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La vita sta cambiando pelle

13 agosto 2012 mi veniva diagnosticato un glioma cerebrale

Il 13 agosto 2012 mi veniva diagnosticato da Risonanza magnetica al Dalla Rosa Prati di Parma un glioma cerebrale (esame richiesto per il ripetersi, sempre più frequentemente, all'improvviso, di lievi sintomi di formicolio e astenia, in particolare al braccio e alla gamba sinistra; esame RMN che il mio medico, forse fuori dal protocollo, e per togliersi ogni dubbio, mi aveva prescritto). Non sapevo nemmeno che fosse un glioma. Lo imparai dopo nel tempo.

racconto

GLIOMA
Per dare un senso alla vita

MILANO CARLO BESTA via Celoria...

Perché devo stare così male?” si chiedeva, dirompendo in un pianto con il capo rasato e reclinato, coprendosi il viso con le mani, una signora sulla sedia a rotelle, alla fine della terapia quotidiana di radio e chemio, confortata dal figlio e dalla figlia. Lo sconforto di un attimo, ma poi si riprende, entra nel bagno, esce dopo essersi rinfrescata il viso, e si guarda intorno nella sala di attesa, dove tutti stavamo aspettando il nostro turno, accenna un sorriso quasi per chiedere scusa. Arriva anche la dottoressa Ida Milanesi responsabile della rdioterapia del Besta per cercare di tranquillizzarla.
Ho provato anch'io che vuol dire, dopo qualche tempo, stare male di stomaco per farmaci. Costretto alle flebo in vena prima della terapia per sedare la nausea. Improvvisamente non sai più come fare, ogni pillola da deglutire diviene una montagna da scalare, ti urta anche l'acqua, ogni odore diviene insopportabile e alimenta il senso di nausea, ogni affetto profuso sembra essere la sola, vera cura insieme al digiuno e al dormire se ci riesci non per sonno, ma per strascicata stanchezza dell'anima e una continua nausea interiore.

Fare tutto da soli diviene difficile, gestire poi una situazione personale già complessa di per sé... una corsa ad ostacoli giornaliera che non avresti più voglia di superare. Quante volte mi addormentavo con la speranza di non risvegliarmi. Rimanere cristianamente nell'attesa della meta acquietante... meditando sul cielo; non ci si stacca dalla realtà, si impara a reggerla dotandola di senso per quanto possibile. 

Hai voglia di pace, di sole, di serenità, di affetto, e invece ti trovi con conflitti, pioggia continua e angoscia dentro del presente e del passato. Rifugiato da solo in una casa tra i monti in prestito. Con le pillole da prendere che ti faranno star male. Un futuro che non riesci più a vedere se non a tratti... ma poi si spegne subito. Le cose accadono e ti allontanano da te stesso, dalla tua vita che non è certo quella sognata e per la quale hai dato fondo a tutte le tue energie.
Torno a Milano al Besta il lunedì mattina finito il weekend per riprendere la cura di radioterapia e chemio in contemporanea (dal 5 febbraio al 21 aprile). Soggiorno, durante la settimana, all'Oasi di San Francesco nella prima periferia a Milano (fermata metro Primaticcio o Bande Nere, 20 minuti di metro da via Celoria, con cambio linea, e fermata Piola o Lambrate). Aspetto il mio turno nella sala di attesa, venendo a conoscenza delle altrui malattie e terapie; giovani, anziani, mogli, mariti, figli, anche casi disperati, provenienti da tutte le regioni italiane, ognuno con discrezione a chiedere dell'altro, la sistemazione trovata in città durante quel periodo, per poi tornare, dopo la terapia, nel dormitorio francescano nella periferia di Milano cercando di riposare e smaltire i veleni assunti, sperando che un raggio di sole torni e riporti speranza. Dentro l'hai smarrita. Nell'attesa, insieme ai compagni di sventura, sfogli svogliatamente qualche giornale. Cerchi di leggere articoli d'opinione, ma si fa fatica pure a leggere. Speravo, in quel periodo a Milano, al pomeriggio di poter visitare qualche mostra o incontrare qualche amico giornalista di testate nazionali. Ma ero troppo depresso e abbattuto, sfinito, senza alcuna energia. Eppure all’inizio avevo reagito abbastanza bene alle terapie, tanto che avevo tranquillizzato i miei familiari. Ma poi con il passar dei giorni divenne un dramma convivere con quei veleni e radiazioni. Non ce la facevo proprio a incontrare amici, non uscivo dalla camera, a volte non scendevo nemmeno in mensa per la cena prenotata. La pigrizia trovava terreno fertile. Rimani chiuso tra la tua stanza e la sala d'attesa delle terapie. E’ il nuovo mondo.
La mattina, in reception all'Oasi, sceglievo e mettevo insieme un menù vegano per la sera. C’era sempre un ottimo e assortito buffet di verdure. Prendevo la metro e andavo al Besta. A volte mi perdevo per le strade di Milano. Finite le cure tornavo in camera a guardare dal letto la finestra che dava sulla via... qualche svogliata lettura e lentamente riuscivo ad addormentarmi. Quando nevicò vedevo dall'alto del mio piano una Milano di periferia imbiancata. La cosa mi piaceva. Qualcosa di diverso, aprivo la finestra per sentire l'aria della neve che aveva attenuato lo smog. Cercavo di riposarmi. Non avevo voglia di far nulla. Lavoravo un po' al computer, per la curiosità di cosa accadeva nel mondo. Controllavo la mail e rispondevo alla posta ricevuta. Questa mia presenza in rete evitava ogni sospetto circa la mia assenza dalla città. Attento infatti a non informare nessuno sulla mia salute. Aggiornavo il mio socialblog, dopo il primo dissequestro (3/01/2013). Scrivevo miei articoli che poi pubblicavo e diramavo. E questo mi teneva vivo e non isolato. Ma mi stancavo subito. Una amica un giorno mi telefonò per informarmi di una lettera di Carlo Fontana pubblicata sulla Gazzetta di Parma [LINK], che prendeva le distanze da me a seguito di un mio articolo del blog (“Molossi sostenere l'OTR è una cagata pazzesca” [LINK). E non fu certo piacevole, nelle mie condizioni, quel tradimento da chi si professava pubblicamente mio amico. “L’unico vero amico, diceva, che aveva a Parma”. Lo fui davvero. Fontana, però, fu una delusione per tutti. Me ne dispiacque molto perché mi ero speso per quella soluzione, indispensabile, però, per rimuovere il divin maestro Meli.

Arrivava il venerdì, la mattina liberavo la stanza, pagavo il soggiorno settimanale, e lasciavo parte dei miei bagagli in un deposito dell'Oasi, e un'altra valigia, invece, con la biancheria e i vestiti da lavare la portavo con me unitamente al mio inseparabile computer portatile con il sistema operativo Ubuntu, che un carissimo amico mi aveva prestato. Finite le cure al Besta, andavo, infatti, direttamente in stazione a Lambrate. Prendevo il treno per tornare a Parma. A volte, per impegni in città, mi fermavo da mio cugino Andrea, facevo colazione con lui e Mary la mattina, lasciavo la mia valigia a casa sua che avrebbe poi ritirato mia figlia Jessica, per fare il cambio con quella della settimana precedente. Oppure Jessica mi veniva a prendere alla stazione di Parma e mi accompagnava nella baita a Borgotaro. Era un bel viaggio insieme. Cercavo di conoscere i suoi pensieri, vista la rarità di frequentazione di molti anni. Ci fermavamo a mangiare qualcosa insieme (il Chissolino) a Borgotaro, con lei ci riuscivo. Altre volte se provavo a prendere la coincidenza giusta, da Milano arrivavo direttamente alla stazione di Borgotaro, da dove, con un taxi, mi facevo portare nella mia baita. E così, avanti e indietro, durante i weekend, Borgotaro-Milano dal 5 febbraio al 21 aprile 2013. Cercai di rimanere a Milano, qualche volta, ma era un disagio per diversi motivi. E il cambiar aria mi giovava. Terminata la terapia il 21 di aprile, tornai e mi fermai nella baita in Valvona fino al 30 giugno. Continuava dannatamente a piovere in montagna quell'anno. Soffrivo quel freddo dell'anima prima ancora dell'ambiente pieno di veleni e radiazioni.
Terminata la cura intensiva al Besta, la dottoressa Elena Anghileri (la neuroncologa che mi seguiva) mi prescrisse la cura come da protocollo: avrei dovuto effettuare successivamente cinque cicli mensili per una settimana di chemio per bocca (aumentando progressivamente la dose) e tutti i giorni il Keppra. Stanco di star male con tutti quei farmaci prendo il coraggio e scrivo una mail a tutti i medici del Besta e a Vescovi, oggetto: "Il keppra prendetelo voi
“dottoressa Anghileri e gentili medici tutti che mi state seguendo nella mia malattia, non ce la faccio più a prendere il Keppra. 

Appena lo prendo anche se prima ingerisco un protettore gastrico (omeprazolo Teva), mi causa fastidi allo stomaco e mi zombizza per tutto il giorno. Vivo in una permanente stanchezza. Non è possibile sospenderlo per un qualche tempo? E lasciarmi riprendere con integratori alimentari e una alimentazione corretta? Il keppra e il gastroprotettore mi scombussolano tutta la giornata. Mattino e sera, non mi fanno nemmeno gustare del buon cibo e mi rendono pure strano il sonno.

Sono stanco di pillole... non ne posso più!! Al pensiero di dover riprendere fra qualche tempo il temodal (chemio per bocca) mi viene l'angoscia. Sono arrivato alla fine della terapia sfinito costretto a far ricorso alle flebo. In queste condizioni non ci voglio più arrivare. Faccio fatica a riprendermi e non posso viaggiare con il senso di nausea e di stanchezza cronica quotidiana. Non vivo ancora ridotto in una stanza. 

