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La vita sta cambiando pelle

ALBANIA E MACEDONIA racconto di un viaggio

Francesca Avanzini
Racconto da un recente viaggio 

Il primo impatto è forte. Sulla strada che dall’aeroporto di Tirana conduce a  Kruja, sfilano prati verdi con sopra villette venute su senz’ordine, molte di cemento vivo, incomplete,  apparentemente abbandonate. Le spiegazioni sono tante, dice la guida, “forse i proprietari non hanno più soldi, forse sono all’estero e contano di aggiungere pezzo su pezzo a ogni ritorno, forse sanno che la costruzione verrà abbattuta perché abusiva…”

Sui prati pascolano mucche e capre, qualche occasionale asino è legato vicino a casa, qualche occasionale pastore sospinge greggi. I fossi e i margini della strada sono pieni di sacchetti di plastica, che si attaccano anche ai pali piantati qua e là nel terreno. Eppure c’è qualcosa di vitale nel paesaggio, forse il tentativo di convivenza tra passato rurale e modernità. 

Ma una volta entro le bianche mura di Kruja, una cinquantina di chilometri a nord di Tirana, resta solo il passato. Le case sono circondate da vigneti, ulivi, rosai tra cui razzolano galline. Quasi tutte hanno al primo piano un terrazzo coperto da una pergola e sotto un tavolo a cui siedono gli uomini a chiacchierare, un bicchiere  davanti.

A Kruja impariamo la tipologia di molte città albanesi: una cittadella fortificata entro cui convivono la moschea col suo minareto, la chiesa cristiana e la teqe dei musulmani bektashi. Qui non ci sono mai state lotte di religione, le fedi coesistono fianco a fianco e  anche oggi l’islam non è estremizzato.

Molte case, tra cui l’interessante Museo Etnografico, risalgono al periodo ottomano.

Il Museo Skanderbeg, progettato da Pranvera (Primavera) Hoxa, la figlia architetto del dittatore, ora vivente all’estero, ripercorre le tappe, nel XV secolo, della ribellione di Giorgio Castriota Skanderbeg, l’ultimo appellativo titolo onorifico concesso dal sultano. Dignitario della corte turca d’origine albanese, tradì il sultano e aggregò intorno a sé altri signori, gettando le basi della nazione di cui divenne il celebrato eroe.

Nel bazar di Kruja, uno dei pochi sopravvissuti agli abbattimenti di regime, si possono vedere antichi costumi, tra cui uno di più di 25 chili indossato quotidianamente, indovinate da chi, dalle donne, consistente in una specie di cappotto di lana cotta nera ornato d’oro. Sempre di lana cotta i cappelli bianchi a cupola simboleggianti l’uovo primordiale dell’universo, bianche le elegantissime gonne plissettate parte del costume maschile. Per  il resto, lustrini orientali scintillanti su manifatture varie.

Tutt’altra atmosfera a Durazzo, affacciata all’Adriatico. Sulla lunga passeggiata a mare incombono grattacieli di cemento grigio scuro. Il passeggio è animato, coppie, famiglie, gruppi di soli ragazzi, banchetti di venditori di bruscolini e prugnoli selvatici. Le ragazze indossano legging, jeans strappati da poco prezzo e t-shirt, non sono abbigliate con l’astuzia delle italiane, hanno cosce e fianchi forti.

Le principali città dell’Albania comunicano grazie a comode strade o superstrade di recente costruzione, gratuite, ma la rete d’infrastrutture non è ancora del tutto sviluppata, anche se il paese sta facendo grandi sforzi, nel campo delle comunicazioni come in qualunque altro, al fine di raggiungere gli standard richiesti per entrare in Europa.

Per andare da Durazzo verso Valona si passa dall’interno, e l’Albania mostra il suo cuore montagnoso, le cime, a maggio, ancora spruzzate di neve, le rocce coperte di ginestre, i fiumi limpidi. Anche i sacchetti di plastica sono quasi del tutto spariti, mentre alle bestie varie si sono aggiunti cavalli e rapaci che volano in ampi cerchi. Dopo un breve affiancamento alla costa, la strada verso sud s’inerpica ancora tra le montagne, fino agli oltre 1000 metri del passo Llogara, cosparso di pini loricati dalla corteccia molto robusta, tipo appunto una corazza, o lorica. Quando muoiono, ci mettono più degli altri a decomporsi o essere attaccati dagli insetti, e si ergono spogli come sculture argentee o totem vegetali.

Sulla costa ormai ionica e non più adriatica, la montagna verdissima si getta direttamente in mare, regalando panorami mozzafiato. La penisola di Porto Palermo, così chiamata dai soldati italiani, è uno dei punti più pittoreschi. Dal castello di Alì Pascià si gode di una vista superba. Nascosto in un’insenatura, anche l’imbocco di cemento grigio del tunnel voluto da Enver Hoxa per ospitare i sottomarini. Intorno resti di avamposti militari con scritte di regime.

