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La vita sta cambiando pelle

APPUNTI D’ETIOPIA

Francesca Avanzini

Quello che colpisce soprattutto è la gente. Tanto in campagna che nelle città, sciamano ai lati della strada, diretti verso imperscrutabili mete, un flusso ininterrotto di donne, alcune col bambino assicurato alla schiena, anziani, ragazzini, uomini, troppi uomini a tutte le ore del giorno, segno che l’occupazione non è molta o che se ne ha un concetto diverso dal nostro.

La folla è fluida, le donne indossano abiti lunghi, a volte scintillanti, gli uomini lo shamma, uno scialle bianco portato anche sui vestiti moderni, mentre altri sono avvolti in mantelli blu elettrico o zafferano. Si vedono pure jeans e felpe, ballerine e ciabattine, oh quante ciabattine cinesi di plastica, appese anche a grappoli colorati fuori dai piccoli negozi. Sotto turbanti bianchi, facce incavate nel legno di vecchi preti o pellegrini. Procedono appoggiandosi al bastone o, per mantenere la postura, se lo passano orizzontale dietro le spalle.

Oltre il centro trafficato e cementificato di Addis Abeba-ad alcuni non piace, e invece ha un suo fascino africano e contradditorio, perché proprio in mezzo al cemento si colgono perle: palazzi, cattedrali, jacarande dai fiori lilla, musei come quello che ospita i resti ingialliti e commoventi di Lucy, bar ed edifici coloniali -oltre il centro, si diceva, iniziano le baraccopoli dai sentieri fangosi ricoperti di detriti e sporcizia.

Anche qui la gente sciama o, accoccolata per terra, vende quel che può, due frasche di ceci, qualche banana o gingillo. Le baraccopoli assediano l’ex palazzo di Menelik, il sovrano che verso la fine dell’‘800 cominciò a modernizzare l’Etiopia. Alto sulle colline Entoto a 3000 metri d’altezza, consta di elegantissime, essenziali, non tanto grandi costruzioni a forma di capanna.

Il posto non piaceva alla regina Taitu, che lo trovava troppo freddo e remoto e scendeva per conforto alle fonti termali di Filwoha, circondate di fiori gialli. Chiese ai cortigiani che fiori fossero. Mimose, ma nessuno seppe dirglielo, così esclamò, “Ah, un nuovo fiore, addis abeba”, e questo fu il nome della città. Già nodo carovaniero, raggiunge oggi i 5 milioni ufficiosi di abitanti. Gode di un clima particolarmente favorevole, una specie di eterna primavera a 2.660 metri di altitudine.

Un’altra cosa che colpisce dell’Etiopia è la fede. Il nord è quasi tutto cristiano copto dal 4° secolo, quando venne convertito da due monaci siriani.

I fedeli, businessmen o donnette che siano, baciano gli stipiti della porta prima di entrare e si tolgono le scarpe, che si acceda a basiliche o alle tipiche chiese a tre cerchi, il primo per i puri, cioè vecchi e bambini, il secondo per uomini devoti e il terzo solo per i sacerdoti. Nel cuore più segreto di ogni chiesa, nascosto da tendaggi preziosi e visibile solo ai sacerdoti, c’è il sancta sanctorum, la riproduzione dell’Arca dell’Alleanza con le Tavole della Legge. Si dice che l’originale, trafugata da Menelik, figlio di Salomone e dell’abissina regina di Saba nel 1000 A.C, sia conservata ad Axum, nella chiesa di Maryam Sion, vegliata notte e giorno da un monaco.

Le cerimonie più importanti, come quelle del Natale e della commemorazione del battesimo di Cristo, durano intere giornate. La gente salmodia, balla, si incontra: sono occasioni festose, oltre che religiose.

Ogni particolare, negli edifici come nei riti, è simbolico. Per fare solo qualche esempio, i tre gradini di accesso a una chiesa simboleggiano la Trinità, i dodici pilastri gli apostoli (altrove ventotto pilastri possono simboleggiare i sapienti e così via). I movimenti del sacerdote imitano quelli di Cristo che sale al Golgota, il tamburo che scandisce le funzioni è il corpo di Cristo: l’estremità più grande il Nuovo Testamento, la più piccola il Vecchio-o viceversa-mentre la stoffa a motivi rossi di cui è rivestito ricorda i segni delle frustate. Il sistro, strumento antichissimo, ha cinque sonagli come le cinque piaghe e due asticelle parallele che rappresentano la scala di Giacobbe. Il simbolismo è complicatissimo e condiviso da tutti.

