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La vita sta cambiando pelle

Benetton, spot con i migranti sul barcone. Toscani: “Ho fatto vedere cosa sta succedendo”

Pubblicità Benetton Toscani

La campagna è stata ideata da Oliviero Toscani e ritrae i migranti durante il soccorso di una ong. I leghisti veneti: "Mai più una maglietta del gruppo. Benetton porti i migranti nelle sue belle ville". Il vice ministro attacca su Twitter. Il fotografo: "Salvini non va preso sul serio. Per cosa sarebbe buon testimonial? Per la carta igienica".

POVERO TOSCANI, sempre schiavo del padrone. Utilizza la provocazione per fare soldi lui e Benetton. Visto che predica la comunicazione della realtà, provi a fare una bella immagine pubblicitaria "United Colors", di Soros che abbraccia Benetton!... su un barcone.  anche questa è realtà! 
Quanto è stato depredato il popolo italiano dalla svendita delle nostre autostrade!! degli autogril, al suo padrone di Treviso, complice la cosiddetta "Sinistra", prona a fare regali agli amici. Quanto ha fatto la Benetton in Patagonia e sull'utilizzo di minorenni o manodopera infantile. per il solo profitto di impresa depauperando luoghi, persone e terreni. Si ricorda quando fu attaccato in televisione e dal Corriere della Sera (12 ottobre 1998) dalle accuse di un preparato e documentato giornalista, Riccardo Orizio, mio carissimo amico all'epoca in cui lavoravo a Milano, e lei farfugliava giustificazioni assurde? già ripreso in altra occasione durante il Settembre parmigiano del 2008 [LINK]. Si ricorda quando portò in piazza a Parma i suoi asini? [LINKLB 

riporto qui il testo:
Il 12 ottobre 1998 un servizio del Corriere della Sera a firma di Riccardo Orizio, denunciava che Bermuda, una fabbrica di Istambul che lavorava per il licenziatario turco di Benetton, impiegava manodopera infantile [bambini di età inferiore ai 14 anni]. 

L'impresa di Treviso si è difesa sostenendo che non era a conoscenza del fatto, aggiungendo con orgoglio di aver sottoscritto nel 1994 un codice di comportamento ispirato alla " Fair Trade Chart ", emanato dall' OIL; ma è risaputo che i codici di comportamento non sono di per sè garanzia, se nessuno ne verifica il rispetto.

In Argentina Benetton oggi possiede 900000 ettari di terra per la produzione della lana, terra abitata da sempre dal popolo Mapuche che è stato confinato in una striscia di terra dove le famiglie sono costrette a vivere in condizioni di sovraffollamento, diventando, talvolta, manodopera a basso costo.


Riprendiamo quanto scrive oggi "ilfatto quotidiano" sull'attuale immagine di Oliviero Toscani per la pubblicità di Benetton 

Una doppia pagina, senza alcun commento. Solo la foto di un gommone con a bordo decine di migranti soccorsi dalla ong Sos Med, ritratti da Kenny Karpov. E in basso a destra, il marchio: United Colors of Benetton. La pubblicità provocatoria del gruppo, noto per le scelte radicali durante le campagne, scatena prima la reazione di alcuni leghisti veneti che invocano il boicottaggio del marchio trevigiano e poi del ministro dell’Interno, Matteo Salvini. “Squallida”, viene definita dal vice-premier la doppia pagina comparsa lunedì sul Corriere della Sera. In un tweet, Salvini si interroga in un tweet: “Solo io trovo che sia squallido?”.

La campagna è stata ideata dal fotografo Oliviero Toscani, che a Radio Padova ha risposto alle polemiche: “Ho fatto vedere ciò che sta succedendo – ha spiegato Toscani – il problema è che una volta eravamo un Paese di brave persone, eravamo un Paese dell’onestàe della generosità. Purtroppo questo piccolo benessere, che non è stato neanche a disposizione di tutti, ci ha fatto diventare egoisti e devo dire anche abbastanza ottusi“.

Toscani ha parlato anche dell’idea del censimento dei Rom, lanciata lunedì da Salvini: ” “Secondo voi è da prendere sul serio? Ormai ha preso il posto di Crozza. Crozza ormai non ha più lavoro, poveretto, bisognerà fare qualcosa perché c’è Salvini che gli sta portando via lo spazio”. Poi la provocazione: “Per cosa Salvini potrebbe essere un buon testimonial? Per la carta igienica“, ha detto rispondendo ad una domanda dei conduttori del programma.

Toni Da Re, segretario della Lega Nord-Liga Veneta, invita a una sorta di boicottaggio: “Non comprerò mai più una sola magliettaBenetton”. A suo avviso, Toscani è ormai “la nostra cartina al tornasole: più lui è incazzato, più noi siamo certi di essere sulla strada giusta”. Il capogruppo in consiglio regionale veneto Nicola Finco dice di voler “capire se i dipendenti di Benetton all’estero, nei paesi in cui ha delocalizzato, sono pagati come gli italiani e perché ha portato grandi produzioni fuori confine” e invita il patron Luciano Benetton e Toscani a candidarsi perché è “troppo facile, perché hai quattro soldi, comprarsi una pagina di giornale”. Il collega leghista Luciano Sandonà suggerisce invece “a Benetton di portarsi qualche migrante in una delle sue belle ville”. 19 giugno 2018

Fonte Link: ilfattoquotidiano.it


Riporto il testo integrale tratto da Facebook di Riccardo Orizio:

Il 12 ottobre 1998 un servizio del Corriere della Sera a firma di Riccardo Orizio, denunciava che Bermuda, una fabbrica di Istambul che lavorava per il licenziatario turco di Benetton, impiegava manodopera infantile [bambini di età inferiore ai 14 anni].