Grazie per eventuali suggerimenti. La terapia dei 28 giorni terminata il 21/03 /2013 per me è stata molto peggio dell'intervento. Una vera via Crucis, visto il clima Pasquale. Ora la sola vista dei medicinali mi fa star male. Prima di arrivare a una reazione psicologica che possa compromettere il risultato delle cure fino ad ora intraprese (vi ricordo che è dal 5 dicembre 2012) e che a seguito di questa malattia ho pure perso un importante incarico di lavoro, che non ha certo agevolato la mia convalescenza e ripresa. Cordiali saluti. Luigi Boschi”

e continuavo nel testo di una mail successiva
"Cari Maurizio e Caterina e tutti i medici che mi hanno avuto in cura,
oggi torno in Montagna. nessuno del Besta, ad eccezione di Francesca Berrini, ha risposto alla mia mail sul problema che avevo espresso loro.
Sinceramente avrei voglia di smettere il Keppra, perché mi dà problemi con il mio benessere.
Non capisco inoltre perché debba continuare a prenderlo, solo per un dicktat senza alcuna risposta informativa al paziente adeguata. 
Se continuo a prendere il keppra è inutile che prenda integratori come Vit C, Vit E naturali e papaya fermentata, fermenti lattici.... Ogni medicinale sempre lontano dai pasti... e mi trovo a ingerire solo pillole!! 
Non ho voglia di continuare questa profilassi con il keppra e un gastroprotettore che mi mettono lo stomaco in subbuglio (e già lo è dopo il mese a Milano), inoltre non riesco a riprendermi come vorrei, facendo, invece, una alimentazione sana come è nelle mie abitudini, che non debba interferire con i veleni ingeriti in questo periodo. Vorrei smettere il Keppra e penso che lo farò, perchè voglio sentirmi bene e il keppra mi impedisce di esserlo.
Saluti a tutti e Buona Pasqua. Luigi Boschi"

Va bene l'aria di montagna, ma quel clima freddo e piovoso non giovava alla mia salute. Gli squarci di sole erano rari, presto oscurati dai nuvoloni carichi di pioggia. Appena potevo me ne stavo subito al sole e mi addormentavo cullandomi coricato in un dondolo davanti alla baita. 
Trovai casualmente una soluzione a poco prezzo al mare attraverso Sara, una amica carrarina, conosciuta, per caso: una stanza  con cucina e bagno condiviso nell'appartamento di una signora che l'affittava a Massa Carrara. Ed il primo di luglio, dopo un sopraluogo con l'amico Cesare, mi trasferii così al mare.

PARMA...

Il 13 agosto 2012 mi veniva diagnosticato da Risonanza magnetica al Dalla Rosa Prati di Parma un glioma cerebrale (esame richiesto per il ripetersi, sempre più frequentemente di lievi sintomi di formicolio e astenia all'improvviso, in particolare al braccio e alla gamba sinistra, facile affaticamento degli occhi nella lettura, esame, la RMN, che il mio medico, forse fuori dal protocollo, e per togliersi ogni dubbio, mi aveva prescritto). Non sapevo nemmeno che fosse un glioma, come risultò dal referto. Lo imparai dopo nel tempo.
Quando feci l'esame il mio medico di base Maurizio Vescovi era già in vacanza in Brasile, le mie figlie in ferie. Mia sorella e mio cognato in vacanza. A casa c'era mio nipote, medico radiologo. E a lui per primo, che sapeva dell'esame a cui mi ero sottoposto, portai il referto. Per un attimo la voce gli si bloccò in gola, non voleva credere a quello che stava leggendo. E quasi imbarazzato:
-ma...ma, cosa ti senti Lollo?
E gli spiegai per grandi linee i disturbi che si erano fatti sempre più frequenti. 
-Ma più per quel che sento, caro Ghito- gli dissi- il problema pare sia quel che ho!
Tornato a casa, inviai un sms a Vescovi, che subito mi telefonò dal Brasile e mi disse di stare tranquillo, che saremmo andati nei migliori centri specialistici e si premurò di darmi subito alcune indicazioni. Dai luoghi in cui mi indirizzava, capii che si trattava di una neoplasia cerebrale.

Non sapevo cosa fare, quale percorso adottare. Per un attimo meditai pure di conviverci visto che mi era capitato. Mi lessi un libro prestato da un amico: “Malattia linguaggio dell'anima” di Rudiger Dahlke. Durante la notte tutta la vita mi passò nel dormiveglia dal bimbo all'adulto. E cercavo di immaginare da solo, che cosa avrei dovuto fare. Mi sentivo senza futuro, e ancora oggi spesso provo questo stato d'essere. Continuai la mia vita normale di giorno. Non dissi nulla a nessuno. Poi la sera da solo tutto si accumulava e prorompeva spesso in un pianto. Mi addormentavo pregando e facendo questo trovavo pace. 
Tutte le vicende familiari, belle e brutte, mi passavano davanti agli occhi e nel dolore del cuore. Solo i profumi della gioventù, e le immagini della fanciullezza, di mia madre [LINK] e di mio padre [LINK], le mie bimbe piccole, mi ridavano un po' di serenità mista a melanconia... e con quelle immagini nella mente riposavo. 
La litigiosità, le divisioni e la competizione tra i fratelli rovinò tante cose nella mia famiglia. Dove non c'è armonia e gioia tutto finisce perché le incomprensioni portano alle divisioni, prendono il sopravvento sullo stare insieme... che diviene una fatica. Una famiglia senza amore non è più una famiglia. L’amore è come un fuoco, l’importante è che rimanga acceso.

Dai ricordi della mia famiglia, passavo alla malattia che mi aveva sorpreso, ancora incredulo. Stavo cercando di capire cosa fare con quella cosa chiamata glioma… avevo le idee confuse dalla mia solitudine, dalla mia difficoltà, dalla mia storia. La mia famiglia una dolce illusione. Siamo di fatto tutti soli, se non estranei... che si incontrano per i funerali.
Pochi giorni dopo mi telefona mio nipote Ghito dicendomi che mi aveva preso appuntamento per una visita con il prof. Paini neurochirurgo loro amico. L'incontro è verso sera. Mio nipote mi passa a prendere in centro città e mi accompagna in ambulatorio. Si adoperava perché io rimanessi tranquillo. Rimase con me durante la visita. Il professore guarda la risonanza e mi dice che bisognerebbe fare una biopsia. “Quindi - gli dico- un buco nella testa per prelevare un tessuto?” E gli confessavo che non ero molto propenso a farmi bucare la testa... “fatto un buco, poi se ne fa un altro … poi un altro ancora...” Guardi, rimarcava Paini, “è l'unico modo per vedere di cosa si tratti veramente”. Dopo alcune mie richieste di delucidazioni sulla malattia, sulle possibili conseguenze e il modo subdolo di presentarsi della neoplasia, si decide insieme di prendere appuntamento con un neurochirurgo dell'ospedale di Parma (dottoressa Dascola) per valutare l'intervento e i tempi della biopsia. Se ne incarica mio nipote. Dopo qualche giorno effettuo la visita in neurochirurgia all'ospedale di Parma appunto dalla dottoressa Dascola. Gentilissima persona. Mi chiese i sintomi che avevo e controlla la risonanza. 
“Un glioma già molto esteso- disse-, anche se di basso grado (I, II) probabile che lo abbia da parecchio tempo”. 
In un primo momento manifesta la sua propensione a togliere tutto con un intervento non solo per prelevare un campione di tessuto e fare l'esame istologico. Ne parlo con il primario. Mi aspetti. 
Dopo circa 15 minuti, ritorna e mi prospetta un'altra soluzione: “Guardiamo l'evoluzione del glioma attraverso un altro esame tra circa sei mesi... Ritengo sia presente da diverso tempo e quindi, prima di intervenire chirurgicamente, vista la delicatezza dell'operazione, vediamo come si comporta”. 

Furono giorni in cui cercai di minimizzare a me stesso la malattia, decisi di non parlarne con nessuno e mi raccomandai a mio nipote di non farne parola ai nostri parenti, nemmeno ai suoi genitori. Era qualcosa che dovevo gestirmi nel migliore dei modi non solo da un punto di vista sanitario. Dovevo interiorizzare e capire quel che avevo e avrei dovuto fare, e ancora non lo sapevo, quello che sarebbe stato un percorso dignitoso e di salute. La malattia purtroppo non era il solo problema. Cercavo di mascherare, ma la mia condizione psicologica era disperata. La notte non sognavo, ma immaginavo cosa sarebbe stato del mio futuro. Parenti e amici con tumori cerebrali avevano avuto drammatici esiti finali ad eccezione di mia sorella operata molti anni fa di un meningioma, con felice risultato, proprio dal professor Paini. 
La mia domanda ricorrente dei ricordi: “Perché ho lasciato Milano per tornare a Parma?” Che errore! “Se ne Vada da Parma! - Mi disse Baldo Bertoli- quello della 47esima...”  La sua voce burbera riecheggiava ancora dentro di me.

Penso che a un certo punto della mia vita, dopo la burrascosa separazione, al mio ritorno dall'Inghilterra, sarei dovuto rimanere a Milano dove ero e avevo ottenuto in poco tempo significativi risultati... cercare là la mia realizzazione personale, affettiva e professionale, soprattutto per il settore in cui operavo, la comunicazione. Ricercarmi altrove anche la mia vita affettiva, qui terminata prematuramente con separazione e poi il divorzio. Nel 2015 ho ottenuto su mia richiesta l'annullamento alla Sacra Rota. Concesso. L'allontanamento forzato dalle mie figlie -un dolore infinito, che mi ha lacerato dentro e non me ne sono mai dato pace; la difficoltà poi nel vederle settimanalmente, come da accordi stabiliti dal Tribunale…
Io ci soffrivo, ma non sapevo che cosa fare e le carte bollate con i legali portavano solo costi senza risultati. In tribunale si sa si occulta la verità. La presenza di una madre sola. Che già aveva tanto sofferto, felice però che io lavorassi con successo a Milano; 
venir via da quella città e da quello Studio dopo 3 anni (mia madre non avrebbe voluto), fu un mio gravissimo errore. Imperdonabile! Non solo per me, ma per tutta la mia famiglia.

