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La vita sta cambiando pelle

Opinioni Interviste Inchieste

Opinioni Interviste Inchieste: Opinioni interviste inchieste con il contributo di redattori volontari che possono inviare i loro scritti a luigiboschi@gmail.com

Tumori in montagna

Sta morendo un mio amico di tumore all'esofago. In montagna.
Vi sottopongo un fenomeno che sta capitando lassù sempre più spesso. Molta gente, neanche tanto vecchia ( dai 50 ai  70 anni) se ne va in quel modo.
Abbiamo calcolato che circa il 75% delle morti è per tumore. La casistica presenta anche caratteristiche di ripetizione familiare del male.
Ci siamo anche chiesti quale possa essere l'origine familiare dei tumori. La risposta, fra le tante possibili, è il riscaldamento a legna.
La combustione della legna, senza adeguati sistemi di filtraggio, produce in termini massivi benzopirene e diossine, noti fattori cangerogeni.
Generazioni dopo generazioni di famiglie nei paesi di montagna hanno assorbito tali sostanze, morendone e trasmettendo ai congiunti la possibilità
di sviluppare il male medesimo.
Ho esposto un paio d'anni fa all'autorità sanitaria provinciale il fenomeno e l'insieme dei dati per i vari paesi del comune di Monchio.
Il loro interessamento è stato meramente formale. Mi hanno contattato per capire quanto ne sapevo, rispondendomi che l'indagine statistica corretta
richiede almeno vent'anni e che quindi non era il caso di generalizzare e creare allarmismo.
Vi propongo di contribuire a raccogliere dati in modo sistematico, paese per paese, negli ultimo 5 anni. 07/12/2017

Giuliano Serioli

Il cambiamento climatico, un tema “caldo” anche per i nostri portafogli

Senza un’azione immediata e coordinata, il costo del riscaldamento globale potrebbe arrivare al 5% del PIL globale ogni anno e al 20% nello scenario peggiore.

 

Il 2016 è stato l’anno più caldo sulla Terra da quando se ne tiene traccia (dal 1880) e il 2017 è stato il 41esimo anno consecutivo in cui la temperatura globale si è attestata al di sopra della media del 20esimo secolo.

Il riscaldamento globale – causato integralmente dall’attività umana – è un problema reale e sta accelerando il passo: escludendo il 2017, tutti i 16 anni del 21esimo secolo sono stati tra i 17 più caldi della storia e i cinque anni più caldi in assoluto si sono registrati tutti dopo il 2010.

Conseguenze già visibili

Le conseguenze sono già visibili: uragani, inondazioni, ondate di calore e siccità stanno diventando molto più frequenti in diverse zone del pianeta. Basti pensare che nel 2016 si sono verificati stati 93 cicloni tropicali a livello globale contro una media annua di 82.

Il 2016 è stato il 37esimo anno di seguito in cui i ghiacciai si sono ritirati (di 832 millimetri per la precisione), mentre il livello del mare è salito in media di 82 millimetri dal 1993 a oggi (fonte: National Oceanic and Atmospheric Administration 2017) e potrebbe aumentare molto di più in futuro, si stima tra 30 e 122 centimetri entro il 2100 (fonte: US Global Change Research Program 2017).

Parallelamente, l’inquinamento sta diventando una delle principali minacce alla salute umana, con circa 18mila morti al giorno causate dalla cattiva qualità dell’aria che respiriamo, concentrate soprattutto nelle grandi metropoli dei Paesi emergenti.

Il Piccolo Principe e l'astronomo

Il Piccolo Principe e l'astronomo

Marco Vettori
marco.vettori.512@psypec.it
sito web

A COLLOQUIO CON L'INCONSCIO

Nel libro "il Piccolo Principe" Saint Exupéry scrive che gli uomini si lasciano attrarre dalle apparenze e, si uniformano all'opinione pubblica, sono stimati e ammirati. Uno scienziato turco, vestito con abiti esotici tipici del suo paese, si presenta ad un congresso internazionale, relaziona sulla scoperta dell'asteroide dal quale proviene il Piccolo Principe, ma nessuno dei presenti crede a quanto afferma. Allora l'astronomo si ripresenta elegantemente abbigliato  e la sua scoperta viene riconosciuta e approvata.