L'impresa di Treviso si è difesa sostenendo che non era a conoscenza del fatto, aggiungendo con orgoglio di aver sottoscritto nel 1994 un codice di comportamento ispirato alla " Fair Trade Chart ", emanato dall' OIL; ma è risaputo che i codici di comportamento non sono di per sè garanzia, se nessuno ne verifica il rispetto.

In Argentina benetton oggi possiede 900000 ettari di terra per la produzione della lana, terra abitata da sempre dal popolo Mapuche che è stato confinato in una striscia di terra dove le famiglie sono costrette a vivere in condizioni di sovraffollamento, diventando, talvolta, manodopera a basso costo. 

Mai sentito parlare di Pignataro Maggiore, provincia di Caserta?  O di Castrette, provincia di Treviso?  O ancora di Maiten, in Argentina? O di quel che l'imprenditore italiano più progressista, quasi verde-ulivo, fa in Ungheria? Eccovi tre buoni "motivi" per boicottare Benetton.  

(da Carta settimanale n.2)

29 APRILE 2004 Nella Patagonia argentina, Benetton e il governo statale di Chubut preparano una nuova azione di sgombero; questa volta sono 8 famigle per lo piu' formate da donne, bamibini e anziani. L' obiettivo e' aggiungere un ettaro ai 900.000 che di cui il gruppo italiano e' gia proprietario in Patagonia, e impiantare un attivita' turistica aprofittando della linea ferroviaria. Per portare avanti il progetto, sia l' impresa che il governo statale, considerano indispensabile espropriare la casa a piu' di 50 persone e smantellare la scuola n.90 che istruisce e alimenta 18 di questi bambini, alcuni dei quali con seri problemi di denutrizione. Qui presentiamo la storia di un nuovo sgombero che tuttavia si puo' ancora evitare. 

Il treno della Patagonia. La Trochita, uno dei treni piu' famosi della Patagonia, e' stato completato nel 1945. Per decenni e' stato il mezzo di trasporto principale per le merci e gli animali della Argentine Southern Land Company, un agglomerato di fattorie produttive inglesi donate dal governo argentino dopo il genocidio etnico conosciuto anche some "La Campana al Desierto".La maggior parte del tracciato del treno e le stazioni erano collocate in mezzo alle proprieta' inglesi e ad un centinaio di piccoli paesi, "movimentando fino a 6 treni al giorno. La compagnia caricava lana, animali, nei tanti punti lungo il tragitto' stando al racconto di Roberto Yanez, un ferroviere in pensione che ha visto nascere il treno.Con l' arrivo dell' asfalto e dei camion negli anni 70, il trasporto commerciale via treno comincio' a declinare in Argentina. Durante gli anni 90, nel periodo menemista, la politica di privatizzazioni investi' anche il trasporto pubblico e la Trochita fini' in decadenza. La stessa politica menemista permise alla Benetton di comprare a prezzi stracciati la Argentine Southern Land Company(d' ora in avanti rinominata 'La Compania'), diventando di fatto padrona del 9% delle migliori terre della regione patagonica.Oggi, piu' di 10 anni dopo, il nuovo progetto turistico auspicato dal governo della provincia di Chubut consiste nel riabilitare il treno predisponendo un percorso guidato per la regione e, anche se i funzionari statali negano qualsiasi relazione con l' impresa italiana, uno delle offerte principali del percorso turistico sara' la visita alle proprieta' dei Benetton. La propaganda del progetto lo presenta come 'un vero viaggio alle origini che parte dalla stazione Cabecera El Maiten fino a Leleque, dove inoltre si potra' visitare il museo Leleque e degustare una tipica grigliata di carne della Patagonia nella tenuta della compagnia Benetton'.Anche il museo e' di proprieta' dei Benetton. Nel servizio offerto dal treno, chiamato 'SCHE', per il passeggero e' previsto un bigletto unico; treno, entrata al museo e pranzo nelle fattorie dell' italiano; lasciando intendere chiaramente a che punto arriva l' integrazione tra gli interessi dello Stato e quelli dell' impresa.L' unica piccola difficolta' per portare avanti il progetto, un 'impiccio' como lo chiama Miguel Mateo, coordinatore generale del progetto, sono i quasi 50 bambini che con le loro madri vivono nella stazione dei treni di Leleque e la scuola a cui ricorrono loro insieme ai figli di coloro che lavorano per Benetton.