Una separazione familiare molto litigiosa purtroppo ed io molto giovane, non me ne davo pace, fondamentalmente solo. A fianco una madre preoccupata e dispiaciuta per il suo amato figlio. Allora non potevo capire il dolore di una madre nel vedere il figlio separato dalla sua famiglia, dalle sue figlie. Soffriva in silenzio, come ha sempre fatto. La gioia era sparita dai miei occhi e mi stavo perdendo la bellezza dei miei anni migliori, di una giovane famiglia con due splendide figlie che adoravo e da cui non mi sarei mai voluto separare come invece mi imposero, quei maledetti del Tribunale, costretto a subire quel che non volevo. Mi sembrava di impazzire. La mia vita subì un danno irreversibile. Avevo commesso degli errori di lavoro, è vero, ma non verso la mia famiglia. 
Quando morì mia madre, le mie figlie non le rividi praticamente per anni. Tutte le volte mi sentivo dire che quel sabato e domenica non potevano venire da me... e io ci soffrivo sentirmi dire così, continuamente dei no, finché stanco di quelle risposte una volta, sbagliando, dissi loro: “Io non vi chiamo più, quando vorrete venire da me chiamatemi, io ci sono sempre per voi”. Una mia reazione ai continui no!!... penso, comprensibile. Ma un padre, ora lo so, non avrebbe dovuto fare questo. Ma genitori non si nasce. E di errori ho piena la mia vita.
Le mie figlie piccole manipolate da loro madre che mi impedì fin da subito, dopo la separazione, di frequentarle. Trovando tutti i modi possibili di allontanarmele, pur sapendo l'attaccamento che nutrivano le bimbe verso il padre. L'obiettivo era staccarle da me, nella quotidianità, sostituendomi con il compagno di loro zia Enza, Alberto Cavalli, che ebbe un ruolo facente padre, libero lui di frequentare la loro casa, a me, invece, interdetta. E così non ci siamo più visti né sentiti per anni. Ho ancora la lettera del suo legale che mi intimava che non potevo andare a casa loro. Persi con le mie figlie lo spontaneo rapporto quotidiano. Una precisa strategia voluta e perseguita per allontanarmi definitivamente da loro. 
Ad un certo punto mi sono detto basta. Questa storia deve terminare e ho voluto recuperare questo rapporto che mi struggeva e ho iniziato a richiamarle. Ma le rotture non si ricompongono. Ora ho un buon rapporto con loro a fasi alterne. Durante questa malattia mi sono state vicine, è vero, soprattutto Jessica la più grande, ma anche Ursula per quel che poteva, si è adoperata con profondo slancio, si è tuffata per assistermi nelle necessità di vita e di cura- ma resta il tempo perduto di loro piccole, bellissime, dolcissime che non ho potuto vivere intensamente come avrei voluto. Un amore padre-figlie spezzato volutamente per produrmi un danno. Fu per me come un lutto dopo quello di mio padre e mia madre. E questo è di fatto il mio glioma cerebrale. Me lo disse il mio amico medico Gabriele Restori“un conflitto affettivo mai risolto”. Non ho potuto dare loro quello che avrei voluto. Non ho vissuto con loro la tenerezza degli anni dell'innocenza. Non ho potuto essere padre, ferito e sempre umiliato. Mi restano molti ricordi indelebili, credo anche a loro. A casa in campagna, quanto ci divertivamo insieme... e come ridevamo. Si divertivano in particolare nei viaggi in auto, quando le portavo con me sulla moto per piccoli spostamenti tutti e tre, le cene la sera sul terrazzino in campagna d'estate... Al mare insieme in spiaggia fino al tramonto. Quanto ho pianto e imploravo mio padre perché mi aveva lasciato così presto. Se solo mi fossi imposto di accompagnarlo io a casa quella sera... La sua morte ha tolto le ali alla mia vita quando stavo per iniziare a imparare a volare. E mio padre, ancor giovane, non ha potuto gioire e godere dei risultati positivi del suo lavoro conseguiti come imprenditore di successo in quarant’anni di grandissimi sacrifici personali.
Il matrimonio, invece, fu la mia lapide. Avrei potuto nel tempo avere figli senza sposarmi. Avere convivenze affettive più durature e non occasionali. Ma erano tempi ancora prematuri per fare queste scelte. Ero ancora molto provato dalle vicissitudini negative del primo matrimonio. Ma sbagliai a non costruire, quando ero ancora giovane, una nuova famiglia. Non immaginavo e non pensavo cosa sarebbe stata la vecchiaia.

Mi è mancato molto poi non poter essere padre come avrei voluto. Un danno biologico subito e vissuto nell'indifferenza degli altri parenti. Un nodo di angoscia con cui convivere che mi porterò dentro per sempre. E nessuno ha capito quanto stessi male. Quanto bisogno avevo di famiglia. Il danno recato alla mia persona, al mio futuro. Dopo la morte di mio padre, io e mia madre restammo di fatto soli. Non un parente mi offrì un lavoro, visto che non avevo nessuna esperienza e nessun titolo di studio ancora da spendere (ero ancora un universitario), una famiglia e una casa dispendiosa indivisa da mantenere lasciata in eredità da mio padre. Chi mi avrebbe potuto dare un lavoro se non quelli della mia famiglia? Una illusoria aspettativa.

Certi ricordi sono ancora freschi dentro di me. I torti subiti che feriscono l’anima, le ipocrisie e infine le ingiustizie della giustizia che stroncano la vita. Quando la giustizia è cieca e produce danni... e nel separarmi dalle mie figlie la è stata!
In estate anche dopo la separazione (che fatica averle per un mese!) andavamo con Jessica, Ursula e mia madre, in Versilia a giugno o in agosto. Come ci divertivamo insieme. Ancora si ricordano di come le coinvolgevo nella mia giornata al mare. Erano sempre con me in spiaggia, in bicicletta a camminare anche la mattina presto in spiaggia sul bagnasciuga (con qualche mugugno di Jessica che non voleva staccarsi dal letto), le focaccine, i bomboloni caldi al cioccolato, le uscite in pattino con il mare come l'olio, il bagno la mattina presto dopo una breve corsa sulla battigia. Come ridevano e come ci tenevano al loro papà giovane che presentavano con orgoglio alle loro amiche/i... Ursula mi chiedeva spesso: “Quando cresco anch'io come la Jessica?” In effetti Jessica sembrava più grande dei sui anni, mentre Ursula era uno splendido batufolino biondo. Che camminava sempre dietro a Jessica. Mi divertivo vederle passare insieme una dopo l'altra o per mano sulla passerella della spiaggia tra loro sempre a borbottare qualcosa. E arrivare da me sotto l'ombrellone per chiedere conferma dei loro pensieri. Io ero solo per loro.
La più grande Jessica, sapeva poi fare meravigliosamente e in modo naturale la ruota e la spaccata. La faceva sempre sulla battigia al tramonto e la terminava con una spaccata perfetta. Incredibile! I grandi impiegano anni e allenamenti continui, lei da bimba, puff, un attimo di concentrazione e oplà con un balzo in perfetto equilibrio si capovolgeva sulle braccia tese a testa in giù e le lunghe gambe in aria. E una e due e tre. I lunghi capelli le si insabbiavano e tornava con me a fare la doccia che risalivo dal mare dall'ultima nuotata al tramonto. E ci asciugavamo abbracciati insieme fino all'ultimo raggio di sole, prima che sprofondasse nel mare, con la piccola Ursula, invece, che tentava di imitare Jessica, ma era perennemente stesa sulla sabbia. Ogni tanto le riusciva la ruota e mi veniva a chieder conferma di come l'aveva fatta.  (LINK Jessica e Ursula con me in Versilia)
Lei, Ursula galleggiava appena la mettevo in acqua, la sostenevo leggermente con il solo palmo di una mano posto sul suo pancino a fior d'acqua e le insegnavo a nuotare spiegandole come muover gambe e braccia, a differenza di Jessica che tendeva ad andare giù come il piombo. La dovevo accompagnare con le due braccia perché sbatteva gambe e braccia in modo convulso e più si dibatteva e più andava giù. Ma non mi ascoltava.
Tornavamo la sera a casa, dove mia madre, che ci aveva preceduto muovendosi prima dalla spiaggia, aveva preparato la cena. Prima di cena il rito di un po' di ginnastica in terrazzo, doccia tutti e tre insieme con crema spalmata sulla pelle arrostita al sole. Poi sulla terrazza dopo cena attorniata dalla pineta tutti insieme a goderci i profumi della sera marina. Ecco questi sono i ricordi di serena felicità condivisi con le mie figlie e mia madre gustando un gelato o una tisana. Se avessi avuto anche un mio affetto sentimentale sarebbe stato perfetto. Mi raggiungeva a volte per telefono.

Anni prima, una notte, feci un sogno da incubo (avevo visto da poco il film “la scelta di Sophie”), premonitore, di quel che mi sarebbe aspettato: la perdita delle mie figlie nella separazione. 
Eravamo usciti al largo con il pattino, entrambe si erano buttate in acqua senza di me ed erano andate a fondo. Io mi gettai subito per andarle a tirar su, ma non ce la facevo con entrambe. Dovevo scegliere chi prendere prima. Ne presi una e feci segno all'altra che sarei tornato subito. Mi guardò sott'acqua con i suoi occhioni. Portai sul pattino una e ritornai giù subito a prender l'altra convinto di farcela, ma non c'era più. La cercai sott'acqua, ma dovetti risalire senza fiato a braccia vuote. Mi svegliai disperato da quell'incubo. Quanto piansi. E' un sogno /incubo premonitore che non dimenticherò e non ho mai raccontato a nessuno.