Saint Exupéry  annota che "i grandi" si occupano  con interesse più dei rapporti  economici dei loro simili  e lasciano "il sentimento" ai margini della loro esistenza....
C.G. Jung sottolinea  quanto ogni essere umano  deve "patire" per affermare se stesso   e come la società cerchi di sottomettere  l'individuo al formalismo e  alla burocrazia.

Jung chiama  "individuazione" il processo di formazione e di differenziazione dell'individuo come essere distinto dal collettivo. Tale processo comporta separazione, differenziazione e sviluppo delle qualità personali e disposizioni naturali con progressivo aumento della coscienza. Si oppone all'individualismo che comporta l'isolamento egoistico dalla società e favorisce l'acquisizione di una socialità più ampia e autentica. Se attuata in modo consapevole. Aiuta l'individuo a prendere coscienza delle proprie potenzialità e dei propri limiti.

UN PROGETTO INDUSTRIALE PER LA MONTAGNA

Giuliano Serioli

Il manifesto di Rete Ambiente Parma 

L'oggi desolante

La montagna parmense è un corollario di disastri.

Frane, frazioni abbandonate, strade interrotte e quasi sempre sfondate.

La frana di Capriglio, quella di Boschetto, quella di Pietta, sono lì a suggerirci che la nostra montagna è per sua struttura molto franosa.

Alla franosità si somma sempre più il cambiamento climatico, che oggi alle alte quote ha portato la pioggia a sostituirsi alla neve.

La neve per la montagna ha un effetto benefico fondamentale. Con la percolazione lenta all'interno della roccia permette la ricarica delle sorgenti ma, allo stesso modo, ricoprendo tutto e sciogliendosi lentamente, impedisce il dilavamento violento e massiccio causato dalle piogge limitando così l'innesco delle frane.

Con la crisi economica si va a sommare a questo il taglio massiccio dei boschi causato dalla speculazione sulla legna da ardere che determina le quantità di ettari di bosco da tagliare, non certo  per l'autoconsumo delle genti dei borghi, ma per gli introiti di chi la commercia.

Pesanti camion percorrono le strade delle valli, per portare chissà dove la legna tagliata, contribuendo  allo sfondamento del manto stradale e a rendere precaria la viabilità.

La devastazione in atto ricorda certe foto di inizio Novecento.

Il taglio generalizzato di interi versanti boschivi e la loro denudazione provoca dilavamento e asportazione del soprasuolo, innescando frane e accrescendo enormemente il trasporto solido dei torrenti, capace a sua volta di innescare altre frane lungo il corso dei rii.

La politica di prevenzione degli smottamenti messa in atto dalle amministrazioni è praticamente inesistente.

Un esempio significativo è stato il rifacimento della Massese.

Per combattere la corruzione italiana la battaglia da fare è prima di tutto culturale

SERGIO RIZZO

Simile alle manifestazioni più pericolose di criminalità, in molti casi anche la corruzione si è organizzata, coinvolgendo cerchie ampie e coese di corrotti, corruttori, complici e conniventi», dice Don Luigi Ciotti. «E a farne le spese sono i principi stessi su cui si regge una democrazia. Non può esservi uguaglianza nel diritto dei cittadini di accedere ai servizi sociali essenziali quando la pratica della corruzione trasforma l’amministrazione pubblica nel regno dell’arbitrio e del privilegio». Sono frasi tratte dalla postfazione a un libro che esce domani in libreria per Rizzoli.

Si intitola Pane sporco: le due parole che Francesco ha usato l’8 novembre del 2013 a Santa Marta in una durissima requisitoria contro la corruzione che ha aperto l’offensiva della Chiesa contro quella che lo stesso Papa ha definito “un male più grande del peccato”, come ricorda nella prefazione il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone.

Di questa offensiva le 231 pagine di Pane sporco sono una specie di manifesto, la cui stesura è stata affidata al filosofo Vittorio Alberti, coordinatore della consulta internazionale sulla giustizia.