La stazione

In tutte le stazioni della linea della Trochita, ci sono delle case costruite, dove precedentemente vivevano gli impiegati della ferrovia con le loro famiglie. Dopo la chiusura della linea ferroviaria, li' sono rimasti alcuni pochi impiegati, la maggior parte dei quali gia' pensionati, e successivamente arrivarono lavoratori agricoli senza dimora che si installarono in queste abitazioni dopo aver ricevuto l' autorizzazione dalla societa' ferroviaria. Nella maggior parte dei casi, il cambiamento si rileva per la possibilita' di mandare i figli a scuola senza che dovessero farsi tutti i giorni numerosi chilometri a piedi o a cavallo. Per tutta la meta' del ventesimo secolo, la stazione di Leleque ha sognato di diventare una cittadina, con servizi quali la posta, un posto di polizia e una strada asfaltata vera e propria. Don Yanez, 74 anni di eta' di cui 40 passati a Leleque, racconta che 'qui era bello, non c'erano problemi, non cerano furti, I Serquis avevano un bar proprio dove ora ce' il museo, e si riempiva di gente.'. Era una meraviglia, c'era abbastanza gente, con famiglie anche numerose, ed e' per questo che e' stata aperta la piccola scuola. Chiunque camminava come un padrone, andava per i campi, cacciava qualche animale, procurava uovo di struzzo. Una volta dissero addirittura che avrebbero fatto una come una riserva indigena, arrivammo a misurare il terreno, ma alla fine non se ne fece nulla.'Con la chiusura del treno e l' arrivo in zona dei nuovi padroni, tutto cambio', e a detta di tutti i vecchi abitanti per il peggio. Laura, impiegata de 'La Compania' da 40 anni e profonda conoscitrice della zona, ci spiega che 'Benetton appena arrivato licenzio' molta gente. Se prima cerano 250 lavoratori, adesso il numero non arriva a 100 in tutta la zona che dipende da Leleque'.Oltre a cio', si presero nuove terre; Laura spiega che 'la strada per il fiume Chubut, che e' una strada comunitaria non dovrebbe essere chiusa. Ci sono cancellate a chiave, e per entrare devi chiedergli permesso e non si puo' pescare piu' del consentito perche' non te lo permettono. In fondo alla strada vivono delle famiglie, pero' non possono uscire da li', devono fare 90 chilometri in piu'.Anche la vecchia stazione di Leleque ha sofferto dei cambiamenti. Don Yanez si lamenta che 'adesso siamo intrappolati e possiamo uscire solo da un lato', perche' da anni le vecchie strade comunitarie sono state incorporate dalle proprieta' dei Benetton. Leleque e' rimasta una isola di un ettaro nel mezzo di una mare di recinzioni, e nemmeno si puo' transitare per le vecchie vie provinciali.'I problemi con i proprietari per questi motivi sono frequenti. Don Yanez e' stao protagonista di alcuni di questi. "Una volta sono stato attaccato dall' amministratore. Mi chiese perche' gli stessi occupando il campo. Io gli dissi 'Signore, io non sto occupando nessun campo, lavoro da queste parti da 40 anni'. Non successe niente ma mi rimprovero' ugualmente, non tenevo niente di piu' che un ramo e lui aveva dei guardaspalle."Da 3 anni, l' ostilita' degli amministratori de 'La Estancia', agli ordini di un responsabile non casualmente di nome Ronald Mac Donnals, si e' trasformato in un progetto concreto. Le intenzioni della compagnia erano sgomberare le case, smantellare la stazione e spostare tutto nella parte dietro del museo, affinche' si potesse mettere in essere il percorso turistico completo. E se ancora il progetto non e' avanzato a causa di un ricorso che ha dichiarato la stazione 'patrimonio provinciale', l' idea e' rimasta fluttuante nell' aria, e la minaccia di sgombero ha cominciato a rovinare la vita degli abitanti del luogo.Lo stato, come al solito, si e' convertito nell' incaricato di fare 'il lavoro sporco', di togliere degli abitanti dal luogo in cui vivono.

