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Antibiotici negli allevamenti: sono necessarie regole severe per evitare la diffusione di batteri resistenti e patogeni per l’uomo

Nelle scorse settimane l’Ufficio europeo delle unioni dei consumatori (Beuc) ha lanciato una campagna per il corretto uso degli antibiotici negli allevamenti. L’iniziativa intende spingere le autorità dell’Unione a stabilire regole più strette sull’impiego di questi farmaci in ambito veterinario, sulla scorta dei dati allarmanti che fotografano la crescente diffusione di batteri resistenti, patogeni anche per l’uomo. Ogni anno in Europa 25.000 persone muoiono a causa di infezioni che non rispondono più agli antibiotici, e fino a qualche anno fa erano guaribili. I test condotti dalle associazioni dei consumatori mostrano che, in diversi paesi, la presenza di superbatteri nella carne è la norma più che l’eccezione.

In Italia la situazione è più critica che altrove: Altroconsumo ha trovato che l’84 per cento dei petti di pollo acquistati a Milano e Roma è contaminato da enterobatteri resistenti (leggi articolo). Mentre un rapporto dell’Agenzia europea del farmaco (Ema), pubblicato a ottobre, ci colloca al secondo posto nella classifica dei Paesi che usano più antibiotici negli allevamenti: ci batte solo Cipro. 


Il Beuc suggerisce di evitare l’uso di antibiotici come profilassi. Meglio usarli sul singolo in caso di necessità.

Non c’è dunque da stupirsi se le percentuali di microrganismi patogeni per l’uomo e resistenti a questi farmaci siano in media più alte da noi, rispetto alla media europea. Sotto accusa non ci sono solo gli allevamenti, perché le resistenze batteriche si sviluppano anche a causa di un uso improprio dei farmaci nell’uomo. Tuttavia, la questione veterinaria è tutt’altro che secondaria. I rischi sono di due tipi: si può infatti essere infettati dai superbatteri per contatto diretto con la carne, oppure attraverso acqua, frutta e verdura contaminate. Purtroppo i consumatori hanno a disposizione poche armi per difendersi: gli esperti raccomandano di cuocere bene la carne, di lavarsi le mani dopo averla maneggiata, e di scongelarla nel frigo. Le iniziative più utili però devono agire a monte.

Il rapporto dell’Ema, per esempio, ha trovato una riduzione del 15 per cento delle vendite di antibiotici per uso veterinario dal 2010 al 2012, e l’ha attribuita a specifiche iniziativa intraprese dai governi nazionali (con un calo del 20 per cento, l’Italia stavolta ha fatto bene). 

Ma non basta: il Beuc chiede all’Europa di essere più incisiva, e fa raccomandazioni specifiche:

1. eliminare l’uso di antibiotici come profilassi e restringere la metafilassi (la somministrazione del farmaco agli animali sani, in un allevamento esposto a un patogeno).

2. Far sì che il trattamento del singolo diventi la norma, e quello dell’intero allevamento un’eccezione, prendendo anche in considerazione la messa al bando di mangimi contenenti antibiotici.

3. Far sì che migliorino le condizioni generali di salute degli animali, con buone pratiche di prevenzione e gestione, per ridurre la necessità di usare farmaci.

4. Impedire ai veterinari di vendere antibiotici, così da eliminare il conflitto di interessi.

5. Limitare l’impiego di antibiotici che hanno un ruolo importante nella medicina umana.

6. Eseguire test sulle carni per verificare la presenza di batteri resistenti.

7. Monitorare costantemente la situazione. 

 Margherita Fronte

Fonte Link: http://www.ilfattoalimentare.it/antibiotici-allevamenti-resistenza.html

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