Che affonda subito i colpi: «In Italia la corruzione è di sistema. La Repubblica, la società, come sono organizzate, determinano la corruzione che, anche nel suo legame con le mafie, non corrompe solo i suoi protagonisti, ma le relazioni generali. I corrotti sono l’effetto della causa che è, al nocciolo, nel funzionamento del nostro Paese». E a leggere queste pagine ispirate dalla denuncia di Francesco torna alla mente quel titolo dell’inchiesta di Manlio Cancogni sull’Espresso che scosse l’Italia nel 1955: “Capitale corrotta, nazione infetta”. Scrive Alberti: «La capitale d’Italia è pervasa dalla corruzione. Roma ne è ormai un prototipo anche culturale.

Breve panoramica storica sul concetto di cultura

cultura

Edoardo Natale
La lingua e la cultura sembrano avere un nesso evidente ma la sua dimensione resta sempre molto difficile da determinare. Per rendere questa operazione possibile si cercherà di capire bene cosa sia la cultura nel suo senso più ampio possibile.

Williams ( 1981) ha definito la cultura come l'intero modo di vivere di un popolo rifacendosi alla definizione classica di Edward Tylor ( 1871) dove:

la cultura, o civiltà, intesa nel suo senso etnografico, è quell'insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo come membro di una società.

In altri studiosi si è sottolineato il valore mentale e conoscitivo della cultura come nel caso di Goodenough ( 1964):

la cultura di una società consiste di qualunque cosa uno deve sapere o credere per operare in modo accettabile ai suoi membri... La cultura, essendo quello che la gente deve imparare, diverso dall'eredità biologica, deve consistere del prodotto finale dell'apprendimento: conoscenza nel senso più ampio possibile del termine. 

Nel lavoro di Rossi-Landi ( 1973) si parla di cultura come concepita come sistema di mediazione tra l'uomo e l'ambiente in modo da recuperare una certa fisicità. Infatti tra l'uomo e il cibo troviamo la forchetta e anche la cucina. Tra l'uomo e la pioggia abbiamo un ombrello. Tra l'uomo e l'uomo ritroviamo il pensiero.

Paolo Isotta prende posizione sul revisionismo antimozartiano di Bianchini, Trombetta e seguaci

Luca Bianchini e Anna Trombetta

Paolo Isotta, napoletano a 24 carati, musicologo, saggista e critico musicale di lungo corso (firma principale al "Corriere della Sera" dal 1980 al 2015), non avrebbe bisogno di presentazioni. Per chi lo desiderasse, una sua biografia è comunque consultabile all'indirizzo: https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Isotta.

La Nuova Accademia della Bufala è lieta di pubblicare una sua non equivoca presa di posizione sul revisionismo antimozartiano di Bianchini, Trombetta e seguaci. Tanto più preziosa perché proveniente da chi alla gloriosa scuola musicale partenopea ha dedicato gran parte della propria riflessione, ma non per questo vuol prestarsi a valorizzarla mediante il delirio xenofobico e dilettantesco ai danni di altri autori e scuole.


A Carlo Vitali

Caro dottore,

Excursus tra ironia, satira, diffamazione con l'esempio di Pirandello

Edoardo Natale

Breve excursus tra ironia, satira, diffamazione con l'esempio di Pirandello

Parlare di satira, ironia e diffamazione in un solo articolo non è cosa facile. Cerchero? di farmi aiutare dagli esempi più noti che mi verranno in mente. L'autore che ha rappresentato al meglio questo spirito è stato Dario Fo con il suo tentativo di sfuggire alla censura e ai rischi di satira intesa già come atto diffamatorio con il suo grammelot. Questo strumento, nato sin dai tempi della Commedia dell'arte ha consentito di praticare il diritto al dissenso in modo da non essere perseguitato dal potere.

La pragmatica, ossia come usare un'altra lingua

Edoardo Natale

La pragmatica è un campo della linguistica perché studia una parte della lingua da un certo punto di vista. In questo lavoro la pragmatica trova una sua definizione molto ampia di questo genere: " la pragmatica studia i fattori che nell'interazione sociale governano le scelte linguistiche, e gli effetti di tali scelte sugli altri" ( Crystal, 1997).

In teoria possiamo dire tutto quello che vogliamo o tacere, ma in pratica siamo guidati da norme abbastanza chiare di consuetudine ed uso. La pragmatica studia queste norme che vengono interiorizzate da quando siamo piccoli dove ad un "grazie" si risponde con un " prego", ad un funerale si fanno le condoglianze e non certamente barzellette, ecc. " Vieni qui" può essere un'esortazione amicale o una minaccia in funzione del modo in cui viene pronunciato. Queste norme che ci sembrano naturali variano molto da lingua a lingua e da contesto culturale a contesto culturale.