Gli sgomberati di sempre

Una rapida occhiata ai cognomi delle famigle minacciate e' sufficente per farsi una idea della situazione; Nahuelquir, Curiñanco, Antieco, Quilaqueo; tutti cognomi originari del popolo Mapuche, contadini strappati alle loro terre e costretti a lavorare per un salario da fame affinche' i loro sfruttatori continuino ad arricchirsi.La situazione sociale nella zona e' critica. Le case non hanno l'acqua potabile, e per recuperarla bisogna scavalcare una recinzione dei Benetton e andare con le taniche fino ad un ruscello che di inverno diventa secco. Non ce' gas, e la caccia e la raccolta delle uova di struzzo e' regolata dal capriccio de 'La Compania'. Non ce' nemmeno un presidio sanitario, a detta degli abitanti perche' 'La Compania' si e' opposta alla proposta. Molti fanno notare che la guardia medica aveva detto di aver parlato con MacDonnals ma che lui non ha dato l'approvazione'. Il medico, quindi, viene una sola volta al mese, quando "gia' tutto il mondo e' guarito. Il mese scorso tutti i bambini avevano la tosse, e quando e' arrivato gia' stavano tutti bene".Nonostante questa 'disattenzione', o forse come parte di essa, tutte le donne del luogo ricevono gratuitamente il DIU, un dispositivo intra-uterino che impedisce che possano rimanere incinte di nuovo.Silvana Vazquez e' la direttrice e una delle maestre della scuola n. 90 di Leleque. Gli alunni, divisi in due piccole classi, ricevono tutti i giorni un pasto caldo e una educazione che gli permette di completare il nono anno dell' EGB. Silvana racconta con angoscia le peripezie che stanno vivendo gli alunni e il personale della scuola. "E' da due o tre anni che non possiamo piu' portare avanti i progetti che abbiamo. Vogliamo fare un orto biologico, piantare alberi, ma viviamo sempre sotto la minaccia di dovercene andare. E' una situazione stressante, nonostante il luogo sia tranquillo, perche' non sappiamo cosa potra succedere il prossimo anno"."Hanno cominciato a venire - racconta - per fare pressione direttamente sulle famiglie, alle madri che vivono in casa con i loro figli, vanno casa per casa, ma alla scuola non sono mai venuti. Vengono dando in ogni casa una notizia differente, nulla e' mai chiaro. Questo genere di pressioni e' fatto direttamente dal personale de 'La Compania'.Una delle principali promesse che gli abitanti di Leleque hanno ricevuto da parte dello Stato e' di consegnarli delle case e dei terreni a Esquel o a El Maiten, a basso costo o attraverso dei crediti emessi dallo Stato stesso. A Patrizia, che ha 6 figli, le hanno detto che "ci avrebbero fatto una casa a basso costo a Esquel. Che dobbiamo trovare il terreno e che loro poi si fanno carico dei materiali". A Norma e ai suoi 9 figli, le hanno offerto un accordo differente. Racconta che le hanno chiesto "se teniamo un altro posto dove andare, o se potevamo trovarne uno, perche' volgiono sistemare questo posto perche' ci venga a lavorare gente del turismo". A Dona Candelaria, una pensionata delle ferrovie di 87 anni, le hanno promesso prima una casa a Esquel, che lei ha rifiutato perche come dice vivere in quella citta' sarebbe come "essere detenuta", e allora hanno cominciato a dirle che si sarebbe potuto trattare perche' lei rimanesse li'. Pero' al suo vicino, Don Yanez, gli hanno detto che "sara' difficile che la vecchietta che vive qui di lato potra' rimanere". E cosi' e' stato con tutte le famiglie.Le varie promessa non sono state mai mantenute, nonostante la minaccia di sgombero diventasse giorno dopo giorno piu' concreta. "Vogliamo fare il trasloco prima dell' estate", spiega diligentemente il funzionario della compagnia ferroviaria, come se si trattasse di un semplice spostamento di cose.Alla fine di Agosto, per aumentare la pressione, e' arrivata una cirolare che soddisfa una vecchia aspirazione degli amministratori de 'La Compania'; la proibizione di tenere animali, dal bestiame fino ai cani e le galline, una delle poche forme di sussitenza che hanno gli abitanti del luogo.Le pressioni sono continuate con lo scopo di convincere i ragazzi della scuola, proponendo addirittura di portarli in centri d' accoglienza nella zona. Patrizia racconta che "Quando e' venuto Don Matteo mi ha chiesto se avevo ritirato i libretti dei ragazzi, lui voleva toglierli dalla scuola ma io non glieli diedi". Lo stesso funzionario ha redatto richieste di terreni a El Maiten e Esquel a nome della sua famiglia, per accellerare o trasferimenti. Quando gli chiediamo sopra la situazione di Patrizia e dei suoi figli, Miguel Mateo si e' giustificato dicendo "di aver fatto la richiesta come favore, perche' lei lo aveva chiesto ma non l' aveva ancora fatta. Le ho detto di leggerla e di tenersi una copia". Pero' per Patrizia le cose sono differenti. Ci spiega che il funzionario "ha voluto che firmassimo delle carte, pero' io non ne ho firmata nessuna, perche' non so leggere".

Il vecchio mestiere di resistere

Da poco, e con la minaccia dello sgombero sempre piu' vicina, gli abitanti hanno cominciato a organizzarsi. Patrizia ci racconta che quando arriva il funzionario della compagnia ferroviaria "prima andava di casa in casa, e non sapevamo cosa diceva agli altri, non ci riceveva mai insieme, adesso ce' piu' unione e ne parliamo tra tutti".Uno degli esempi che portano gli abitanti e' quello della stazione di Nahuelpan, che sta sulla stessa tratta ferroviaria, dove arrivano quasi 12.000 turisti all' anno. A differenza della stazione Leleque, quella di Nahuelpan sta' all' interno della comunita' Mapuche, e le case della vecchia stazione, dove vivono parecchi abitanti della zona, sono stare ristrutturate dal comune.Dal momento che li non ci sono interessi di Benetton, i poveri non sembrano dare fastidio, e la maggior parte di essi vendono torte fritte, organizzano cavalcate e vendono artigianato Mapuche ai turisti. Prane, uno dei Tehuelche che vive a Nahuelpan, ci racconta che tutte le volte che passa il treno, guadagna tra i 40 e gli 80 pesos, e che la maggior parte delle volte, la domanda finisce per essere superiore all' offerta di pane e torte che cucina nella sua casa.Patrizia vede le cose in modo diverso. Si rammarica che "per loro non valiamo niente. O che non abbiamo alcuna capacita'". Pero' tutte loro, dalla piu' giovane fino a Dona Candelaria, sono esperte, come qualsiasi altra donna Mapuche, nel filare e nella tessitura, oltre al fatto che sono eccellenti cuoche, e in attivita' da cui si potrebbe trarre guadagno in campo turistico.I bambini di Leleque anche loro hanno molto da dire. La maestra racconta che "arrivo' a scuola un progetto del ministero delle educazione in collaborazione con le poste, dove i bambini dovevano scrivere lettere con il francobollo gia' pagato dalle poste. Abbiamo fatto un lavoro con gli alunni del terzo ciclo, e loro hanno scritto lettere a tutti i giornali del paese. Si lamentano della situazione penosa in cui vivono, dicono che vogliono rimanere, che non vogliono che si chiuda la scuola.Anche gli stessi impiegati di Benetton sono scontenti della situazione. Laura ci conferma che "non e' solo la gente della compagnia ferroviaria che vuole sgomberare la gente. Fanno lo stesso da tutte le parti perche' non vogliono lasciare gente estranea alla compagnia".

