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La vita sta cambiando pelle

Antonio Trudu: ma perché il Teatro Lirico di Cagliari ci propina ancora la sardità superficiale di Porrino?

“Da Le Roncole al Nuraghe” è il titolo (inquietante come l’immagine che accompagna questo post) del concerto straordinario dedicato a Giuseppe Verdi e ad Ennio Porrino in programma al Teatro Lirico di Cagliari venerdì 6 e sabato 7 marzo, voluto e ideato dalla neo sovrintendente Angela Spocci. Questa riflessione ci arriva dal professor Antonio Trudu, docente all’Università di Cagliari, e volentieri la accogliamo.

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Prima o poi qualcuno dovrà prendersi la briga di raccontare le vicende della musica a Cagliari all’epoca del lungo dominio democristiano, interrotto soltanto ogni tanto da qualche breve sortita di socialisti, sardisti e, negli anni del bipolarismo, di Alleanza Nazionale. Basta ripercorrere l’elenco dei nomi di presidenti, sovrintendenti, direttori artistici, commissari governativi, consiglieri d’amministrazione di quella che era l’“Istituzione dei concerti e del teatro lirico” intitolata a Giovanni Pierluigi da Palestrina, per constatare come, da sempre, la musica a Cagliari sia stata appannaggio del sottobosco politico, affidata a quella che giustamente un quotidiano locale definì un’autentica “corte dei miracoli”.

Mai un vero manager, mai un musicista degno di questo nome fu ai vertici di quell’Istituzione che poi divenne la “Fondazione Teatro Lirico”, se si esclude la breve parentesi della triade costituita da Oscar Crepas, Flavio Dessy Deliperi e Franco Oppo, che resse il Palestrina per un breve periodo alla fine degli anni Settanta.

Non poteva sorprendere, allora, che nella programmazione sinfonica e operistica del Palestrina comparisse con una certa frequenza, fra i compositori, il nome di Ennio Porrino.

Quella presenza ricorrente era giustificata dal fatto che si trattava di un musicista sardo, autore di musica allo stesso tempo moderna e popolare, ispirata al ricco patrimonio della musica della Sardegna. Poco importava che Porrino fosse romano, nato per caso in Sardegna e vissuto sempre nella penisola, che non abbandonava neppure per le vacanze estive. E altrettanto poco importava che la musica di Porrino facesse proprie le melodie della musica sarda come le melodie di altre musiche non sarde, popolari e no.

La ragione di quelle frequenti esecuzioni era da un lato legata ai rapporti umani che Porrino aveva stretto a Cagliari quando, negli ultimi anni di vita, diresse il Conservatorio cittadino, dall’altro dipendeva dalla sua semplicità, dal momento che Porrino aveva sempre detestato le innovazioni tecniche e gli sperimentalismi delle avanguardie, a favore di un linguaggio tradizionale, basato soprattutto su melodie facili e accattivanti e su armonie esenti da qualsiasi complicazione “modernista”.

E poco importava anche che l’esperienza artistica porriniana, ispirata e del tutto organica all’estetica fascista più conservatrice, già prima della fine della seconda guerra mondiale risultasse assolutamente “vecchia” e superata, come quella di compositori a Porrino idealmente vicini – Rito Selvaggi, Alceo Toni, Adriano Lualdi, Riccardo Pick-Mangiagalli, Barbara Giuranna, Giuseppe Mulè – che vennero completamente e direi giustamente dimenticati nel secondo dopoguerra, quando ai classici delle avanguardie storiche (Debussy, Stravinskij, Schoenberg, Berg, Bartók e, in Italia, Malipiero, Dallapiccola, Petrassi) si aggiunsero gli esponenti di quella che fu definita l’avanguardia postweberniana, con personaggi del calibro di Berio, Boulez, Maderna, Nono, Stochkausen, per limitarci ai nomi più noti.

Era altrettanto irrilevante che la “sardità” della musica porriniana – del resto riguardante solo una parte della sua produzione – fosse una sardità del tutto superficiale, limitata alla trasposizione in ambito colto delle melodie popolari, ma del tutto disinteressata al contesto e al significato di quelle esperienze artistiche, espressione di una cultura alla quale, per sua stessa ammissione, Porrino era e si sentiva del tutto estraneo.

Non è questo il momento né questa è la sede adatta a un approccio più approfondito alla figura artistica e alla musica di Porrino, del quale, se non fosse stato eseguito così frequentemente a Cagliari, probabilmente ci saremmo dimenticati come ci siamo dimenticati dei suoi compagni di strada.

Ma ciò che risulta quanto mai stridente, oggi, è che anche dopo la fine della corte dei miracoli che ha governato la vita musicale cagliaritana, anche dopo il passaggio dell’amministrazione comunale da giunte di destra e anche di estrema destra, formate da elementi idealmente e sentimentalmente legati alla musica di Porrino e vicini alle sue idee estetiche, a un centrosinistra guidato da un giovane sindaco del partito più a sinistra tra quelli “governativi”, anche oggi il Teatro Lirico cagliaritano da lui presieduto, che tante musiche importanti non ha mai eseguito, che si disinteressa completamente dei musicisti sardi e del ricchissimo patrimonio musicale (popolare e colto) della Sardegna, quel Teatro, dicevo, continua a proporre (e dalle dichiarazioni di intenti della nuova/vecchia sovrintendente parrebbe intenzionato a farlo in misura massiccia) le opere di Ennio Porrino.

Antonio Trudu
Docente di Storia della musica moderna e contemporanea
Università di Cagliari

Fonte Link: http://www.vitobiolchini.it/2015/03/05/caro-teatro-lirico-di-cagliari-ma-perche-ci-propini-ancora-la-sardita-superficiale-di-porrino-un-intervento-di-antonio-trudu/