatoia. Cioè: si usagiustificare la mancanza di rispetto per gli animali perché la pianta è in grado di soffrire. E’ il solito ritornello di chi ritiene inutile fare poco dal momento che non è possibile fare tutto, che è come dire: è inutile sfamare un singolo indigente dal momento che non si può abolire la fame nel mondo; oppure che dal momento che la città è sporca lascio pure la mia immondizia sul marciapiede; e ancora: siccome l’aria è inquinata allora fumo due pacchetti di sigarette al giorno.

Questa logica porta alla giustificazione di qualunque delitto. In guerra il soldato uccide perché così farebbe il suo nemico; il ladro ruba pensando che tutti sono disonesti; c’è chi rifiuta di fare l’elemosina al barbone anteponendo i tanti problemi personali e c’è chi rinuncia a qualunque rispetto per gli animali dal momento che ci sono tanti bambini che muoiono di fame.

Genova Regione, 3 ospedali in appalto ai privati: operazione da 385 milioni di euro

Ospedale Santa Maria di Misericordia” di Albenga

Guido Filippi

Genova - La svolta è epocale e si concretizzerà entro un anno: tre ospedali pubblici in mano a uno o più gruppi privati per almeno sette anni (più cinque di possibile proroga): la prima mossa di un’inversione di rotta sulla sanità privata. Che ora in Liguria gestisce 291 posti letto, di cui solo 123 (l’equivalente di cinque reparti del San Martino) sono per i ricoveri in tre strutture, mentre il resto è riservato alla riabilitazione. Adesso si cambia rotta e si parte dagli ospedali di Albenga, Cairo Montenotte e Bordighera: un’operazione da 55 milioni di euro all’anno e da 385 milioni di euro per i primi sette anni; queste sono le cifre che la Regione è disposta a spendere per la privatizzazione. Gli sconti, al momento di aggiudicare l’appalto sono sempre graditi, anche se il requisito principale resta la copertura dei servizi.

Tre strutture con caratteristiche diverse che la Regione, per problemi di costi, ha deciso di affidare in gestione ai privati con due bandi: per Albenga e Cairo Montenotte è disposta a spendere fino a 40 milioni l’anno e 15 per Bordighera, mentre ora il costo complessivo è di circa 65 milioni. Due le esigenze: risparmiare - l’obiettivo è almeno 10 milioni l’anno - e garantire, per una scelta politica e di consenso, risposte ai malati anche nei piccoli centri, cosa che negli ultimi tempi succedeva a singhiozzo; pazienti ricoverati e poi trasferiti in altri ospedali per mancanza di medici o apparecchiature.

Intervista a Carlo Vitali: "Cattivi maestri, pessimi allievi"

 Christian Gottlob Neefe, il vero maestro di Beethoven, non Andrea Luchesi

*“Musica”, n. 294, marzo 2018
Cattivi maestri, pessimi allievi
Intervista di Nicola Cattò a Carlo Vitali 

Da mesi Carlo Vitali porta avanti una battaglia, con altri illustri colleghi, volta solo alla difesa della verità storica, contro il pernicioso virus diffuso da due autoproclamatisi «musicologi» valtellinesi che, con due poderosi volumi dedicati a Mozart, hanno riesumato vecchie tesi legate ad Andrea Luchesi. Ecco dunque che lo stesso Vitali risponde con dovizia di dettagli ad alcune domande che fanno chiarezza sulla situazione, recensendo altresì una pubblicazione discografica del Requiem del Luchesi. 

Quando nasce il “caso Luchesi” nella musicologia italiana? Chi lo porta avanti? Di cosa si tratta, in breve?

Ancora nel 1978 una vasta compilazione enciclopedica come La musica italiana nel Settecento di Roberto Zanetti classificava Andrea Luchesi nella categoria dei “minimi”. Fino a quella data e oltre, la letteratura sul compositore veneto constava di contributi in lingua tedesca, per nulla riduttivi nei suoi confronti. L’anno della svolta è il 1994, quando Giorgio Taboga, professore di matematica ignaro di musica per sua stessa ammissione, pubblicava una monografia che, ricorrendo a catene di illazioni non supportate, citazioni travisate e stile tribunizio, disegnava una figura grottescamente ingigantita sul piano biografico e artistico: Andrea Luchesi. L'ora della verità, Ponzano Veneto, 1994.