Il vecchio mestiere di sgomberare

I tramonti a Leleque, tra dalle colline e l' orizzonte recintato da Benetton sono uno spettacolo imponente, Il vento fa volare le foglie degli alberi, mentre tutto si tinge di dorato, si ascoltano le risa dei bambini che giocano a calcio dentro il perimetro della stazione.E' uno spettacolo patagonico. Inospitale ma con tutto il fascino che solo la natura puo' avere.E' una vita cosi' tranquilla che l' arrivo di una visita o qualsiasi fatto fuori dalla quotidianita' si converte in una notizia di cui si parla per molto tempo, e va a far parte della serie di aneddoti che, condividendo un mate' amaro, ci raccontano gli abitanti del luogo.Di notte, il silenzio solo viene interrotto dal crepitare della legna nelle stufe, e il latrato di alcuni cani che da lontano difendono le pecore dalle volpi in cerca di cibo.Penso che solo per il fatto di smantellare questo luogo, e di togliere il sorriso ad un pugno di bambini, Benetton non ha alcun diritto di appropriarsi di un centimetro di piu'.Pero' non si tratta solo di questo, ma sopratutto di una sequenza di sgomberi ed ingiustizie che ormai si succedono da piu' di 100 anni, e che l' arrivo di nuovi re della Patagonia non ha fatto altro che ravvivare.L' acquisto di una provincia intera, lo sgombero dei Curiñanco un anno fa', la chiusura e la deviazione del corso di alcuni fiumi e strade comunitarie, la recinzione di terre e riserve indigene, sono solo i precedenti di questo nuovo caso di sgombero, forse il piu' grande e il piu' auspicato da parte dello Stato negli ultimi anni.Permetteremo che si prendano un altro pezzo di paese?

FOTO: http://argentina.indymedia.org/news/2003/11/151414.php

I colori di Pignataro Maggiore

Vetulazio, Giano Vetusto, Pignataro Maggiore. Un gruppo di paesi sdraiati lungo la via Appia, tra Capua e Caserta. Un territorio agricolo, per vocazione e per tradizione, sul quale sono stati innestati insediamenti industriali finanziati dalla Cassa del Mezzogiorno. Una volta, si diceva che questa zona doveva diventare laBrianza del sud, con le fabbrichette tessili, l'indotto e tutto il resto. Ora ci sono molti capannoni abbandonati.

Dopo una lunga manovra di avvicinamento, fatta di contatti, subappalti e commesse, atterra a Pignataro un'astronave dalla luce di un inconfondibile verde multinazionale. Benetton accetta di rilevare la Bertrand, una fabbrica tessile esistente dall'inizio dal '90, e lancia un piano produttivo di centinaia di miliardi di investimenti promessi, del miraggio di centinaia di posti di lavoro, in una zona dove la disoccupazione giovanile sfonda molte volte il tetto della media europea. È un affare: la fabbrica è in gestione commissariale per via di una serie di peripezie finanziarie. È un affare anche mediatico. Da Treviso al Sud, a portare lavoro, a sfruttare i vantaggi fiscali e gli accordi con la Regione Campania e il ministero del lavoro. Arriva l'astronave e porta una filosofia del lavoro e del profitto riassunta in una formula: ciclo continuo. È questa la condizione posta da Treviso ai sindacati."Ciclo continuo", dice un operaio che preferisce non essere citato per nome: "Sì, ma noi mica siamo contro il ciclo continuo. Solo che vorremmo un ciclo continuo umano, che ci dia il tempo per vivere". Ci sono almeno due modi di raccontare quello che è successo a Pignataro Maggiore. Del disagio in fabbrica e delle agitazioni che hanno portato all'occupazione del negozio Benetton di via Roma, nel centro di Napoli. Dello stress che subiscono gli operai, che hanno fermato la produzione per tre giorni, a fine maggio. Degli autolicenziamenti per le condizioni di lavoro troppo pesanti, e del ruolo dei sindacati. Ci sono almeno due modi per parlare del contatto fecondo tra i giovani operai dell'Olympias e i ragazzi del centro sociale Tempo Rosso, da due anni attivo in una zona dove il tessuto sociale è come i capannoni abbandonati. 

I vecchi e i giovani

Il primo modo è il racconto della resistenza degli operai "vecchi", veterani della Bertrand, che si sono opposti al ciclo continuo. È il racconto di una vertenza sindacale, che Benetton vince perché i giovani, assunti dal 1998, non hanno esperienza di lotta e fanno già il ciclo continuo nei due reparti nuovi, quello della maglieriae della filatura, che si affiancano al reparto carderia, dove sono concentrati i più anziani. È anche il racconto di un sindacato che, preoccupato di salvaguardare i contratti d'area e gli investimenti, accetta un accordo che in fabbrica viene osteggiato, e che prevede, per i nuovi assunti, meno salario, nove giorni di ferie non pagate, un buono mensa di 650 lire al mese [avete letto bene, c'è uno zero solo], in lavoro domenicale pagato come un giorno feriale. "In un mese, ciascuno di noi lavora al massimo 21 giorni, distribuiti in turni di pomeriggio, mattina e notte, alternati a turni di riposo che vengono pagati con quello che dovremmo avere per le ferie". Totale: un milione e seicentomila lire, che possono diventare di più con il lavoro notturno. Poco di più.