Paramenti preziosi, turiboli, tappeti, bastoni pastorali sormontati da ornatissime croci greche, di Malta o latine fatte con metalli preziosi-le famose croci copte-manoscritti miniati abbelliscono le chiese, la cui oscurità è bucata dalla luce filtrata da finestre cruciformi.

Per raggiungere i luoghi più sacri e assistere alle cerimonie, la gente copre distanze inimmaginabili . Abbiamo incontrato un gruppo di pellegrini, uomini e donne tra cui parecchi anziani, che si riposava sotto un’acacia consumando un pasto frugale. Abiti colorati, turbanti, sandali, tutto quanto era frusto e impolverato. Ci hanno detto di essere in cammino da tre settimane. Di notte si accampano sotto tende di fortuna, a volte vengono ospitati e nutriti dalla gente nelle case. Sotto Natale il raccolto è appena finito, forse per questo possono permettersi di star via così a lungo. La maggior parte del paese campa di agricoltura di sussistenza. I campi si arano coi buoi e ogni fase del lavoro agricolo viene fatta a mano.

Le chiese rupestri sono tra i gioielli dell’Etiopia. Perlopiù collocate a nord, si visitano nel corso d’itinerari che ripercorrono la millenaria storia e civiltà etiope, mentre il sud si presta a itinerari naturalistici ed etnografici.

Le più famose sono a Lalibela, dove nel XII sec. l’omonimo re volle riprodurre la Gerusalemme terrena e celeste per facilitare il pellegrinaggio ai suoi connazionali. Al netto di aiuti angelici, il complesso delle dodici chiese fu costruito con l’assistenza di architetti egiziani o dei Templari di Gerusalemme.Si tratta di chiese monolitiche, ricavate da un unico blocco di roccia attorno a cui si scava fino a farlo rimanere attaccato alla roccia madre solo per il basamento. Poi si scava l’interno, intagliando nella rossa roccia tufacea o nella nera basaltica ciclopici pilastri, oscure navate, finestre cruciformi che filtrano una luce fioca. A volte i soffitti, gli archi, le lesene hanno decorazioni mutuate dall’arte bizantina o indiana. L’altra tipologia di chiesa è ipogea, e include grotte naturali attorno a cui si costruisce. Spesso l’acqua gocciola dal soffitto o sgorga da polle al suolo, ed è –naturalmente- benedetta. È un’immersione nell’energia femminile dell’antro, dell’acqua, della roccia viva.

Le chiese sono collegate tra loro da alti, stretti, affollati passaggi correnti lungo la fiancata esterna- con a lato la parete della roccia madre forata dalle cellette dove pregavano i monaci o si rifugiavano i pellegrini-o da cunicoli sotterranei. Il più impressionante collega due chiese del complesso sud occidentale ed è totalmente buio per circa duecento metri. Così i fedeli sperimentano le tenebre dell’inferno, salvo poi riemergere alla luce e alla salvezza.

Ben diverse le chiese del lago di Tana, immerse in una jungla di arbusti di caffè e alberi percorsi da fulminee scimmie. A forma di capanna, col tetto di paglia o di lamiera, sono a tre cerchi concentrici e hanno le pareti coperte di coloratissimi affreschi ottenuti con tinte naturali, di argomento tratto perlopiù dalle sacre scritture, dipinti su stoffa e successivamente incollati alle pareti. Soggetti all’usura, vengono spesso cambiati, ma l’arte naif non cambia molto nel corso dei secoli: figure frontali e senza prospettiva dall’incarnato scuro e i grandi occhi neri (i cattivi grigi e di profilo) Madonne col bambino, S.Giorgi che infilzano draghi, il santo Yared abbracciato al serpente che l’ha aiutato a raggiungere il suo meditativo approdo rupestre.

La città di Gondar, sempre vicino al lago Tana, di cui il Nilo è immissario ed emissario, ha castelli voluti dal re Fasilidas nel 1635, sotto la spinta di portoghesi influenti a corte. Immaginate, per dire, Castel Gandolfo trapiantato sull’altopiano etiope. Sconcertante.

