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La vita sta cambiando pelle

Banche, Capitale, Cosmopolitismo, la povertà, il crescente senso di esclusione di ceti senza speranza sociale

Maurizio Ferraris

Il reddito minimo? Ce lo dia Google

Il populismo coglie con chiarezza la paura, la povertà, il crescente senso di esclusione di ceti che hanno perso la speranza sociale. Ma i suoi obiettivi polemici sono sbagliati, perciò la sua azione politica si riduce alla pura negazione, indirizzandosi contro i troppo poveri (i migranti) e i troppo ricchi, identificati con entità numinose e malvagie: l'Europa, il Capitale, le Banche. In questi mesi abbiamo letto e sentito attacchi contro i "banksters", ossia i banchieri-gangster su cui ha costruito la sua fortuna, negli anni Trenta, Léon Degrelle, che finirà arruolato nelle Waffen SS e decorato da Hitler; contro il Capitalismo apolide e sradicato, di cui sono criticati proprio i caratteri che nei Quaderni Neri Heidegger attribuisce agli Ebrei; contro il cosmopolitismo, condannato in nome della rinascita di una idea di nazione che in Italia sembrava morta, lasciando pochi rimpianti e molti odi e rovine, nel 1945.

Non c'è niente di sorprendente, visto che in entrambi i casi, negli anni Trenta come oggi, i populismi potevano trarre forza dallo shock provocato da una crisi economica. Ma nulla ritorna mai come prima, e oggi la situazione di Banche, Capitale, Cosmopolitismo è molto diversa dagli anni Trenta.

Il cambiamento decisivo ha luogo proprio nell'ambito del capitale finanziario. Ancora nel 2013 Thomas Piketty, nel Capitale del XXI secolo, poteva osservare che il denaro fa guadagnare più di qualunque altra merce.

Trascurava tuttavia la circostanza per cui i dati, ora, possono far guadagnare molto di più del denaro, costituendo una super-moneta iper-informativa. È la conseguenza più decisiva ma meno osservata di una "rivoluzione documediale", ossia la combinazione di una sovrabbondanza senza precedenti di documenti (documentalità) e del fatto che, con i social network, ogni ricettore di messaggi ne è anche un produttore (medialità).

L'intersezione documediale genera i big data, che contano molto più del denaro, perché sono appunto rich data, che permettono una conoscenza non solo di mercato, ma degli orientamenti politici, dello stato di salute, delle preferenze personali. Consentono, cioè, una conoscenza dell'individuale quale mai si era data nella storia del mondo: per secoli ci eravamo rassegnati all'idea che l'individuo fosse inconoscibile, e che si potessero conoscere solo i tipi, le classi, le specie. Ora non è più così. Tuttavia, malgrado quello che spesso si dice, e malgrado l'effettiva somiglianza tra la conoscenza dell'individuale e il sapere assoluto, l'economia documediale non è una economia della conoscenza. Abbiamo a che fare con una mobilitazione, con una serie di azioni registrate sul web spesso in forma inconsapevole, il cui valore in termini di documenti produce conoscenza solo se interpretato.

Questa interpretazione, tuttavia, non è alla portata dei singoli mobilitati (cioè di tutti noi), bensì dei mobilitanti, le grandi aziende del web che guardano l'archivio dall'interno, e sanno gestirlo e trarne profitto. Il capitale di oggi non mette i mezzi di produzione, bensì i mezzi di interpretazione, cioè le correlazioni e il significato dei dati, che tiene per sé e rivende o riutilizza. I lavoratori di oggi non sono sottoposti a compiti monotoni o faticosi, come avveniva nell'industria, ma devono in compenso comprarsi i mezzi di produzione, cioè i terminali del web. La produzione è in basso, la conoscenza in alto, sebbene ovviamente i mobilitati possano accedere alle conoscenze (per esempio, libri o voci enciclopediche), producendo però, nel farlo, altre conoscenze, molto più individuali, su se stessi, cui non hanno accesso. Ne segue che abbiamo a che fare non con uno scambio equo, ma con uno scambio iniquo: il capitale dà ai mobilitati conoscenze generali e di pubblico dominio, il lavoro dei mobilitati dà al capitale conoscenze individuali e capitalizzabili. Come gli economisti premarxiani non vedevano che la retribuzione degli operai pagava solo una parte del loro lavoro, così oggi si tende a non considerare che la mobilitazione è retribuita solo in parte dai servizi offerti gratuitamente dal web. È certamente un errore concettuale sostenere – come sempre si ripete – che il prodotto siamo noi (visto che non siamo in una economia schiavista), ma non è un errore sostenere che noi siamo i produttori, cioè che lavoriamo, nella fattispecie gratis e pagando di tasca nostra i mezzi di produzione, fabbricando documenti in una attività cooperativa con il web proprio come gli operai di Manchester producevano tela in una attività cooperativa con i telai. È vero che quei documenti noi non sapremmo come adoperarli, e che senza le grandi compagnie del web non sarebbero nemmeno raccolti. Ma è anche vero che senza di noi i documenti non ci sarebbero. È una situazione non così diversa dal classico rapporto tra capitale e lavoro, con una variante importantissima, e cioè che qui il lavoro non viene retribuito, e, prima ancora, non è neppure riconosciuto come tale.

Chi può rimediare a questa condizione? La tassa sui capitali proposta da Piketty è, per sua stessa ammissione, chimerica, giacché presupporrebbe un accordo mondiale. Il reddito di cittadinanza è una soluzione problematica, sia perché appare come una regalia politica, sia perché non ha copertura finanziaria. Ed è proprio qui che si offre una chance per l'Europa.

L'Europa rappresenta una massa demografica di mezzo miliardo di persone, la terza dopo la Cina e l'India. Ha dunque la forza contrattuale per confrontarsi con i Big Four – Amazon, Apple, Facebook e Google – per imporre quella che potremmo definire una "accisa sui documenti", che potrà essere ridistribuita non come salario di disoccupazione, ma come salario di mobilitazione.

Riconoscendo così la nostra mobilitazione quotidiana come un vero lavoro, capace di dare vera dignità umana alla nostra azione nel mondo. 04/07/2018

Fonte Link: repubblica.it

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