La pragmatica tra i vari livelli di analisi linguistica si occupa principalmente  dell'uso della lingua.

Due lettere storiche inedite (1959) sulla nascita dell'Istituto di Studi Verdiani a Parma

Pietro acquafredda

In una copia del primo volume degli 'Studi verdiani' - uscito nel 1960, e dedicato, come era negli intenti del neonato istituto, ad un'opera del catalogo verdiano che, nel caso particolare, era Un ballo in maschera - che abbiamo acquistato anni fa nel mercatino domenicale di Porta Portese, a Roma, abbiamo trovato, con grande sorpresa - ce ne siamo accorti soltanto ora, quando per ragioni di studio siamo andati a sfogliare quel volume - due lettere che hanno a che fare con la fondazione dell'Istituto di Studi Verdiani, inaugurato alla presenza dell'allora ministro della Pubblica Istruzione, sen. Giuseppe Medici, l'11 aprile 1959, affidato per la direzione al m. Mario Medici, omonimo del ministro, ma non suo parente neanche lontano, che si era battuto a lungo per la sua nascita.

La prima lettera, datata: Parma, 23 aprile 1959, su carta intestata del neonato 'Istituto di Studi Verdiani - Via del Conservatorio, 27 - Parma', è battuta a macchina, ma con firma autografa: Luciana e Mario Medici, ed è indirizzata a destinatario sconosciuto, al quale appartiene invece la minuta manoscritta della seconda lettera che altro non è che la risposta al direttore dell'Istituto, suo amico, che l'aveva informato della nascita della istituzione verdiana a Parma, per la quale s'era tanto prodigato.

Il linguaggio della moda: Abbigliamento e identità



Edoardo Natale

L'abbigliamento, inteso come sistema di costanti e variabili di una comunità, un gruppo o una classe, costituisce un vero e proprio codice che può essere interpretato alla luce di valenze economiche, simboliche, politiche e stilistiche diversamente connotate nel tempo, nello spazio e nel sociale.

Già il Castiglione nel 1528 indicava la scelta dell'abbigliamento in funzione di quel che si intende sembrare e farsi riconoscere come tale da coloro che non hanno la possibilità di ascoltare né di vedere in azione una data persona. Tuttavia soltanto alla fine del 18 secolo e agli inizi del 19 secolo, in tutta Europa, si verificano grossi cambiamenti nel settore del vestiario. In quel periodo nascono le riviste di moda, un'industria tessile molto importante, le innovazioni tecniche come la macchina da cucire e la meccanizzazione dei prodotti, la nascita dei grandi magazzini e della grande distribuzione. La creazione dei nuovi circuiti economici favoriti dalla rivalutazione del lusso e dall'impatto dei media si poteva capire con la nascita di periodici come quello milanese " Il Corriere delle dame" nel 1820.

Per quel che riguarda l'analisi dell'abito come marcatore sociale e culturale occorre risalire alla fine dell'Ottocento ed inizio Novecento con alcuni pensatori quali George Simmel sulla moda intesa come " forma di vita in cui la tendenza all'eguaglianza sociale e quella alla differenziazione individuale si compongono in un fare unitario".

La gestione della dispreferenza in italiano e in inglese

Edoardo Natale

Questo articolo si rifà al lavoro di Zorzi (1990) sulla pragmatica degli incontri di servizio in inglese e italiano. I dati di questo lavoro provengono dalle registrazioni di 400 incontri di servizio avvenute nelle librerie di Bologna e Londra.

In queste interazioni tra cliente (CL) e commesso (Co) nelle librerie italiane e inglesi non sembrano apparire differenze nella realizzazione dell'opzione preferita, la quale si mostra nelle due lingue in modo breve, semplice e immediata. Quando l'incontro va bene è ribadito dalla conclusione dello scambio con il cliente che ringrazia prontamente. Già Pomeranz (1984) aveva potuto notare come le sequenze preferite orientino alla chiusura:

CL: buongiorno. volevo sapere se avete questo libro

Co: deve vedere in fondo a sinistra

CL: grazie

Cl: where's history, please?