Le voci dei bimbi sono angeliche, portano dentro il suono divino. Quella delle bimbe poi… Esprimono tutta la loro ingenuità e sensibilità, basta una loro nota di voce per farti immaginare il loro mondo incantato fatto di domande ingenue piene di verità e che non riescono giustamente a capire quello dei grandi complesso e contorto. E si chiedono perché?
Un giovane padre distrutto nel suo animo per la perdita delle sue splendide figlie. Non piangevano mai né erano capricciose. I miei amici, quando andavamo a casa loro tutti insieme, si meravigliavano della loro tranquillità e compostezza. Sedute su una poltrona o divano assistevano silenziose ai nostri discorsi, senza mai infastidire. Erano semplicemente regali. Un dono di Dio due figlie così. Ma io non potevo più vivere con loro.

A Natale, il pomeriggio della vigilia, andavo a prender loro un vestitino nuovo per la cena della sera. E prima di andare a tavola insieme con mia madre, mia sorella, mio cognato, mio nipote, un altro bimbo che adoravo e portavo a sciare con me. Lo scambiavano per mio figlio, lasciando imbarazzata la ragazza che mi accompagnava, visto che non ero ancora sposato. A calcio era un bomber fin da piccolo. Un tombolotto con il fiuto del goal che segnava sempre. Poi lo spostarono in difesa perché era tra i pochi che sapeva giocare.

Dopo aver comprato i vestiti nuovi alle mie figlie (Oh, mi ricordo quando le vestii uguali da piccole étoile (gonnellina rosa, camicetta bianca, collant bianchi -i primi che indossavano, che scena davanti allo specchio quando se li misero- giacchina blu, e scarpe di vernice nera), scartati subito i vestiti appena arrivati a casa con loro ci vestivamo insieme e andavamo a fare il giro di tutti i parenti prima di cena per augurare un buon Natale con qualche dono. Eravamo sempre bellissimi. E portavamo a tutti la nostra gioia anche se di una famiglia già separata.

Io, allora, lavoravo a Milano. Avevo ritrovato un mio equilibrio economico, nel lavoro e di vita, tornavo il sabato e la domenica, me ne stavo con le mie figlie e mia madre, ma mi mancava tantissimo un rapporto affettivo vero profondo con una nuova compagna di vita e non leggero o sporadico, come mi capitava di avere. Ho sbagliato a non averne voluto coltivare un altro in modo più impegnato. Ho avuto donne che mi hanno amato, ma pur volendo loro bene, io ero incerto nei miei sentimenti e non mi ci vedevo con loro nel tempo. Non volevo sbagliare una seconda volta. Le mie figlie le ho quasi sempre tenute fuori dalle mie relazioni sentimentali, mi sentivo in imbarazzo. Di qualche relazione più duratura ne hanno fatto conoscenza, ma non volevo che percepissero loro padre come un libertino, che si svegliava la mattina con una o con un'altra. Anche se erano a conoscenza per altri circuiti delle mie avventure. Il sabato e la domenica avrei voluto dedicarlo solo alle mie figlie che andavo a prendere il sabato finita la scuola. Anche perché a dormire con me ci volevano essere loro. Il fine settimana era a loro dedicato. Tenevano a memoria i conti e si contendevano il posto nel lettone matrimoniale, spesso dormivamo in tre quando non si accordavano. Che risate sempre insieme. Spesso un film visto a letto insieme ci accompagnava al sonno. Woody Allen era il più gettonato. Sarà un caso che mia figlia Ursula da grande ha fatto poi la tesi di laurea su Woody Allen. La domenica il pranzo della nonna... con i suoi risotti, le lasagne, la pasta al forno, gli gnocchi alla romana, i cannelloni e i suoi piatti della tradizione... il suo risotto rosso, i cappelletti, squisiti, il budino e il salame di cioccolato, c'era il suo amore in ogni piatto. Oppure andavamo tutti insieme in trattoria a Barbiano, sulle colline vicino a Felino o nell'Appennino parmense a Schia o a Bosco di Corniglio... Arrivava presto però il pomeriggio con loro piccole. E si avvicinava la triste sera della domenica, le riaccompagnavo a casa dalla mamma. Stavamo tutti male. L'amore infranto...che lacera il cuore, piangevo dentro di me nel più profondo dolore. Che tristezza tornarmene da solo a casa dove mia madre mi sfoderava il suo sorriso, ma rattristato per non aver con se le sue nipotine, comprensiva del mio star male e pure il suo. Vivevamo insieme un clima di serenità riacquisita, ma con grande tristezza nel cuore. E così feci finché lavoravo a Milano. Il lunedì mattina ripartivo per Milano a svolgere un lavoro che mi piaceva e mi dava discrete soddisfazioni… e rivedevo un futuro.
Quale festa mi fece, mia madre, quando tornai all’improvviso dall’Inghilterra dopo circa un anno… sembrava una fanciulla. Preparò subito la cena e, con un amico di infanzia, informato, successivamente, del mio ritorno, cenammo tutti insieme. Sprigionava felicità in ogni suo gesto, ci contagiava con il suo animo... Sapeva rendere tutti felici... sempre.  
Forse, sarei dovuto rimanere in Inghilterra con Julie o portare lei e Francesca (la figlia) con me in Italia. Cosa che era stata pure pensata. Ma troppi sarebbero stati i problemi per entrambi. 
Tornato dall'Inghilterra (1983) trovai subito lavoro a Milano, nella agenzia italiana di una società di comunicazione americana.

Poi quando lasciai Milano e tornai a Parma (mia madre non avrebbe voluto), le preoccupazioni di lavoro iniziarono a sovrastare la nostra felicità di padre e figlie. Si ruppe ancora qualcosa in famiglia. 
Quando Jessica e Ursula compirono 14 anni comprai loro il vespino 50, era per me come ritornare ai miei anni della fanciullezza, volevo dare anche a loro l'illusione della libertà, come ebbi io, di poter andare dove volevano. A Jessica il giorno del suo compleanno gliela portai all'uscita di scuola e andò a casa radiosa in vespino bianco. L'anno successivo feci lo stesso per Ursula vespino azzurro. Aveva difficoltà nelle curve, già pure con la bicicletta. Volevo dare loro quello che avevo avuto anch'io, sapevo che le avrebbe rese felici... desiderose com'erano di essere autonome.
Le mie figlie, la cosa più bella che ho voluto e fatto nella mia vita. In età ancora incosciente. Un amore il mio incompreso e incompiuto. Un’altra donna sarebbe dovuta essere la mia compagna di vita. Lei lo avrebbe voluto, ma io non ero pronto. E in seguito alla separazione avrei dovuto vivere più liberamente e stabilmente in famiglia i miei affetti. Sbagliai a non farlo. A non costruire una nuova famiglia con altri figli. Ma il trauma affettivo della separazione precedente con i relativi strascichi legali e personali inibirono i miei incerti sentimenti, bloccarono ogni mio successivo desiderio di nuova famiglia.

Avrei voluto poi dare a mia madre il piacere di un figlio realizzato, cosa che non è riuscita a vedere se non limitatamente al mio periodo di Milano e per qualche importante progetto realizzato a Parma. Era felice quando le portavo buone notizie di lavoro. Questo, sì, mi rincresce molto, non averle dato il piacere di riconoscere i talenti che mi aveva donato e di cui era orgogliosa. E poi la sua malattia: il diabete, la camera iperbarica a Fidenza... volevano amputarle il piede, perché era andato in necrosi, mi opposi e, per fortuna, non le venne amputato. Quando morì il piede era guarito. E poi il mio studio che non andava bene. Le difficoltà dei rapporti in famiglia. La litigiosità per il divorzio. Sono stati anni di tormenti... anche se non lo davo a vedere, la perdita della casa paterna. Questa attrazione verso la mia città in cui volevo realizzare la mia professionalità mi ha danneggiato. Me lo aveva detto Baldo incontrandomi casualmente:” Cosa fa qui a Parma!! se ne vada!” Aveva ragione. E così ho commesso errori su errori. Una storia che non riesco a dimenticare... e non posso perdonarmi. Sono anni di vita, anche se sono andato sempre oltre. Negli anni difficili però ho incontrato un grande amico a cui devo molto. Numerosi poi gli amici che hanno apprezzato e riconosciuto il lavoro fatto con il mio studio e in particolare con il mio socialblog, a differenza della mia famiglia che ancora hanno difficoltà a capire quel che faccio.

Era una sera di fine agosto, una mia intima amica, con cui ebbi una splendida storia sentimentale, terminata perché era coniugata, mi invita a cena in una trattoria all'aperto in centro città. Anche se i nostri incontri si erano diradati, decido di andare per trascorrere una bella serata insieme... ne avevo bisogno. Dovevo distogliermi dai problemi e dal glioma. Rivivere un clima di affettività che avevo perso. A fine cena ero indeciso, ma non potevo non accennarle della mia malattia. In quelle luci soffuse della sera, lo feci, per rispetto dei nostri reciproci sentimenti, per la prima volta, dissi della mia malattia ad una persona, con grande imbarazzo e un po' commosso. Rimase sbigottita: “Luigi non piangere” -mi disse con tono quasi severo. Mi ripresi quasi subito. Le spiegai che ero tranquillo, che comunque fossero andate le cose, sapevo di aver dato nella vita vissuta sempre tutto di me per cause giuste con coerenza, facendo scelte difficili e impopolari e anche molti errori che ho pagato però ingiustamente con un prezzo troppo alto. Mi diede alcune indicazioni e parole di conforto. Ci salutammo e da allora però la persi completamente di vista. Questo mi diede ancor più ragione nel non volerne parlare con nessuno della mia malattia.

Verso fine agosto torna dalle ferie il mio medico Maurizio Vescovi e la sua assistente praticante Caterina Conforti, mi fissa l'appuntamento subito in un centro specializzato. Dopo una disamina di come vedeva lui la situazione, e un consulto con Maurizio, Caterina, mi fissa immediatamente via internet, la visita al Carlo Besta di Milano. Il giorno seguente viene confermata via mail visita, data e ora. “Luigi - mi disse Vescovi- è tra i migliori centri neurochirurgici d'Europa”. Gli confermo la mia disponibilità. 