Quali valori culturali sono presenti nel modello d'integrazione alla francese

Edoardo Natale

Con l'intento di analizzare il modello francese d'integrazione emerso dall'introduzione del pensatore Dino Costantini in “ Multiculturalismo alla francese” ho cercato di cogliere le implicazioni di natura culturale presente nell'analisi molto densa offerta dal lavoro di Costantini.

I valori culturali presenti nel modello d'integrazione alla francese delle persone immigrate possono essere ricondotti ad un concetto paradossale che si potrebbe denominare una " disintegrazione" per meglio integrare le persone come individui isolati, privati da peculiari appartenenze culturali all'interno dello spazio sociale. In un contesto culturale dove prevale un forte evitamento dell'incertezza e dove la dimensione di tipo “ collettivismo” con il parametro che vede le persone aderire a delle famiglie allargate deve essere ridotto in modo da implementare la dimensione di rigido “ individualismo” dove tutti sono tenuti a badare a se stessi, gli altri sono considerati come individui e non come membri di tipo “ in-group” o “ out-group”.

Le varianti culturali presenti nella comunicazione interculturale

edoardo natale

Partendo dal materiale del sociologo Claudio Baraldi in merito al tema della comunicazione interculturale, ho pensato di adoperare le categorie della dimensione culturale o varietà culturale come quadro di riferimento per capire quali siano gli elementi culturali in questione in palio nella promozione della comunicazione interculturale all'interno del sistema socioculturale italiano. La comunicazione interculturale presenta delle controversie perché il sistema culturale italiano sente come fonte di minaccia questa comunicazione interculturale perché il sistema culturale è incentrato sull'orientamento temporale a breve termine perché le tradizioni o prassi di lavoro sono sacrosante così come un alto grado di distanza sociale è da preservare all'interno della società ospitante perché la gerarchia sociale va percepita come di tipo esistenziale, bisogno di mantenere il principio che vede gli altri come “ in-group” o “ out-group”. I lavori del sociologo Baraldi mettono in luce come la comunicazione sia incentrata sulla presenza delle differenze come presupposte con l'ausilio del concetto di variabilità culturale e con la costruzione delle differenze. In pratica, il mondo odierno costruisce le differenze senza esplicitare le varianti culturali che sono alla base di tali differenze. La costruzione delle differenze in questo modo diventa più facile da realizzare data l'assenza di sottolineatura dei vari presupposti culturali. In questo modo, la dimensione culturale di forte evitamento dell'incertezza viene garantita tramite il principio in cui la differenza è vista come pericolosa. La costruzione della differenza consente di enfatizzare l'appartenenza ad un dato gruppo con la creazione di un “ noi di tipo coscienzioso”.

De Masi: “M5s alleato della Lega sarebbe contro natura”

DI PAOLO G. BRERA

"Si trovano sempre punti comuni, ma sono più le distanze"

ROMA. Ecco, Di Maio ha vinto le elezioni e ha subito smesso di parlare del reddito di cittadinanza. Ora parla di Fornero, Welfare per le famiglie, disoccupazione... Domenico De Masi, sociologo, è tra gli intellettuali più vicini al M5S. 

Se lo aspettava?
“In questa fase anche lei ed io, se fossimo in ballo, eviteremmo di scoprire le carte. Cercano di capire cosa possono fare, più che dire cosa vogliono. Non puoi capire cosa faranno da ciò che dicono ora”.

Intanto flirta con Salvini: commetteranno il peccato originale?
“Hanno due basi di riferimento diverse, cui hanno fatto promesse diverse. Alcuni dicono esistano forti affinità, a me non sembra. Il M5s ha vinto promettendo lavoro, reddito di cittadinanza, riduzione dei costi della politica e lotta alla criminalità organizzata; al Nord interessa la difesa dei diritti acquisti, il lavoro che già esiste, le politiche sull’immigrazione e la sicurezza: temi molto più presenti nel programma della Lega rispetto a quello del M5S”.

Ma è accettabile che si mettano insieme definendo obiettivi comuni?
“No, è contro natura. Contraddice le basi e i programmi. Si trovano sempre punti comuni, ma sono più le distanze. Sarebbe naturale andassero al governo le destre, che hanno vinto con la coalizione, e il M5S facesse opposizione”. 

Hanno trovato l’accordo sui presidenti: possono riuscirci anche per l’esecutivo?
“Beh, ma è diverso. Anzi, Camera e Senato spesso sono andate una al governo e una all’opposizione, pensi a Nilde Iotti che presiedeva Montecitorio con la Dc al governo. Hanno rispettato le previsioni”.