Poco lontano, la chiesa circolare di Debra Berhan Selassie, immersa in un bel giardino, ha il soffitto interamente dipinto a cherubini dai grandi occhi, mentre fuori città sorge lo splendido palazzo di delizie di re Fasilidas, anche questo circondato da un giardino, con davanti una piscina in cui il re nuotava e che è luogo oggi di cerimonie religiose.

Per spostarsi da una città all’altra ,strada o aereo, le ferrovie sono inesistenti. E se la flotta aerea etiope è nuova ed efficiente, lo stesso non può dirsi delle strade, molte delle quali risalgono all’occupazione italiana e avrebbero bisogno di manutenzione. E ancora ai loro lati sfila il popolo etiope, uomini e donne bellissimi, alti, slanciati, ragazze come giunchi, ragazzi dall’andatura elastica. Pelle color cioccolata, nasi fini, fronti alte, recano nei tratti l’antica mescolanza con genti dello Yemen- d’altra parte anche l’amarico è lingua semitica. Grassi non se ne vedono, se non qualcuno in città. Il cibo non è tanto. ‘njera, una focaccia spugnosa di teff, nutriente cereale del luogo, stufati piccanti di manzo, capra, pecora e verdure, oltre che al pollo, sono tra i cibi più diffusi. Si beve birra, idromele, grappa e naturalmente ottimo caffè.

Ogni tanto si incontrano donne curve sotto fascine di lunghissimi tronchi di eucalipto scorticati- che servono come struttura per le capanne di fango e sterco- o che trasportano covoni o sacchi di patate, a volte anche sulla testa. Ai lati della strada villaggi o baraccopoli, recinti per asini, piccoli bar all’aperto con grandi bigliardi, negozietti di alimentari dalla porta aperta e l’interno con le merci impilate ordinatamente, casette dal tetto di lamiera o di paglia, rigagnoli in cui la gente si lava. Dovunque ci si fermi, anche nel bel mezzo del nulla, spuntano frotte di bambini festosi, impolverati, i grandi occhi scuri come quelli dei cherubini nelle chiese. La candela al naso-che da noi non esiste neanche più-qualche crosta in testa, sono tutti bellissimi e sorridenti, contrariamente ai nostri, che fin da neonati hanno faccini tirati, annoiati o arrabbiati. Forse è fare della retorica, ma la povertà qui non è miseria e sembra felice. Certo, sarebbe bello vedere le capanne, i villaggi e tutto quanto mantenere la propria tipicità nella valorizzazione e nella cura, un po’ come è successo per tanti paesi del nostro Meridione. Il governo si sta dando da fare per quanto riguarda l’agricoltura e l’istruzione, con campagne per portare a scuola anche quei bambini che i genitori vorrebbero ad aiutare nei campi. Passano ragazzi in divisa verde o blu, maschi e femmine, di ritorno da scuola, ma anche pastorelli che con un bastone parano greggi di capre bianche e marroni o di  mucche, visione omerica.

Il paesaggio è grandioso, un po’ monotono. L’altopiano ha i colori del secco, paglia, canarino, marrone, con chiazze o anche pianure verdi dove scorre l’acqua. All’orizzonte le ambe (alture) ora piatte, ora denti o spunzoni di roccia. Per vegetazione euforbie, acacie, ginepri, banjan.  I campi sono piantati a cipolle, miglio, sorgo, chat, le foglie euforizzanti che molti masticano. Sono piccoli appezzamenti da cui le famiglie ricavano il necessario per il sostentamento. Specie di bassi muri di paglia a semicerchio proteggono il raccolto, che viene sistemato all’interno. Come nota genialmente la mia compagna di viaggio, ricordano i simboli del sole e della luna adorati e riprodotti nel tempio pagano di Yeha (V sec. A.C.) e poi ripresi nelle finestre cruciformi.

Abbiamo anche la fortuna di incontrare un babbuino. Fermato il pullmino, si accoccola a lato in attesa di cibo che è vietato dargli e ci guarda con intelligenti  occhi color miele, il nobile viso allungato, il pelo chiaro.

Fonte Link http://francescavanzini.it/2018/01/14/appunti-detiopia/

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