Aspettavo a questo punto il ritorno delle mie figlie dalla vacanze. Non c'era alcuna ragione per guastargliele. Era con loro che volevo parlare prima di altri parenti. E prima di prendere qualsiasi decisione. Ora dovevo attendere il loro ritorno il 3 di settembre per parlare loro senza creare un eccesso di preoccupazione. Come dirglielo non era facile. Tornarono in giorni diversi. Jessica la vidi la sera stessa del suo ritorno. Al telefono non capiva quale fosse l'urgenza di vederci. Preferisco parlartene a voce non al telefono. “Se non questa sera -le dissi- dimmi tu quando? 
Il 3 settembre era la sera dell'anniversario della morte di mio padre. “Ti raggiungo all'uscita dalla messa”- mi assicurò Jessica. Nell'incontro cercai di dirle tutto facendole capire che ero in buone mani. Anzi le dissi: “preferisco che tu venga da Vescovi con me una sera in ambulatorio così gli poni tutti i quesiti che vuoi per avere risposte complete e non sommarie come te le potrei dare io. Che cosa sia un glioma non lo so nemmeno io ancora con precisione”.
La tranquillizzai che stavo bene, non mi sentivo malato, se non per sintomi lievi che mai avrei immaginato dipendessero da un glioma cerebrale (a me totalmente sconosciuto anche come malattia e a lei pure). “Comunque -le dissi- domani mattina ho l'appuntamento al Besta di Milano, un centro specializzato per le malattie neurologiche, poi ti saprò essere più preciso”.
"Chiamami subitodopo!" si raccomandò Jessica.

Il 04 di settembre vado in treno da solo al Besta di Milano per un consulto neurochirurgico, come programmato, con la dottoressa Marica Eoli.
Rispiego tutta la mia anamnesi. Stila una sua prima diagnosi e mi prescrive il Keppra. Qualche giorno dopo attraverso Vescovi, la Eoli mi fissa l'appuntamento con Francesco Acerbi, neurochirurgo primo assistente del primario Paolo Ferroli della 2 neurochirurgia del Carlo Besta. La visita con Acerbi si svolge riesaminando la risonanza, ascoltando i miei disturbi e consultando l'encefalogramma. 
Acerbi non ebbe dubbi. “Bisogna operare prima che divenga più aggressivo, poi è difficile intervenire in modo risolutivo senza creare problemi...Vista la sua età poi, ancor giovane, ritengo sia opportuno intervenire chirurgicamente asportando la massa che è già molto estesa... Tutto il tessuto tolto (ne venne asportato 15,7gr) verrà poi esaminato per l'esame istologico (risultò essere un astrocitoma anaplastico). Il rischio chirurgico -continuò Acerbi-vista la tipologia di intervento, esiste, ma ritengo che prima si interviene e meglio sia... Lasciare quella massa, se si infiltra diviene difficile poi asportarla completamente senza arrecare possibili danni motori o di altra natura”. Mi avvertì che si sarebbe potuta altresì manifestare una lieve parestesia post operatoria proprio sul lato sinistro. “Comunque, nell'eventualità sarà di breve durata con una adeguata riabilitazione”. 
Mi chiese quindi se desiderassi essere messo in lista di attesa. Accettai senza esitazione e firmai la richiesta. Pochi giorni dopo la segreteria del dottor Acerbi mi chiama per fissare il 2 di ottobre 2012 il ricovero per successivo intervento. Era di mattina, da poco sveglio. Risposi immediatamente che per quella data mi era impossibile. Restavo in lista di attesa, ma desideravo posticipare il giorno dell'intervento. Non mi sentivo pronto psicologicamente e avevo diverse situazioni personali da sistemare. Non di poco conto.

Molto gentilmente accolsero la mia momentanea disdetta. Mi avrebbero ritelefonato.

Se in quell'ambiente di città mi ero ammalato, da quell'ambiente volevo andarmene, anche provvisoriamente, ma dovevo cambiare aria.
Con il mio amico Cesare, uno psichiatra, a cui avevo spiegato qualche giorno prima la mia situazione, iniziammo a girare per l'Appennino parmense, che conoscevamo bene per averlo più volte visitato, cercando una soluzione in cui andare a risiedere temporaneamente, stante il mio desiderio di ritirarmi a scrivere e a dipingere e nell'eventualità post operatoria che non sapevo quali conseguenze mi avrebbe lasciato. C'erano pure esigenze economiche per i costi che non potevo più sostenere dell'affitto in mia assenza e senza lavoro. 
Battezzammo la zona di Borgotaro la più idonea per i collegamenti a Parma con il treno, per la presenza di un ospedale nel caso di necessità, perché in quel paese avevo amici e conoscenti. 
Andammo a casa di una coppia di nostri amici animalisti che avevano un agriturismo in cui c'è una casella (una Baita molto rustica e spartana) che domina la vallata (Valvona).

BORGOTARO, LA CASELLA DI VALVONA...

Spiegai loro in modo molto riservato e confidenziale, il mio stato di salute e quello che avrei voluto fare temporaneamente. Visitai la Casella, un monolocale tutto arredato con blocco cucina, area giorno, letto e bagno. Per me sarebbe stata la soluzione ideale. Nei primi giorni del mese di ottobre, con l'aiuto di mia figlia Jessica, organizzo il trasloco e mi sistemo temporaneamente in questa nuova abitazione. Sono venuto qui a cercare la mia Himalaya a pochi km dalla mia città. Una baita che dà sulla vallata del Taro e ha di fronte il monte Molinatico, che già conoscevo per precedenti escursioni. Sembra quasi di essere sospesi nel vuoto tra le nuvole. L'aria è rigenerante, piena di ossigeno. Ci sono albe mozzafiato. Ti trovi a volte in mezzo alle nubi. Ma non c'è luogo pur bello che sia, che diviene spento senza la condivisione con chi ami o con una amicizia profonda. Ogni cosa che provi bella devi condividerla con chi ami per gustarla e fissarla nell'anima. Rimane altrimenti solo una bella cartolina. Non basta l'ambiente per rigenerare l'animo. Nulla vale quanto un abbraccio d'amore o di amicizia vera. Pur in un ambiente incantato.
Il tempo poi iniziò ad essere inclemente con pioggia e freddo. L'escursione termica notturna era molto forte. Durante le giornate di forte pioggia scrosciante dovevo sistemare qualche secchio sul pavimento per raccogliere l'acqua che scendeva in alcuni punti del tetto, per fortuna non sul letto. Mi ricordavo il Conte Mascetti (Tognazzi) in “Amici miei”.
Mi sarebbe piaciuto avere un camino o una stufa a legna per avere la compagnia di una fiamma, il profumo della legna che arde. Con la pioggia insistente non potevo gustarmi, camminando nella natura la nuova sistemazione abitativa. C'era il collegamento a Internet e iniziai a scrivere e a pubblicare sul mio blog dopo aver comprato un piccolo ricevitore che potenziava l'esistente segnale. A volte, presto, nelle mattinate di sole mi mettevo a scrivere con il mio portatile su un tavolo sotto un vecchissimo noce con i gatti che saltavano intorno e poi si accovacciavano vicino al computer o si strusciavano negli angoli dello schermo. Il gallo non mancava di farsi sentire. Erano momenti in cui ritrovavo me stesso, i miei umori. Una cagnetta mi aspettava fuori dalla porta, ogni mattina, per una fetta biscottata che divorava e mi accompagnava, scodinzolando e saltellando felice nel sentiero, fino al tavolo.

Nel giro di poco tempo in una di queste mattine sotto il noce mi chiamano dal Besta e vengono fissate due visite. Stabilisco un rapporto diretto con il dottor Francesco Acerbi che scopro del 1978, anno di nascita di mia figlia Jessica.

Messo in lista di attesa, vengo richiamato ai primi di novembre. Ma non mi sentivo ancora pronto psicologicamente e chiedo un ulteriore rinvio. Concesso ma con avviso che non sarebbe stato possibile procrastinare altre volte, vista la lunga lista di persone in attesa di essere operate. Si creano disagi organizzativi. Rimango quindi prenotato in lista di attesa. Il 22 di novembre sono chiamato per il pre ricovero, in cui vengono effettuati tutti gli esami pre operatori e una RMN con trattografia. Informo le mie figlie. Dopo pochi giorni giunge dal Besta una nuova telefonata, mi viene proposta la nuova data di intervento: ricovero in istituto il 4 dicembre per intervento il 5. 
“Così vicino al Natale?” dico. Pur con qualche titubanza do la mia disponibilità. Informo Vescovi, le mie figlie e i miei stretti familiari. 
Telefono al dottor Acerbi un primo pomeriggio dopo aver pranzato al campus universitario di Parma e aver incontrato don Cocconi, per fagli alcune domande precise ed avere da lui risposte:
-Quante possibilità ci sono che esca dall'intervento nelle condizioni motorie attuali?
-Molte. Direi al 90%. 
-Quante possibilità ci sono che possa avere disturbi alla memoria o al sistema emotivo vista la vicinanza del glioma all'insula?
-Nessuna, ritengo, se tutto va come penso. Eviteremo di intervenire laddove potessero poi generarsi problemi.

La tranquillità e la sicurezza di Acerbi unitamente alla sua competenza mi convinsero ad effettuare l'intervento per la data concordata nonostante alcuni parerei discordi. Nessun ulteriore slittamento. Ero determinato. Era la cosa giusta da farsi subito. Per me era deciso. Informai mio cognato Giulio Sergio, perché fosse lui a dare la notizia a mia sorella Marilena"Sì, sì, devi fare subito l'intervento. Non aspettare".

Avevo ricevuto da poco tempo la promessa di un incarico al Regio di Parma nell'ambito della comunicazione, a seguito dell'arrivo di Carlo Fontana al vertice del Teatro, in sostituzione di Mauro Meli. Sapevo, purtroppo, che avrei dovuto rinviare l'inizio di lavoro... e anche per questo ero un po' titubante a farmi operare subito e optavo per far slittare l'intervento verso marzo/giugno. 
Presi appuntamento con Fontana al Regio. “Carlo, ti devo parlare per una vicenda personale molto delicata”. Mi ricevette la mattina seguente nel suo ufficio. Dopo una disamina sul lavoro da svolgere e di cui ero molto interessato, come ormai da alcuni mesi discutevamo nei nostri incontri, e in sistematiche telefonate, ci sedemmo nel suo salottino: “Dimmi Luigi, qual è il tuo problema personale?”