Saranda, poco più a sud, è dotata di buone e comode strutture alberghiere che spesso compromettono la bellezza della costa, la cui perla è il sito archeologico di Butrinto, raro caso di perfetto equilibrio tra natura e cultura, dove dorate rovine di epoca greca, romana e paleocristiana, mura terme e basiliche, sono inserite in ettari di verdissima e profumatissima macchia mediterranea. È un posto benefico, vi aleggia ancora la presenza del dio Esculapio, cui era dedicato. Altri luoghi, intatti come ai primordi, richiamano gli dei, per esempio le varie fonti di acque cristalline sparse sul territorio albanese, al pari delle rovine di epoche passate. Certamente una qualche Naiade vive ancora nella fonte dell’Occhio Azzurro vicino a Butrinto e forse nel lago salato che affianca la costa, appena più a nord. Assaggiamo le cozze che vi allevano, carnose e saporitissime, accompagnate da un profumato vino bianco.

Tra il lago da una parte e il mare dall’altra, non si sa dove il panorama sia più bello. Tre isolotti densi di vegetazione davanti alla costa aggiungono verde all’azzurro, mentre poco più sotto s’intravede Corfù. Le piccole baie e insenature hanno spiagge di bianchezza tropicale lambite da acque turchesi.

Argirocastro significa “Fortezza d’argento”: tutto è bianco, anche il selciato di pietre aguzze lucidate dai passi, scivolose e pericolose  quando piove. Per strada ci fermano degli uomini, parlano un po’ di italiano, ci tengono a salutarci. Hanno belle facce intagliate nel legno, più belle che a nord. Nei caffè all’aperto che costeggiano le strade ripide del bazar, solo loro siedono a chiacchierare, nessuna donna.

Le case di fattura ottomana sono bianche, con finestre di legno al primo piano. Una ci sembra particolarmente bella, ci infiliamo nel cortile e ci accoglie quello che scopriamo essere il proprietario, il signor Skandulli, un bel vecchio dall’espressione vagamente triste, vagamente male in arnese.

La casa, risalente al XVII sec., gli era stata sequestrata dal regime. Ora ne è ritornato proprietario, ma non gli hanno restituito neanche un ettaro del terreno di prima.

La sua era una famiglia di notabili: medici, avvocati, commercianti per mare. Adesso lui per mantenere la casa è costretto a chiedere un biglietto d’ingresso. Ci accompagna nella visita, al piano terra il bunker dove la famiglia poteva rifugiarsi in caso di pericolo, le feritoie per i fucili, la stanza-frigorifero e quelle per i lavori di falegnameria e manutenzione. Molte case erano dotate di torchio per le olive, macina, pozzo. La famiglia allargata, con figli, generi, nuore, bambini, viveva al piano di sopra. La ricchezza si misurava in camini, e la casa era dotata di ben nove. Il soggiorno per l’intera famiglia, ampio e luminosissimo, ha un largo terrazzo per l’estate con ringhiera e pali di sostegno di legno, aperto sul panorama della valle e le montagne.  Tende di pizzo bianco fluttuano leggere, contro le pareti divani ricoperti di damasco rosso, per terra tappeti. Nessun mobile, i tavolini rotondi vengono portati solo per i pasti. Sopra la stanza, un soppalco dove riporre materassi e coperte, e grate di legno da dove le donne possono osservare senza essere viste, magari lo sconosciuto destinato loro in sposo, oppure, in caso di visita di amici, se serve qualcosa agli uomini, raki o caffé. Tante le stanze, quelle dal panorama più bello riservate ai giovani sposi, quelle più intime e calde ai nonni.

Anche la casa di Enver Hoxa, nato qui, e che conta ancora pochissimi nostalgici, segue questa tipologia. Ora è un museo etnografico.

Berat dalle mille finestre è un’altra città bianca: questo significa il suo nome, equivalente turco di Beograd. Anch’essa, come Argirocastro, è patrimonio dell’umanità. È costituita da bianche case ottomane arrampicate qua e di là dal fiume che corre in mezzo, separando il gheg dal tosk, i dialetti parlati rispettivamente nel nord e nel sud.  La differenza tra i due è grossomodo quella tra l’italiano e lo spagnolo. La lingua standard, della televisione, è una specie di compromesso. L’Albanese non è una lingua slava, come non lo sono gli abitanti, che discendono dagli antichi Illiri e ancora prima dai Pelasgi. “La lingua”, spiega la guida, “è indo-europea, dello stesso ceppo dell’armeno e usa per la scrittura l’alfabeto latino”. Menomale, almeno quello.

L’antica cittadella in cima al colle è ancora abitata. Tra le tante chiese visitiamo quella della “Dormitio Virginis”, dove ha lavorato Onufri e che è anche museo a lui dedicato. Sono molte le chiese ortodosse in Albania, già ci siamo imbattuti in quella di Ardenica e altre ne vedremo, precedute spesso da una loggia e da un naos, cioè vestibolo, dopo il portone d’ingresso, che prepara i visitatori ai bagliori d’oro nel buio misterioso, profumato d’incenso dell’iconostasi laggiù, in fondo alla navata, ai santi e agli apostoli che stringono dalle pareti affrescate. Onufri è particolarmente importante perché nel XVI secolo rivoluzionò l’icona introducendo l’espressione nei volti e uno speciale rosso forse ottenuto col sangue degli insetti, il cui segreto morì con lui.