Il secondo modo di raccontare la Benetton di Pignataro è parlare della sostanza su cui galleggia l'accordo, che i sindacati sono anche contenti di aver concluso, "perché abbiamo mantenuto una struttura produttiva e magari possiamo agire dal di dentro, in futuro", come dice Angelo Spena della Filtea-Cgil. La sostanza è fatta, innanzi tutto, del ricatto del licenziamento per chi frequenta il centro sociale, con tanto di allusione a questa attività davanti al prefetto, durante un incontro tra le "parti sociali". È una sostanza spessa, composta di nuova logica industriale e di buon, vecchio clientelismo. Molti dei nuovi assunti lo hanno subìto direttamente: in cambio del "favore" della segnalazione per un posto in fabbrica, un politico locale ha chiesto di tesserarsi a quel tale sindacato, che non si era mai visto alla Bertrand e che,giocando con il malcontento degli operai, è riuscito ad arrivare al tavolo delle trattative. È una sostanza tenuta insieme dai 51 miliardi di finanziamenti che Benetton ha ricevuto dalla Regione Campania, in cambio di assunzioni di cui si è persa traccia, tra un piano industriale e l'altro.

Assunzioni che, dato il numero di macchine presenti a Pignataro, renderebbero i turni di lavoro un po' più umani. Ed è una sostanza in cui lo stile delle relazioni in fabbrica porta i direttori a chiamare gli operai uno a uno, chiedendo conto della protesta. O a convocare in fabbrica, telefonando a casa, chi sta facendo il turno diriposo per chiedere di un pezzo difettoso finito nello scatolone di quelli buoni. "Se chiama la fabbrica, digli che non ci sono". Piccola resistenza. Una fabbrica modelloPignataro sarebbe dovuto diventare un modello di insediamento industriale nel sud, tanto che la casa madre parlava di un polo tessile in grado di servire tutto il mediterraneo. E Pignataro è un modello, ma per vedere una multinazionale al lavoro sotto casa. Il ricatto della disoccupazione, come altrove al sud, spinge ad accettare qui condizioni di lavoro che nel nord est sarebbero respinte. E a ringraziare, perfino. "Hai capito il meccanismo?", dice uno dei ragazzi del centrosociale di Pignataro: "Dicono che portano la nuova economia e lo sviluppo, ma il tessuto sociale non cambia, anzi, tutto serve a mantenere il torpore, anche le nuove fabbriche, visto che appena uno rivendica diritti che fino a pochi anni fa erano dati per scontati, oppure rivendica i diritti dei disoccupati, subito volano le minacce di chiusura e le accuse agli operai, che sarebbero i responsabili del fallimento del piano industriale".

Dice un altro indicando tra la statale e le colline: "Da qui è tutto di un padrone solo. Anche quel terreno dove sorge l'Olympias. Benetton si è anche lamentato della burocrazia meridionale. Poi, dopo la sua sparata sulla stampa, il comune di Pignataro è stato sciolto per infiltrazione camorrista e adesso è commissariato. Non èche Benetton ha legami con la camorra, però qui il clima è tale che nessuno protesta, al massimo si delega ai politici o ai sindacati, senza aspettarsi nulla, perché tanto si sanno come vanno le cose. Di fronte al lavoro in nero o al niente, o alla camorra, anche Benetton va bene, anche il ciclo continuo, anche le ferie non pagate vanno bene. E loro, gli imprenditori progressisti, lo sanno benissimo. Per questo stiamo tentando un esperimento di auto-organizzazione, che abbiamo proposto anche agli operai della Benetton, che non accettano l'accordo firmato dai sindacati". Racconta un operaio: "La vertenza è iniziata quando l'azienda ha deciso di estendere il ciclo continuo anche al reparto cardatura, ma la cosa che ha fatto traboccare il vaso è stata la questione delle macchine. L'azienda avrebbe dovuto portare qui un centinaio di macchine per la filatura. Ne ha portate 54. Quando sono iniziate le agitazioni, hanno minacciato di toglierne 24. Hanno detto che si trattava di problemi tecnici, ma i tecnici erano venuti qui già altre volte. Che bisogno c'è di portare le macchine a Treviso?". Gli operai hanno temuto che fosse il preludio alla chiusura, e allora sono entrati in assemblea permanente. Ma il gioco era un altro. Non si buttano miliardi di investimenti e finanziamenti.

Pignataro conviene, ma a certe condizioni, quelle, appunto, dell'accordo dei sindacati, al quale Benetton si appella, e che ha esteso il ciclo continuo a tutti i reparti. Tanto, nel giro di qualche anno, i "vecchi" vanno in pensione, e un modo di raccontare Pignataro finisce con loro. I giovani, cresciuti a disoccupazione e a postere maglioni United colors, saranno il cento per cento, o poco meno, di una forza lavoro smemorata. La fabbrica che smonta i diritti umani Al seminario internazionale dei delegati sindacali del gruppo Benetton, il francese R. Maillard della Cfe/Cgc disse: "In Francia è aperta la caccia al delegato sindacale. Alla Benetton gli operai devono stare in silenzio, altrimenti vengono multati". Non era un caso isolato. I colleghi di Spagna e Usa, paesi in cui Benetton aveva stabilimenti si lamentavano della difficoltà di fare sindacato nelle aziende del gruppo italiano. Era il 1992, e la categoria della globalizzazione aveva ancora pochi estimatori. Da allora, la strategia del gruppo trevigiano si è notevolmente modificata, con una forte diversificazione produttiva. Il fatturato è salito vertiginosamente, ma il rapporto con i lavoratori è sempre rimasto in penombra: meglio trattare con i vertici sindacali che con le Rsu locali.