Devo essere operato al Besta per un glioma cerebrale il prossimo 5 dicembre” 
“Di cosa?” 
“E' un tumore cerebrale in parole povere” gli dissi. 
“Ma cosa mi dici? Mi dispiace molto Luigi per questa tua malattia, tu fai quello che devi fare, pensa a guarire. Poi quando ritorni che ti sei rimesso e stai bene, inizi il lavoro con me al Regio”
Ci salutiamo non senza qualche mia preoccupazione. Sapevo che ci sarebbe stato chi avrebbe approfittato di questa mia malattia. Così infatti fu.

Avrei voluto iniziare da subito, perché i primi passi del suo insediamento sarebbero stati fondamentali... ci tenevo molto a portare il mio contributo in quella Istituzione locale di cui avevo da anni criticato la gestione e avrei voluto essere al fianco di Fontana, per aiutarlo, come da accordi. Ero incerto se spostare l'operazione di qualche mese, ne avevo parlato anche con Vescovi e Caterina, i quali erano propensi, ma poi decisi di no. La scelta ormai l'avevo presa. 
Dovevo affrontare l'intervento e rimettermi quanto prima, poi ero convinto, con buona dose di incoscienza, che mi sarei ristabilito in breve tempo e avrei iniziato subito la mia collaborazione con la nuova dirigenza del Regio. Acerbi mi aveva dato sicurezza e confidavo nella sua preparazione e competenza (avevo consultato in Internet il suo curriculum). Tant'è che il 12 gennaio 2014 arrivavo da Marina di Massa dove stavo facendo la convalescenza, a Parma. Ero al Regio per la prima della Stagione e il primo spettacolo di Fontana a Parma“il Ballo in maschera”. Ci tenevo ad esserci anche se non completamente ristabilito e la cicatrice sulla tempia destra ancora in parte visibile. In molti (tra i pochi che erano venuti a saperlo) rimasero sorpresi nel vedermi a teatro. Maurizio Vescovi e Caterina ci tenevamo che io ci fossi. E feci l'impossibile per esserci. 

Di questo Paese, l'Italia, si parla poco dei suoi centri di eccellenza che connotano l'orgoglio di appartenervi. 
Ne ho potuto constatare personalmente la valenza di alcuni: Il Besta è uno di questi, il Don Gnocchi di Marina di Massa pure.
Il servizio sanitario nazionale, di cui spesso si denunciano situazioni di malagestione pur nelle sue storture e a volte sprechi, rappresenta un modo di essere vicini alla persone, nella loro malattia, indipendentemente dallo stato sociale. Pochi Paesi vi possono contare. Ho potuto avere quel che di meglio avrebbe potuto avere una persona dal servizio sanitario nazionale.

RICOVERO AL BESTA...

Qualche giorno prima del 4 dicembre scendo dal mio rifugio in montagna per prepararmi tutto l'occorrente per il ricovero e vado in città dove mi ospita mio cugino Andrea. 
Le mie figlie e Mary (la compagna di Andrea) mi avevano preparato loro tutto nei minimi particolari. Nella borsa da viaggio non mancava nulla. La mattina del 4 dicembre Ursula, la più piccola delle due mie figlie mi avrebbe accompagnato in ospedale a Milano con la sua auto. Io sarei voluto andare in treno, ma lei insistette per accompagnarmi in auto. L'arrivo a Milano fu caratterizzato dalla neve quella mattina. Fu un viaggio tranquillo e sereno. Non ci fermammo in alcuna area di sosta, per arrivare in ospedale a digiuno. Lei conosceva quella zona vicino al Politecnico per averci abitato durante i suoi studi. Abbiamo fatto insieme l'accettazione al Besta, la sistemazione in camera. Poi mi aiutò per la doccia e il lavaggio della testa e dei capelli con il betadine shampoo... e mi aiutò ad asciguarli. Pensavo mi rapassero, invece, no. Assistette mentre mi tagliarono qualche ciuffo dei miei lunghi capelli e mi fissarono in testa dei piccoli cerchi per l'intervento di microchirururgia con l'ausilio di neuronavigazione RM guidata.

Con Ursula, che da un po' di tempo non vedevo, iniziammo a parlare la mattina e finimmo la sera verso il tardi con inevitabili racconti sulla nostra famiglia e nostre confidenze. Lei sempre con il suo sorriso luminoso di bimba innocente, cercava di tranquillizzarmi. Ero felice di essere in sua compagnia in quel viaggio. Poi se ne andò, si faceva tardi e continuava a nevicare. Mi assicurò che sarebbe ritornata il pomeriggio successivo dopo il lavoro. Mi ha reso una giornata prima dell'operazione serena e bella... non era facile. Ursula arrivata a Parma mi scrisse quella sera un sms: “Notte papi... fai tanti bei sogni che sono il regalo più bello del nostro cervello! Ti voglio un mondo di bene... E' bello essere venuti al mondo da te”. 
Io di rimando un sms:. “E' bello aver reso l'umanità più bella con una bimba splendida come te”.
E mia figlia Jessica qualche tempo prima della diagnosi della mia malattia dopo avermi fatto visita a casa capendo che c'era qualcosa che non andava mi scrisse la sera: “papà non lasciarmi, nella tua presenza/assenza, anch'io ho bisogno di te”. 
Jessica mi aveva raggiunto la sera del 4 dicembre al termine del lavoro e sarebbe rimasta a Milano per essere la mattina presto da me prima dell'intervento visto che ero il primo della lista alle 7,30. Rimase a dormire a casa di suoi amici di Milano.

Quella sera presenziò alla visita in camera del dottor Acerbi: 
“Mi raccomando dottore -gli dissi scherzando- niente olgettine questa sera!”
Rispose Acerbi: “cena e a letto presto, glielo assicuro”.
Giunse verso sera Maurizio Vescovi, il mio medico di base, che mi aveva assicurato la sua presenza all'operazione. Arrivò la sera e rimase anche lui a dormire a Milano per essere puntuale la mattina presto. 
Scese infatti con me Jessica e l'infermiere lungo il percorso in sala operatoria. Poi, dopo avermi rassicurato, mi lasciò, si andò a preparare per presenziare all'operazione.

Così pure Jessica. Mi salutò e se ne andò, invece, a fumare una sigaretta. Ho i ricordi molto offuscati, visto che prima della discesa mi avevano dato 20 gocce di valium e appena arrivato nel corridoio antistante la sala operatoria mi avevano messo la maschera da cui respirare profondamente... e poco dopo persi completamente conoscenza. Avevo intravisto le luci della camera operatoria. Dentro di me ero tranquillo. Non mi ricordo più nulla. Mi ritrovai in camera la sera, mi dissero verso le 18, dopo esser passato dalla rianimazione. In camera mi aveva raggiunto anche mia sorella, e chiedevo all'infermiera di pulirmi la gola dal catarro e dalla saliva perché volevo respirare meglio, mi sentivo soffocare in gola, e di togliermi i tubi dal naso. Sentivo la voce di Jessica e di Marilena, mia sorella che mi prendeva la mano. Muovevo tutti gli arti, per capire come era andata. E capii allora che l'operazione non mi aveva lasciato problemi fisici post operatori. Mia figlia su suggerimento di Vescovi scese in farmacia e andò a prendere delle piccole perette per aspirare la saliva e liberarmi la gola, vista la mia insistente richiesta e fastidio. E si mise poi a bagnarmi con la garza imbevuta d'acqua le labbra e la lingua perché sentivo la bocca asciutta. Nessun dolore alla testa, che mostrava, come vidi il giorno dopo allo specchio, un ampio bendaggio intorno di contenimento e una cicatrice come un ricamo che partiva dalla fronte vicino all'attaccatura dei capelli e dopo un giro attorno alla tempia scendeva e terminava davanti all'orecchio destro. Un bello squarcio.
Ero in camera con una persona, Silvio, che aveva subito il mio stesso intervento, ma in recidiva.
Una persona tranquilla, era come se non ci fosse. Veniva la moglie ad accudirlo e la figlia. Era di Legnano.
Si lamentava per il mal di testa. E gli infermieri gli somministravano morfina. Come anche a me, io però non sentivo dolore. Al pomeriggio dopo il lavoro arrivava Ursula con la sua giacca a vento azzurra e il sorriso sulle labbra e l'aria della neve indosso.

Pur cercando di scacciarli, i miei pensieri continuavano ad accavallarsi. Sono stanco di lottare, di non esser stato capace di mettere a frutto i miei talenti ricevuti, di non aver creato un mondo di amore e serenità. Faccio fatica a perdonarmi. Non ce la faccio più a risalire la china. Sono stanco di essere sempre solo in una sfida continua che è divenuta la mia vita. Eppure avrei voluto solo una bella famiglia in cui vivere, con una donna da amare ed essere amato. Un luogo in cui coltivare la tradizione della mia famiglia patriarcale di cui porto il nome del capostipite. Sono stanco di questo peregrinare a vuoto, ora con questa malattia che mi accompagnerà per sempre, anche se la sconfiggerò.
Sabato sera in un balzo di amore/orgoglio ho detto a mia figlia Jessica che bellissima e sorridente, capelli tagliati e lavati con i boccoli, i panta mimetici e le scarpe alte sopra la caviglia, mi ha portato il cambio di biancheria e i vestiti da lei lavati e stirati:“ Se Amstrong ha sconfitto il cancro e vinto 7 tour de France, anch'io ci verrò fuori da questa malattia, e mi ricostruirò una vita. Tu me ne dai la forza.”

Ma era l'effetto della malattia, il mio abbandono da tutti, ancora una volta, era dietro l'angolo.