Co: three rooms that way

Cl: thank you

Il formato della risposta dispreferita è invece diverso nelle due lingue. In Zorzi ( 1990, 1999) vediamo due esempi rappresentativi per l'italiano e l'inglese:

Co: dica

CL: eh sto cercando The blithdale romance di Hawthorne

Co: non c'è, è in arrivo

CL: non c'è

Co: manca dal distributore italiano, provi tra una settimana circa, ma non glielo assicuro, può tardare anche di più.

CL: grazie

Co: prego

Cl: do you have a book called The order of Things by

Co: Foucault

CL: that's right

Co: well we've sold out at the moment, but they

CL: yes

Co: keep it upstairs in sociology on the second floor

Cl: right. thank you

Scalfari: “La mia non è vanità e De Benedetti non ha fondato questo giornale”

FRANCESCO MERLO

Dopo le parole dell'ingegnere a La7, parla il fondatore di Repubblica

Di che cosa stiamo parlando

In una intervista a Otto e mezzo, Carlo De Benedetti, presidente onorario del gruppo che edita questo giornale, ha attaccato il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari ("ha problemi di vanità, è molto anziano e ingrato nei miei confronti") e il quotidiano stesso: "Ha perduto l'identità". Tra Scalfari e De Benedetti c'era già stato un primo scambio di battute quando il giornalista, rispondendo a una domanda in tv, aveva spiegato di preferire Berlusconi a Di Maio.
§
In tv disse: "Me ne fotto". Ora mi dice: "Non è vero che me ne fotto". Quella è stata l'espressione goliardica che Eugenio Scalfari ha consapevolmente usato, non per evadere ma per alleggerire "una situazione molto spiacevole". La vaga parolaccia, che ammiccava al suo contrario, gli era insomma servita per far sapere che la fine dei rapporti con Carlo De Benedetti gli dispiaceva, ma che era saggezza non compiacere gli sciacalli. E invece l'altro ieri Carlo De Benedetti ha detto in tv da Lilli Gruber di essere stato cofondatore di Repubblica e dunque Scalfari "è un ingrato che con me dovrebbe star zitto perché gli ho dato un pacco di miliardi". Ha aggiunto che Scalfari "parla per vanità" e che "è un signore molto anziano non più in grado di sostenere domande e risposte".

Caro Eugenio, sei rimbambito?
"Sono arrivato a un'età, tra i novanta e i cento, che non è più quella dei vecchi né dei molto vecchi, ma quella dei vegliardi. Spesso sono rimbambiti, ma talvolta sono ancora più lucidi degli altri perché vedono di più e meglio. A volte sono bambini altre volte sono saggi e tra le cose che vedono meglio ci sono i rancori e le acidità. I vegliardi sanno riconoscerli e, se è il caso, anche aggirarli". 

La Repubblica è il quotidiano del 'rincoglionito e vanitoso' Scalfari e del direttore Calabresi,' don Abbondio'. Parola di Carlo De Benedetti

Pietro Acquafredda

Forse la Direzione ed il CDR di Repubblica-L'Espresso  nelle prossime ore, se non l'hnno fatto già questa mattina (non abbiamo ancora letto i giornali), dovranno intervenire per la terza volta nel giro di  poche settimane per smarcarsi dall'imprenditore Carlo De Benedetti, fino a poco fa proprietario del gruppo editoriale, ora passato, brevi manu e senza pagamenti di sorta, nelle mani di Marco, suo figlio.