La scritta a caratteri cubitali sulla collina di fronte alla cittadella è stata trasformata da ENVER in NEVER, come a dire, mai più.

Più sotto, nel quartiere Mangalem, visitiamo una teque, cioè una moschea bektashi, specie di protestanti musulmani che non riconoscono l’autorità degli imam, salvo i primi dodici, perché parlano arabo, che parlano direttamente con dio, mangiano carne di maiale e bevono alcol, per cui  uomo e donna sono pari in quanto entrambi uguali a dio. Questa corrente fu diffusa dai Giannizzeri, bambini cristiani strappati ai genitori, convertiti all’Islam e tramutati in guardie del re, inclini ad accettare il sufismo, da cui i Bektashi derivano. Sulla facciata delle teque ci sono sempre una o due stelle di Davide per rispetto alle altre religioni monoteiste.   Secondo l’ultimo censimento, il 56% degli Albanesi è musulmano sunnita o bektashi, il 13% cattolico, il 7% ortodosso, l’1% pagano (adorano gli antichi simboli del sole e del serpente) il resto ateo o non dichiarato.

Il lago di Ocrida, sul confine est, è in parte albanese, in parte macedone. I caratteri cambiano da latini a cirillici. Proprio nella città di Ocrida S.Clemente, nel IX secolo, perfezionò il cirillico, fondò un’università e formò gli insegnanti che lo avrebbero diffuso nei Balcani. Rispetto alle città albanesi, Ocrida è molto più dotata di strutture. È una città turistica, come potrebbe esserlo la nostra Riva, e del Garda, del resto, il lago ha i colori e la solarità. Agli inizi del ‘900 un tizio scoprì come ricavare perle dalla pelle di un pesce, aggiungendo addensanti e lucidandole con una lozione ricavata dal pesce stesso, probabilmente una specie autoctona, dato che il lago è uno dei più antichi del mondo e ospita fauna rara. Oggi, come si può immaginare, proliferano negozi di perle, ma le più belle sono quelle prodotte dalle due famiglie originali, i Filevi e gli Antonovi.

E bisognerà spendere una parola sui cagnoni di Ocrida. In Albania e Macedonia, circolano ovunque cani randagi. La gente in genere se ne prende cura, sono benvoluti e ben pasciuti. “Nel mio quartiere a Tirana ne abbiamo sette o otto”, dice la guida, “e gli portiamo da mangiare.” Trotterellano per città, biondi o lupoidi, di taglia piuttosto grossa. Hanno occhi dolcissimi, si fanno accarezzare volentieri e volentieri accettano cibo.

Se l’Albania è grande come Piemonte e Val d’Aosta, la Macedonia è poco più piccola. Una delle sue città più importanti Bitòla, dove Atatürk, albanese d’origine, si diplomò all’Accademia Militare, è vivace, pienamente europea. Il fatto che in Macedonia ci sia stato Tito invece che Hoxa ha fatto la differenza, anche se oggi il paese è povero: il salario medio è di 320 euro, quello albanese di circa 500. Inoltre l’Albania è un paese giovane e fecondo, con un’età media tra le più basse d’Europa.

Ad Elbasan, nel centro dell’Albania, assaggiamo il tava dheu, manzo bollito servito in un tegame di coccio per tenere il calore, affogato in salsa di formaggio o cagliata, forse parzialmente cotto in essa. La gustosissima cucina albanese, abbondante di verdure, carni, latticini,  è un misto di mediterranea, balcanica e orientale. Tra le specialità il byrek, pasta fillo ripiena di verdure e formaggio o carne. I dolci, alla moda orientale, sono davvero dolci: baklava, halva, un dolce di riso quasi candito cotto in zucchero e miele con dentro sfilacci di carne di pecora: buonissimo! 

Tirana infine è il trionfale sogno di cemento di un dittatore, come tanti, troppi, ne abbiamo visti: piazze da raduni oceanici, boulevard, parchi, case della nomenclatura nel Bllok, città proibita prima, ora quartiere alla moda. C’è riprodotto persino un bunker di cemento, uno di quelli piccoli, unifamiliari. La nomenclatura ne aveva a disposizione di dodici e più stanze, con tutti i comfort, uno anche antiatomico. Ancora sopravvivono sparsi per tutta l’Albania.

Anche a Tirana convivono moschee e cattedrali. Bellissima la moschea di Et’hem Bey con decorazioni floreali di due pittori veneziani del XVIII sec. Contrariamente ai dipinti delle chiese ortodosse, che devono essere eseguiti se non da religiosi, perlomeno da battezzati, quelli delle moschee possono essere eseguiti anche da “infedeli”.

Tirana è da esplorare a piedi, per scoprire le vestigia del passato e la vivacità del presente.

Un esempio per tutti: quando il sindaco di Tirana, poi presidente della nazione, voleva rinnovare la città ma non aveva soldi, ebbe l’idea di dipingere a colori vivaci i vecchi casermoni grigi di cemento comunista: semplice e geniale! Come lo è per tanti versi un popolo che sta lottando con successo per emergere da un passato difficile.