L'imprenditore, amato da una consistente parte della sinistra per la pubblicità progressista, si organizza fin dall'inizio con un sistema a rete, apparentemente senza conflitti con i lavoratori, presentandosi come gestore di una catena di piccoli e medi laboratori esterni spesso mono-specializzati. Il modello produttivo, più voltericalibrato nel corso degli anni, ha attirato l'attenzione di molti ricercatori, che hanno enfatizzato le capacità di risposta al mercato, trascurando di studiare, però, le condizioni di lavoro all'interno e all'esterno della casa madre.

Col tempo e grazie alla pressione dei sindacati, nel contratto "di committenza" viene inserita una clausola che impegna formalmente il subfornitore a rispettare la legislazione del lavoro. È però poca cosa di fronte alle responsabilità reali del gruppo, che conosce in dettaglio i propri subfornitori e le loro capacità produttive,tanto da determinare in anticipo la soglia di profitto di ciascuno di loro. E proprio qui, nella possibilità di ampliare la quota di profitto attraverso il"miglioramento" delle prestazioni lavorative, che si gioca la partita tra subfornitori e lavoratori. E' una lotta, questa, che ha portato le donne lavoratrici, grazie anche alla "quasi piena occupazione" del Veneto, a rifiutare trent'anni di cuciture sempre uguali con un salario che raramente supera il milione e seicentomila lire, fermandosi molto spesso sotto il milione e mezzo.  

L'espatrio controllato

La Benetton nasce a metà degli anni '60 ma è dalla fine degli anni '70 nel periodo craxiano di relativa pace sociale e di impetuoso sviluppo di piccole e medie imprese venete, che registra la prima rilevante accelerazione. Nel corso degli anni '80 il gruppo si articola in quattro grandi divisioni [lana, cotone, jeans, capospalla] ognuna delle quali agisce in modo più o meno autonomo, anche se la notevole crescita dell'impresa mette a dura prova il sistema e le sue interconnessioni, sia interne che esterne. La parziale saturazione dei mercati e una concorrenza agguerrita mettono in difficoltà il gruppo, anche se la svalutazione della lira e la diversificazione produttiva gli permettono di superare il momento critico. Ma la Benetton non si adagia sugli allori e guarda altrove, organizzando l'espatrio, diluito nel tempo, di unaparte delle imprese "terziste" italiane, e riuscendo a controllare l'impatto economico ed emotivo di questa operazione, che avrebbe potuto avere forti contraccolpi sociali e di immagine. Reti produttive già esistenti o in fase di avvio, vengono trasferite all'estero a partire dal Maghreb e dalle più vicine aree dell'Europa orientale,senza tralasciare l'India, il Messico, la Turchia e l'Estremo Oriente, da dove si può penetrare in mercati particolarmente chiusi come gli Usa e il Giappone. Il gruppo gioca la carta di un prodotto dal costo "globale", ma i laboratori italiani, pur ridotti in numero, rimangono una necessità, essendo la base del just-in-time. Una parte degli imprenditori espulsi nel corso degli anni '90, i più desiderosi di segnare in modo accentuato la loro nuova condizione sociale, vengono reinseriti nella rete e incoraggiati a rivolgersi, prevalentemente, verso i paesi del l'est europeo. "Alla ricerca dell'oro", come afferma uno di essi, i gestori di queste catene produttive creano nuove imprese, con la garanzia di commesse sostanziose, oppure si convertono in preziosi collaboratori per risolvere le difficoltà organizzative di una rete oramai internazionale. Gli studi "concreti" di fattibilità elaborati dai "terzisti" e dai collaboratori, e la necessità di gestire in loco una parte della produzione, inducono la Benetton ad aprire uno stabilimento all'estero, anche se questa scelta avverrà davvero solo sul finire degli anni '90. All'Ungheria, paese politicamente stabile e con una forza lavoro capace, tocca l'onore di ospitare questo impianto, nel lontano e poco sviluppato confine orientale, a pochi chilometri da Romania e Ucraina. Lo stabilimento funziona sia come distributore di materie prime e semilavorati che come collettore di prodotti finiti. Inoltre esso permette di stringere le maglie della rete produttiva con una supervisione più ravvicinata dei subfornitori presenti nei paesi dell'est europeo.

Licenziamenti incoraggiati

In Italia la strategia nelle relazioni sindacali rimane di basso profilo, mentre vengono eliminati alcuni rami produttivi e riorganizzati i rimanenti, secondo un processo di concentrazione orientato agli alti investimenti di capitale in settori quali, ad esempio, la tintoria, la lavanderia, la tessitura e filatura. Attraverso il decentramento primario e la vasta rete di subfornitori, la Benetton potrebbe permettersi di tagliare il personale assunto direttamente dalla capofila. La riduzione del personale avviene invece annunciando con largo anticipo il trasferimento degli stabilimenti, il che induce i lavoratori a licenziarsi, vista sia la difficoltà di spostarsi, in un territorio intasato come quello veneto, sia la facilità di trovare un altro posto di lavoro, magari cambiando completamente settore o inventandosi padrone. Di fronte ai trasferimenti e alle chiusure degli stabilimenti, la manodopera interna non sembra andare più in là di imprecazioni e battute ironiche sui cartelloni pubblicitari di Toscani, con il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, appesi nelle fabbriche.