La lingua in italia nel Ventennio fascista

Mussolini 1925

Edoardo Natale

I diversi ingredienti della retorica mussoliniana traggono la loro linfa dall'esperienza della Prima Guerra mondiale con la costruzione dei miti della vittoria mutilata e della nazione proletaria ( formula usata da Corradini e Pascoli per l'impresa in Libia). Durante la sua militanza socialista e rivoluzionaria, Mussolini apprende le tecniche oratorie del D'Annunzio di tipo fiumano popolarizzando ed assorbendo il lessico socialista per poi svuotarlo di senso con il trascorrere del tempo. La pratica giornalistica educa Mussolini ad una sintassi paratattica e giustappositiva, con l'uso dello stile epigrafico di Alfredo Oriani che si presta ad una comunicazione persuasiva in cui si uniscono emotività e argomentazione razionali. Mussolini nella sua retorica discorsiva predilige l'enfasi degli slogan lapidari, in cui ritmo e suggestione eufonica (assonanze, alliterazioni e ripetizioni) hanno la funzione di ipnotizzare l'uditorio, grazie all'uso dell'intonazione, con pause teatrali e stacchi fra le frasi; i campi semantici del magnetismo, del vitalismo e della virilità si accompagnano all'insistenza sulla forza e sulla grandezza; massiccio l'uso delle metafore militari, religiose e medico-chirurgiche.

La "nuova" comunicazione politica in Italia

Edoardo Natale

La campagna elettorale del 1994 è ormai indicata come lo spartiacque tra la vecchia e la nuova politica italiana. Nel quadro della transizione internazionale dopo la caduta del muro di Berlino, dopo gli scandali di Tangentopoli e i suoi tanti suffissoide - poli applicabile per ogni scandalo, gli Italiani producono un terremoto politico facendo nascere la seconda Repubblica dopo quarant'anni di Prima Repubblica. I fattori principali del cambiamento sono la riforma elettorale in senso maggioritario del 1993 e il ruolo sempre più centrale della televisione come arena del dibattito. Le forze politiche devono sembrare nuove e viene coniata l'espressione " il nuovo che avanza" rendendo tutto " nuovo\vecchio". La comunicazione politica si adatta sempre di più alle tecniche televisive e alla contrapposizione bipolare di stampo angloamericano. Da qui nasce la maggiore attenzione per la costruzione del leader ( liderismo) e alla sua personalità, con il suo aspetto fisico, abbigliamento, preferenze sportive e gastronomiche. Il simbolismo diventa sempre più importante con la parola " partito" che diventa tabù in quanto legata alla "partitocrazia", al dominio di una classe di politicanti ritenuta corrotta è sostituita da parole quali " alleanza, polo, coalizione, movimento, patto, rete, aggregazione e da ultimo da unione.

Genti e lingue d'Italia. Coordinate storiche di un'identità plurale

Italianità

Edoardo Natale


Nell'Italia di oggi la questione dell'identità nazionale si colloca al punto di incontro e di scontro tra due grandi processi politici e culturali: da un lato il peso crescente attribuito alle autonomie regionali e locali, dall'altro lo sviluppo dell'Unione europea in uno scenario di internazionalizzazione delle società e dell'economia. In un contesto di questa natura, che senso ha continuare a parlare di " identità nazionale"? Si tratta forse di una nozione obsoleta o peggio ancora, di un mero residuo della retorica nazionalistica romantico-risorgimentale e delle sue nefaste filiazioni novecentesche?

Enzo Bianchi: «Coltivo la vita, il silenzio, la speranza»

Riccardo Balaam

L’inverno è la stagione del pane che lievita al caldo, del focolare, della notte che viene presto, della neve e del freddo. «Ultimamente, con l’avanzare dell’età, come le foglie che si seccano e cadono giù, passo sempre più spesso giornate solitarie. Provo due sentimenti. Il primo è la tristezza di doversene andare: io amo la vita. La vita è buona. Questa prospettiva mi rende triste. Non sono contento di morire e la morte mi fa ancora paura. Il secondo sentimento che provo è quello di vicinanza alle persone, gli animali, le cose...». Mentre lo racconta entra nella stanza Saba, un cagnolino trovatello adottato dalla comunità. Si accuccia accanto a lui. Dopo un po’ sale su una sedia vuota. Regale prende il suo posto come la regina biblica da cui prende il nome. «Mi segue ovunque e mi fa un’enorme compagnia. Sapere che non sono solo mi sprigiona dentro una gioia senza fine».

Quando si diventa anziani diventa importante il contatto. Il corpo va riconosciuto. «Il vero incontro con un malato terminale non è quando gli parli ma quando gli fai una carezza. L’amore fraterno, umano, deve essere vissuto nella carne, nel corpo. Non può essere un sentimento astratto». Detto da un monaco suona un po’ rivoluzionario, dopo secoli di repressione della corporeità di certo cristianesimo, non vissuto nelle sue implicazioni umane e sociali.