RICOVERO PER LA CONVALESCENZA A MARINA DI MASSA...

Mia figlia Jessica venne a prendermi il 10 dicembre giorno delle mie dimissioni dal Besta. 5 giorni dopo l'intervento. A Vescovi mi ero raccomandato di poter fare la convalescenza al Don Gnocchi di Marina di Massa (Istituto Santa Maria alla Pineta don Carlo Gnocchi di Marina di Massa) un altro centro di eccellenza italiano nella sanità insieme al Besta. E' una struttura riabilitativa e di convalescenza sul mare. L'avevo vista durante un giro in Versilia qualche anno prima e mi chiedevo... chi erano i fortunati che potevano accedervi. Divenne, guarda caso, il luogo per la mia convalescenza.

Volevo stare in un posto tranquillo fuori dai miei problemi di lavoro e familiari. Non volevo essere di peso per nessuno. Al Don Gnocchi avrebbero pensato loro a tutto e avrei avuto tutta la necessaria assistenza. Vi sono stato per circa 40 giorni per la convalescenza riabilitativa post operatoria. Vi ho trovato professionalità e capacità di gestione nelle diverse patologie del paziente, sempre ad altissimo livello e con dedizione in tutti i componenti di servizio, sia da un punto di vista professionale che umano. Lontano dalla mia città, fuori dal giro delle mie frequentazioni che non sapevano nulla, a cui avrei dovuto e voluto spiegare cosa mi era successo, solo quando mi fossi completamente ristabilito.
 
Se i guai potevano arrivare era proprio da Parma. E infatti il 13 dicembre 2012 mi fu comunicato da una collega giornalista di parma.repubblica.it che la Procura di Parma di Parma aveva disposto ed eseguito il sequestro del mio socialblog, nonostante avessi informato ufficialmente il giudice Paolo Scippa che avevo già oscurato volontariamente  prima del 29 novembre 2012 e prima della disposizione firmata dal Procuratore capo Laguardia, tutto ciò che era oggetto di querela. Un provvedimento inutile e dannoso a cui il mio legale fece subito ricorso al Riesame. Il 3 gennaio 2013 fu eseguito il dissequestro. E' con questo spirito interiore che iniziò il mio ricovero riabilitativo. Esecuzione di sequestro voluta dal giudice Scippa pochi giorni dopo, 17 gennaio 2013, si suicida con la sua P38. (cronaca dei fatti. LINK)   

All'Istituto Don Gnocchi, la persona viene accolta e curata nella sua globalità e non solo nella specificità patologica. Ci si sente protetti e amati. Il paziente, se collabora, ha modo di dedicarsi alla sua rigenerazione e cura. La guarigione è un percorso lungo che riguarda tutta la persona non solo la parte colpita del corpo. La convalescenza è parte integrante e indispensabile della cura. Il luogo, l'ambiente in cui la si fa è parte del programma oltre ai componenti professionali. E poi la struttura è situata in un posto magnifico sul mare Tirreno e le Apuane. Il clima mite anche in inverno, l'aria marina e dei monti sono un coadiuvante eccellente per la convalescenza. I luoghi poi mi ricordavano la mia infanzia e gioventù. Quel profumo unico della Versilia che concilia per me con il benessere e il cuore. Una struttura complessa e ben organizzata in ogni reparto, sempre pulito nonostante le numerose degenze di anziani incontinenti e i lavori di ristrutturazione in corso d'opera. E gli stessi pazienti si adoperavano per cercare di trasmettere all'ambiente serenità. C'era una signora di Pinerolo, originaria di Carrara, che aveva subito un intervento all'anca (entrata in carrozzina, se ne è andata camminando sulle sue gambe, con uno sguardo di felicità incontenibile). Era sempre raggiante con il sorriso, la conversazione sempre aperta con tutti, si adoperava con le figlie e il marito che l'accudivano per creare un ambiente di cordialità e familiarità. Una solidarietà propositiva e incoraggiante che trasmetteva fiducia a tutti.

Partimmo con Jessica da Milano verso tarda mattina del 10 dicembre dopo il disbrigo delle pratiche al Besta e posto in carico, come struttura sanitaria ricettiva, al don Gnocchi di Marina di Massa. Arrivammo verso sera. Era stato un bel viaggio insieme. Jessica si era raccomandata, durante il percorso, con ripetute telefonate alla struttura, di aspettare il nostro arrivo. Quando giungemmo a Marina di Massa, chiese delucidazioni sul come arrivare, anche se un po' mi ricordavo in quanto si trova a fianco della Torre Fiat. Giunti in sede era difficile orientarsi nel centro per i lavori di ristrutturazione in corso, dovevamo eseguire in tempo, prima della chiusura degli uffici, l'accettazione sanitaria con tutte le prescrizioni mediche del Besta. Dall'ufficio di accettazione ci inviarono quindi, subito, al reparto diretto dalla dottoressa Lucia Avila. Fui preso in carico da lei e mi fu assegnata la camera. 
Con Jessica andammo a prendere visione e a depositare le valige. Giunti in camera ci accolse una persona ricoverata alquanto su di giri che si rivolgeva a noi ad alta voce con frasi sconclusionate.
Mi chiamò quindi la dottoressa Avila per stabilire il programma terapeutico. Jessica era sparita. 
Stavo per ritornare in camera, ma mia figlia mi chiamò e disse che aveva richiesto un cambio di camera in quanto sapeva che con quel compagno di stanza non sarei andato d'accordo e quindi era andata direttamente in accettazione per cambiare letto. Mi fu assegnata una stanza da solo e vi rimasi quasi fino alla fine della mia convalescenza. “Jessica – dissi- ma non è questa la mia stanza”
“Tu vieni con me” 
mi rispose, perentoria, in quella stanza tu non ci potevi stare. Ti conosco. Ti ho fatto cambiare di letto. Quella persona urlava e tu devi stare tranquillo. Aveva ragione. Scelta felice. Prendemmo di nuovo le valige, salutammo il paziente, e mi assestai nella nuova camera, dove mia figlia mi aiutò a sistemare i miei vestiari e l'occorrente per il bagno e la palestra nell'armadio, unitamente ad alcune raccomandazioni.

Ritornammo dalla dottoressa Avila (fisiatra) che mi aveva predisposto il programma (tempi e cure) un lavoro specifico affidato alle cure specialistiche di Barbara Fruzzetti (fisioterapista), di Vittorio Arcolini (psicologo), di Agnese Zaccaro (neuropsicologa), Paola Carmassi (responsabile di reparto, somministrazione della terapia farmaceutica quotidiana e dei trattamenti). 
Impiego sempre un po' di tempo ad orientarmi nei nuovi ambienti, appena operato e dimesso, non capivo molto bene ma mi abbandonai alla struttura e a mia figlia che disbrigava tutte le pratiche. Uscito dal Besta dopo soli 5 giorni, affrontato un viaggio di alcune ore con un solo stop in un autogril. Si era fatto tardi e Jessica doveva ritornare a Parma. Avevamo terminato il nostro lungo, piacevole viaggio insieme. Mi dispiaceva lasciarla, come quando da piccole le dovevo riportare la sera dalla mamma. Lei suo padre lo aveva sistemato al ricovero. In mani sicure. Quando non c'è una famiglia vera questi luoghi se ben gestiti sono il rimedio necessario. 
Trascorro la notte tranquilla dopo la terapia farmacologica prescritta dal Besta. Nessun particolare dolore, ero ancora sotto morfina. 

La mattina arriva Angela per la sveglia e la colazione: “. tè, caffè, latte...” Prende nota delle mie preferenze. “Acqua calda con limone e frutta”. Le chiedo. Mi infilo la vestaglia, regalata da mia figlia, con la mia cuffia copricapo che indossavo per celare la cicatrice e il ricamo in testa. Non volevo urtare la sensibilità altrui, alla mia vista, in particolare a tavola... scusandomi, argomentando la cosa, con il commensale di turno se tenevo quel copricapo a tavola. Ci si ritrova tutti in sala mensa per fare colazione e scegliere il menù di pranzo e cena. Angela, sempre lei con fare allegro e un po' buffo per tenere gli animi dei degenti allegri, scansiona ad alta voce i piatti del menù con qualche commento in toscano. Una vera spremuta energetica per tutti. Alla mia richiesta di dieta vegan, “e che puoi mangiar allora?” A questo ero abituato. Non ci furono, però, problemi. Anzi divenne poi una specie di gioco la lettura del menù quotidiano: “questi no, questo no, questo sì” il caciucco lo mangi? No! Non sai quel che ti perdi! e via così... Ti faccio fare un po’ di riso in bianco? Sì, grazie, senza burro e formaggio. Ci metto io un po’ di olio.
La mensa ha le vetrate sul mare, una vista bellissima che fa bene all'anima di buon mattino. Si vede la spiaggia e l'acqua che tocca il cielo. Entrano i primi raggi di sole riflessi dal mare. Angela ad alta voce chiama le persone per nome o cognome, si avvicina a loro e definisce il menù della giornata. Fa sorridere tutta la giovin brigata con la sua vivacità. Sorprendente e unica con il suo fisico un po' giunonico. Pian piano la sala si riempie, arrivano tutti in vestaglia, pigiama o tuta. Terminata la colazione si torna in camera ci si veste con una tuta per la palestra. Mi cambio e resto in attesa che alle 9 la fisioterapista mi venga a prendere e accompagnare in palestra. In tutti quei corridoi, camere e studi medici, luoghi per la fisioterapia non riuscivo a orientarmi e non avevo ben capito dove si trovava la palestra. Puntualissima come un orologio svizzero arriva Barbara la mia fisioterapista. Camice bianco, occhi luminosi chiari come il mare, con gli occhiali e capello molto corto. Somiglianza straordinaria a Emma Watson. Mi spiega camminando qualcosa sul nostro percorso di lavoro insieme, cerca di conoscere i miei sintomi, entro con lei in palestra. Esercizi soprattutto di coordinamento arti destro e sinistro. Di equilibrio. Ripresa della sensibilità e del tono muscolare. Lievi massaggi alla cicatrice per evitare aderenze. Passavo poi dall'infermeria per la disinfezione quasi quotidiana della ferita.
Finita la palestra mi accompagna tra i corridoi nello studio dello psicologo, una figura dai tratti e modi eleganti e gentili stile inglese. E lì, in quelle sedute, piansi tanto e sfogai in parte il mio dramma interiore fatto non solo di malattia. Probabilmente solo una conseguenza il glioma, come sostiene il mio amico medico Gabriele Restori
Finito lo psicologo, mi aspettava una deliziosa neuropsichiatra, severa e divertente dove, all'uscita, dopo gli esercizi a cui mi sottoponeva, mi sentivo un po' più stupido di quando ero entrato. Scrissi una volta a Ursula: “avrai un padre con qualche handicap, ricordi il film “a proposito di Henry” con Herrison Ford? Ma io non ho buttato in aria i mattoncini del test... in qualche modo l'ho portato a termine”. 
E con loro ho iniziato un percorso di convalescenza per la mia guarigione. 20 giorni prolungati a 40. Quanto mi fu utile quella convalescenza a Marina di Massa. Fu una vera rigenerazione fisica e psicologica. Terapie la mattina dalle 9 alle 13 e camminate sul mare il pomeriggio e spesso anche la sera dopo cena, per respirare a pieni polmoni quel che ti dona naturalmente il mare. Verso la fine mi praticarono anche terapia in piscina con la precauzione di non andar sotto acqua con la testa.
E la notte dormivo con le finestre semiaperte per non farmi mancare il rumore della risacca e l'ossigeno marino naturale in camera. Una alimentazione vegana a base principalmente di frutta e verdura cruda con aggiunta di legumi, cereali mi veniva data come da me richiesta. La frutta che non mangiavo ai pasti, ma portavo con me in camera, rimanendo nella stanza sprigionava insieme all'aria fresca che circolava un buon profumo. Le infermiere lo dicevano. Quando si entra nella tua stanza si respira il sapore della frutta. 