Si stupirebbe se governassero insieme? Sarebbe un errore?

L’Italia a rischio per la fragilità della Germania

Negli anni recenti la politica italiana ha trovato il suo massimo punto di riferimento nella Germania di Angela Merkel. Sotto tale aspetto Berlino ha ereditato la funzione che in precedenza era stata di Washington, al punto che dichiararsi pro-Europa equivale il più delle volte all'essere pro-Germania. Non a caso alle disavventure di Berlusconi prima del 2011 contribuirono gli screzi con la cancelliera tedesca (oltre che con il francese Sarkozy), mentre oggi la sua ritrovata fortuna coincide con il buon rapporto instaurato con la medesima personalità nella comune adesione al Ppe. Mario Monti non faceva mistero del favore accordatogli dal governo di Berlino. Enrico Letta si è mosso sulla stessa linea, idem Matteo Renzi. E pochi giorni fa il presidente del Consiglio Gentiloni è volato nella capitale tedesca per scattare una preziosa "photo opportunity". La stessa formula delle "larghe intese" si ispira in modo palese alla grande coalizione fra Cdu-Csu e Spd cui i tedeschi fanno ricorso nei momenti di difficoltà.

Il Pd a rischio estinzione

Quando una forza politica subisce una sconfitta cocente, ha bisogno di tempo per riordinare le idee. Per uscire dal rimbombo della disfatta. Ma quello del Partito democratico non è un semplice smacco elettorale. È qualcosa di più. Tocca il concetto stesso della sua esistenza.

Come è capitato in quasi tutti i Paesi europei, la sinistra è caduta in una crisi profondissima. Ma a differenza di tutti gli altri grandi Paesi del nostro Continente, solo in Italia - lo dimostrano le elezioni dei presidenti di Camera e Senato - ha vinto il fronte populista nel suo insieme. La singolarità di questo dato mette in discussione appunto la natura stessa di questo partito. Il Pd sta correndo sul filo dell'estinzione senza accorgersene. La dinamica con cui si è arrivati alla scelta delle due principali cariche parlamentari è solo parzialmente giustificabile con il peso elettorale conquistato alle elezioni. Sul centrosinistra incombe una vacuità politica che sterilizza ogni prospettiva e riduce tutto a mera tattica. Il voto del 4 marzo ha di fatto disegnato un nuovo sistema dei partiti, e i Democratici appaiono preoccupati soprattutto di tutelare la ridotta in cui sono precipitati. Imbalsamati, bloccati dai veti interni, paralizzati dalla semplice interdizione e dalla "fraterna" delegittimazione. Una palude in cui spiccano il potere di veto esercitato dall'ex segretario Renzi e la paura di tutti gli altri.

Nel 1994 il Ppi di Martinazzoli, erede della Dc, passò dal 29 per cento, ottenuto due anni prima, all'11 per cento. Venne travolto dalla novità berlusconiana. Non capì cosa fosse accaduto e quale evoluzione stesse segnando la politica e la società. Rimase fermo per troppo tempo a contemplare la fine di una stagione, non mise in campo rapidamente una reazione e di fatto morì.

Luciano Barra Caracciolo: TANTO IL PARLAMENTO NON CONTA

Nota Biografica

Luciano Barra Caracciolo: è stato magistrato ordinario dal 1985 al 1989. Nel 1990 diviene magistrato amministrativo presso il TAR Piemonte, e nel 1993 passa al Consiglio di Stato come vincitore di concorso. Nel 1992/1993 è componente elettivo del Consiglio di Presidenza della giustizia amministrativa come magistrato del Tar. Consigliere giuridico del Ministro della funzione pubblica nel 1994 e nel 1995. Capo di gabinetto, del Ministero per gli italiani nel mondo nel 1994. È stato visiting scholar presso l'University of California in Los Angeles UCLA, per l'anno 1996, nel corso del quale ha condotto studi sulla funzione amministrativa negli Stati Uniti. Componente della Commissione per l'elaborazione di una legge di riordino delle Autorità indipendenti nominata dal Ministro della funzione pubblica nel 1997. Esperto presso il Nucleo della semplificazione dell'attività amministrativa presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, in posizione di fuori ruolo, dalla fine del 1999 al marzo 2001. Vice Segretario generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri dal maggio 2001 al marzo 2005. È stato componente del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa dal 2009 al 2013.[1] È dal 2010 presidente di sezione del Consiglio di Stato[2].

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