Enzo Bianchi gira l’Italia e spesso è all’estero per presentare i suoi libri e portare le sue parole di saggezza. Ma nei tre mesi invernali, da vent’anni ormai, rifiuta tutti gli inviti pubblici. «Non faccio conferenze». Resta a Bose. «Sono tre mesi di silenzio. Seguo le stagioni. Scrivo. Penso e mi serbo del tempo per me».

Quale lingua italiana nel cinema in Italia?

Edoardo Natale 

Il cinema, nato in Francia nel 1895, è un mezzo di comunicazione sovranazionale perché il linguaggio del cinematografo si rifà principalmente in rappresentazioni iconiche verosimili e riconoscibili dagli spettatori d'ogni parte del mondo. Gli elementi specifici del cinema sono il soggetto, l'ambientazione, i personaggi, la lingua. Questi elementi mostrano le temperie del luogo, del tempo, della situazione di provenienza. La lingua è forse l'elemento di maggiore identificazione.

I film dei diversi paesi si prestano a far conoscere in varia misura il retroterra culturale, il potere della lingua scritta e orale rivela i fattori peculiari della realtà italiana sul versante linguistico, con un panorama nazionale ricco di dialetti. Sul versante cinematografico va ricordato il controllo della lingua dei film da parte del potere pubblico nei decenni precedenti a questa esplosione dell'uso del dialetto per rappresentare la realtà culturale italiana. Il cinema con il suo parlato filmico, fatto inizialmente da un italiano parlato tratto dallo scritto fino a raggiungere la varietà odierna sono rivelatori della forza di penetrazione del cinema nella costruzione di una memoria collettiva e alla lingua comune degli italiani: si pensi alla lettera di Totò e Peppino, al sordi che distrugge gli spaghetti con il suo stile pseudo-americano.

I registi come De Sica e Fellini hanno offerta un'immagine articolata della realtà italiana al mondo intero, gli attori come Sordi e Gassman hanno calcato i difetti degli italiani del " miracolo economico", dal gretto conformismo all'avventuriero cialtrone.

In cerca della lingua

Essere vegan non è una scelta come un’altra

Franco Libero Manco

Mangiare la carne non è affatto una scelta come un’altra, non è come scegliere di mangiare pasta o patate: c’è di mezzo la sofferenza e la vita di esseri fatti come noi per i quali vivere o morire non è la stessa cosa: c’è la differenza tra la vita e la morte.  Essere vegan è un preciso imperativo morale e civile, dal momento che al consumo di alimenti animali sono correlati i problemi più gravi del pianeta.  Difendere la scelta onnivora significa giustificare la legge della supremazia del forte sul debole e questo genera una cultura di indifferenza verso la vita e il dolore in senso lato. Non è una scelta come un’altra dal momento che per produrre un solo kg di carne di manzo sono necessari: 100.000 litri di acqua, 7 litri di petrolio, 15 kg di cereali,12 mq di foresta, oltre a contribuire a generare fame e malattie nei paesi più poveri. Non è una scelta come un’altra dal momento che per produrre carne vengono abbattute le foreste e che gli allevamenti di animali causano inquinamento dell’aria, della terra, dei mari e dei fiumi più di tutti i veicoli a motore del pianeta. Rispettare la scelta di chi mangia la carne è come rispettare l’idea di chi giustifica lo schiavismo, il razzismo, la tortura o la pena di morte. Non si può impedire ad una persona di mangiare la carne dal momento che la legge lo consente;  ma per noi resta un atto dannoso e moralmente ingiusto. Coloro che considerano estremisti i vegani e credono vogliono imporre le loro idee, se cadessero nelle mani dei cannibali, certo non sarebbero così propensi a giustificare la legge del più forte. Per noi un animale è come un essere umano e la nostra coscienza ci impone di difendere l’uno e l’altro.