Pochi giorni dopo il mio ricovero, volli uscire da solo per capire come mi sentivo e mi muovevo. 
Dopo qualche passo in spiaggia, non fui veloce a scansarmi e l'onda a riva mi sommerse i piedi con le scarpe. Tornai in camera per asciugarmeli, cambiare le calze,e mi infilai le nuove scarpe da ginnastica ammortizzate, regalate da mio nipote insieme ad altri utili indumenti sportivi per la palestra. In spiaggia tentai anche qualche piccola corsa affiancando alcuni ragazzi che passavano. Piccoli test personali per verificare il mio stato. Un giorno andai fino a Marina centro. Scoprii un Internet point dalla rivendita giornali. Mi misi a computer e cercai di capire se mi ricordavo password e altro. Entrai nella mia posta elettronica. E nel mio blog. Scrissi alcune mail. Alla fine del tempo pago e mi disconnetto. Ricordavo tutto. Ero contento.

Mi infilo in un forno dove facevano la farinata. Ne prendo un paio di tranci che divoro in piedi.
Esco, ma invece di girare a destra sbaglio e giro a sinistra. Dopo molto cammino non capisco perché non trovo il don Gnocchi. Stava iniziando a piovere. Avevo una giacca a vento ma non l'ombrello e con la mia cuffietta di lana copricapo cerco di ripararmi la testa e la ferita che non era più protetta dalla bendatura dall'uscita dal Besta. Ad un certo punto capisco che mi sono perso. Chiedo ad alcuni ragazzi se sanno dov'è il don Gnocchi. 
Ma il Don Gnocchi è a Marina di Massa, questo è Montignoso. Deve tornare indietro almeno 10 km”.
Piove, è tutto bagnato, salga in auto che l' accompagniamo noi. Durante il tragitto spiegai un po' la mia avventura. Si misero a ridere. 
L'acqua inizia a scendere con una certa intensità. Il cellulare si scarica la batteria.
Non riesco a telefonare in struttura. 
Arriviamo, ringrazio e attraverso il cortile sotto l'acqua, prendo l'ascensore e salgo al piano. 
Appena arrivato, tutti a chiedermi 
“Ma dove sei sparito?... Non ti sei presentato a cena”
Spiego il mio incidente di percorso, vado in camera a togliermi la cuffia che era bagnata e l'impermeabile. 
“ti ho tenuto la cena in caldo” mi fa Angela.
Trovo un tavolo libero in mensa dove tutti avevano già terminato e si raccontavano le loro storie o guardavano qualche programma televisivo prima di ritirarsi in camera. Inizio la mia cena tra le preoccupazioni del reparto. 
Terminato il frugale pasto, spiego anche in infermeria l'accaduto. 
“Mi sono perso... il mio senso di orientamento è pessimo dopo l'intervento”
Potevi telefonare, ti saremmo venuti a prendere”.
Grazie, ma ho trovato due ragazzi gentili che mi hanno accompagnato. Ero finito a Montignoso.. e il cellulare era scarico”.
Ma quanto hai camminato!”
“Scusatemi, starò più attento la prossima volta.”

Il giorno seguente informo la dottoressa Avila che espresse tutta la sua preoccupazione e mi richiese ogniqualvolta uscissi di firmare il foglio di uscita. Barbara, invece, scoppiò a ridere durante il trattamento. Il fatto fu oggetto di risate nel comparto. In piena cadenza toscana : “Oh, questo si perde a Marina!...” Poi arrivò la telefonata apprensiva di mia figlia Jessica. “Ma cosa hai fatto papà?” Come dice “papà” lei, non lo dice nessuno. Mi raggiunse un pomeriggio in auto con una sua amica a trovarmi. Mi portò i semi di cereali che le avevo richiesto. Siamo stati in riva al mare sui sassi fino a sera al tramonto [LINK] e poi a mangiarci qualche pezzo di farinata di cui anche lei è ghiotta. "Ti ricorderai -mi disse- di questi giorni al mare". Mia figlia ha un grande senso del presente, mentre io sono proiettato sempre nel futuro o nel passato... e mi perdo la vita.

Mi riaccompagnò in struttura le feci visitare un po' gli ambienti, conoscere le persone, e l'accompagnai all'auto visto che nel frattempo era arrivata la sua amica per il ritorno a Parma. 
Invitai più volte anche Ursula, ma non venne mai. Passai da solo quell'anno sia la Vigilia che Natale, Santo Stefano, l'ultimo e il primo dell'anno, l'epifania. Ero solo a Parma ed ero solo a Marina di Massa, ma qui ero in un ambiente protetto. Il mare era il mio dolce orizzonte quotidiano. Con il suo suono e i suoi profumi, i suoi colori. (Avevo realizzato durante qualche attesa prima delle terapie, un paio di acquerelli). Quanto mi manca il mare! e quanto vorrei abitarci se solo vi trovassi un lavoro.

Considerazioni  

Quando vedo quel volgare bivaccamento per terra, nella sporcizia con continue grida inquietanti di giovani in mezzo alla loro immondizia nel piazzale di fronte a casa mia a Parma, in pieno centro città, mi ferisce l'anima che urla muta la sua disperazione.
Non puoi credere che quella sia la loro vita perduta, il loro divertimento così squallido senza amore per la bellezza, nell'esercizio della sola sguaiata volgarità.
Vedere queste vite “di scarto” nel loro humus di sporcizia indifferenziata, prodotte dalle nostre generazioni, gettare così il loro futuro, mi viene da piangere. Che ne sarebbe di noi senza Dio che ci guarda? Dopo aver passato questo pertugio, vedi il mondo con altri occhi. Solo di fronte a un immenso dolore, forse, la vita cambierà. Quando tutto ti crolla addosso, esserci ancora è già un miracolo. La vera battaglia è ricominciare, sempre, e non è la prima volta. Il disagio di un mondo che corre in cui ci si sente soli in una guerra penetrata nelle ossa… C’è una grande distanza tra la vita che ognuno sogna o pensa e quella che ha o riesce a realizzare. Al Besta e al Don Gnocchi di Marina di Massa ho trovato giovani di grande valore e impegno. Vorrei ricordare, in particolare, Maurizio un giovane infermiere del Don Gnocchi scomparso il 25 marzo 2016, si era ammalato 5 anni prima. Anche a lui avevano diagnosticato un astrocitoma anaplastico e aveva subito, il mio stesso intervento, in altro ospedale a Pisa, e seguito la mia stessa terapia post operatoria. Mi anticipava tutto quel che mi avrebbero prescritto e le cure come da protocollo. Mi fu di grande aiuto e confronto durante il mio ricovero. Mi dava speranza che ne sarei uscito senza problemi. Dissipava ogni mio dubbio e preoccupazione. Non mostrava malessere alcuno, impegnato nel lavoro. Faceva sport, aveva costruito una famiglia e aveva avuto una bimba.
Quando mi hanno comunicato la sua morte, oltre al dolore personale, sono rimasto per alcuni giorni a riflettere sulla veridicità delle statistiche: solo il 20% supera i 5 anni dall’intervento. Sono a fine del quarto, ce la metterò tutta per smentirle con il mio stile di vita e la mia dieta vegan prevalentemente crudista e igienista. E nel caso, se Dio provvede, mi farò trovare pronto. (Parma, scritto nel settembre 2015; pubblicato il 13 agosto 2016, aggiornato il 17 agosto 2016)

Luigi Boschi

grazie per la testimonianza di coraggio

grazie per la testimonianza di coraggio e forza nell'affrontare le avversità, se posso permettermi ti suggerirei ti lasciar perdere i sensi di colpa e  i rimpianti, la vita scorre in avanti e vi è possibilità di compensare con il bene gli eventuali errori commessi. Questo blog è opera di bene e verità di cui tutti abbiamo più che mai bisogno, lunga vita all'amico Luigi, un abbraccio, Andrea

Ti voglio bene

GRAZIE PER AVERMI FATTO LEGGERE QUESTO TUO SCRITTO ,TI VOGLIO BENE, CIAO TUO AMICO ARTURO