La lingua della televisione: coscienza o specchio del paese

Homo videns di Giovanni Sartori

Edoardo Natale

La televisione è l'industria della coscienza per ogni stato nazione. In Europa, la televisione si trova spesso ad essere nelle mani dello Stato e la sua nascita ha come finalità quella di preservare e divulgare le identità nazionali, conservandone la memoria attraverso le arti, la scienza, la storia, la letteratura e tutti quei elementi distintivi di una data comunità. Di fronte alla globalizzazione di alcuni media, la televisione sembra volere fronteggiare queste reti mondiali. Quando si parla di identità linguistica con l'uso dei modelli televisivi si adopera spesso la metafora di " specchio a due raggi" per descrivere il ruolo della televisione come contenitore di identità attraverso un ruolo sia di emittente e ricevente:

Bettetini ( 1998) ha parlato della televisione come riflesso e strumento di una comune appartenenza, l'ordine dei programmi televisivi declina nei contenuti, nei formati e palinsesti i tratti di una comunità simbolica: sfruttando e valorizzando topoi familiari alla nazione ( linguaggi, luoghi, personaggi, eventi) contribuisce a imprimere un'immagine distintiva che fa leva sugli elementi specifici del paese; nello stesso tempo, il complesso di rappresentazioni, ma anche i ritmi e le abitudini di ascolto di una popolazione, favoriscono il riconoscersi in un orizzonte comune che unifica in un quadro unitario le diverse componenti di una nazione. La televisione è una fabbrica narrativa e serbatoio di memoria, la televisione racconta la nazione a se stessa, conserva e rivitalizza l'eredità della tradizione. Risorsa simbolica e luogo di identificazione, rispecchia le specificità e i mutamenti che si verificano nell'assetto socioculturale e alimenta la vita pubblica della nazione.

Rischio autoritarismo/ Rappresentare non basta più, la democrazia sia più efficace

Romano Prodi 

Per molti anni, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino, ci siamo illusi che l’espansione della democrazia fosse irresistibile. Una speranza alimentata da numerosi rapporti di organismi internazionali dedicati a sottolineare come il numero delle nazioni che affidavano il proprio futuro alle sfide elettorali fosse in continuo aumento.

La convinzione di un “fatale” progresso della democrazia veniva rafforzata dalla generale condivisione delle dottrine che sono sempre state i pilastri della democrazia stessa, cioè il liberalismo ed il socialismo che, alternandosi al potere, avrebbero sempre garantito la sopravvivenza ed il rafforzamento del sistema democratico. Tanto era forte questa convinzione che divenne dottrina condivisa il diritto (o addirittura il dovere) di imporre il sistema democratico con ogni mezzo, incluse le armi.

La guerra in Iraq e in Libia, almeno a parole, si sono entrambe fondate sulla motivazione di abbattere un tiranno per proteggere, in nome della democrazia, i sacrosanti diritti dei cittadini in modo da arrivare, con la maggiore velocità possibile, a libere elezioni.

Emma e il Pd nel ricordo di Giustizia e Libertà

 EUGENIO SCALFARI

Emma Bonino, Benedetto Della Vedova, Francesco Rutelli e, primo tra tutti ma morto ormai da tempo, Marco Pannella hanno occupato in questi giorni la scena politica italiana e infine hanno convinto Renzi a dar loro una mano e ad esortarli a fare un accordo col Pd che consente di accettare una discreta presenza e naturalmente un'alleanza col Partito democratico stesso.
 

Alcuni di loro avevano nel frattempo cambiato casacca, ma lo spirito era rimasto quello, il radicalismo, se ti è entrato nel cuore non ne esce più.
Le vicende di Emma e il suo ingresso nel quadro del Partito democratico mi hanno fatto molto piacere, e mi hanno ricordato un passato del quale ormai sono l'unico testimone e quindi l'unico che possa in qualche modo raccontarlo. Il racconto comincia nientemeno con i fratelli Rosselli, due antifascisti emigrati in Francia dove facevano uno il medico e l'altro l'insegnante di Lettere e filosofia e avevano entrambi coniato lo slogan che avrebbe dovuto appartenere all'antifascismo democratico che non condivideva la dottrina contenuta nel Manifesto comunista diffuso nel 1848 da Marx che proclamava la rivoluzione proletaria.
 
Il motto democratico dei Rosselli conteneva l'indicazione di due valori fondamentali: Giustizia e Libertà. Non era una dittatura di classe come quella marxista. Era invece l'unione di due valori che si rivolgevano a un popolo intero dove tutte le classi esistevano ma potevano confluire attorno a quelle due parole.

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