A Castrette, uno dei principali stabilimenti italiani, più di duemila lavoratori, suddivisi in sette società diverse, controllano il prodotto e lo smistano nei reparti vendita di tutto il mondo. Forse a causa di queste sottili divisioni, proprio a partire dall'interno del gruppo [tecnica aziendale, direbbero i dirigenti] o forse per la scarsapresa del sindacato, quattro di queste società non hanno raggiunto il quorum del 50 per cento dei votanti alle elezioni per le Rsu, le rappresentanze sindacali interne, comunque concesse, data la nota magnanimità. Ma in un territorio a piena occupazione, anche la Benetton non sempre riesce a trovare la manodopera necessaria. E nel magazzino robotizzato la vecchia catena di montaggio continua a funzionare, lasciando agli addetti sette minuti di pausa ogni sei ore di lavoro. Poi ci pensano le piccole angherie dei capetti interni, il salario sicuro ma poco consistente, la rincorsa verso il superminimo, fino a un milione al mese, che non arriva mai, la difficoltà ad ottenere un part-time, e i tempi di lavoro sempre più frenetici, a provocare i licenziamenti volontari…

L'imprenditoria illuminata, spogliata del mito, riporta al cuore del problema: come decomprimere il tempo umano e avere un salario dignitoso? È una domanda che vale anche per chi lavora alla Benetton.  

Los Benettones in Patagonia 

Dicono che Benetton possa attraversare tutta la Patagonia senza mai uscire dai suoi terreni". Nel 1997 la compagnia de Tierras Sud Argentina Sa acquista gli ultimi appezzamenti di un'immensa tenuta da 900 mila ettari, più di Svizzera e Olanda messe assieme. È il più grande feudo del paese: dalla cordigliera delle Ande alle province di Chubut e Santa Cruz, una "estancia" più estesa di quelle di altri multimiliardari come George Soros o Ted Turner, padrone della Cnn.Benetton è il più grande latifondista dell'Argentina, padrone di un territorio dove pascolano 280 mila pecore, capaci di fornire circa 6 mila tonnellate di lana, il 10 per cento del fabbisogno del gruppo.

Da allora, però, le grane arrivate dall'emisfero Sud direttamente sulla scrivania di Ponzano Veneto sono state numerose: per prima cosa le preoccupazioni dei media e dei politici argentini, impressionati da una Patagonia tutta in mano agli stranieri. Del resto Carlo Benetton, plenipotenziario per l'Argentina, coi suoi "andiamo via, non conviene più, qui costa troppo, se restiamo è solo per ragioni sentimentali" contribuiva ad alimentare insicurezza e sfiducia.Poi le controversie con gli enti locali, in particolare con il comune di El Maiten, un villaggio di 4 mila abitanti il cui intendente, Miguel Guajardo, non ha mai digerito la "soberbia" degli italiani, che non volevano pagare 100 mila dollari di tasse arretrate: "Los Benetton vogliono pagare in un peso per ettaro, anche se le loro terrevalgono 100 pesos ed anche di più". Gli argentini non hanno gradito l'atteggiamento arrogante della multinazionale: "prima pagano, poi possono ricorrere al tribunale", diceva il governatore della provincia. Il municipio di El Maiten ha 46 dipendenti contro gli 80 mila e più di Benetton, che possiede 47 mila ettari sui 60 mila totali del territorio comunale. Alla fine quella di Benetton apparve pura prepotenza da ricchi, ed il gruppo subì un danno d'immagine ben superiore all'ammontare delle imposte, prima di capitolare senza gloria nel giugno del 1999 dopo due anni di contenzioso.Nello stesso anno il prezzo della lana calò di un buon 30 per cento, e l'azienda chiuse in rosso il bilancio.

Ci sono poi gli indigeni mapuche, che si oppongono alle recinzioni tra gli appezzamenti e a tutti gli ostacoli, cominciando dall'accesso all'acqua, che impediscono le loro attività. È impossibile pascolare il proprio bestiame, senza imbattersi in divieti e fili spinati, e chi ha accettato di fare il bracciante lavora molto e guadagna poco. Il problema è che Benetton ha comprato un milione di ettari "con tutto quello che c'è dentro", compreso un popolo che non concepisce l'idea della proprietà terriera. "Noi sappiamo di appartenere alla Terra, c'è chi crede che la terra gli appartenga", dicono i mapuche. E la Terra sembra rivoltarsi: prima le inondazioni poi i terribili incendi. Il più grave incenerì buona parte degli 825 mila pini piantati da Benetton nell'ambito di un progetto di riforestazione che era il fiore all'occhiello del gruppo.

Nel dicembre del 1998, 2.300 ettari se ne vanno in fumo nella provincia di Chubut, proprio i terreni del conflitto col comune di El Maiten. Foreste distrutte, mandrie sterminate, danni alle case, fiamme per molti giorni ed un "fronte di fuoco" lungo 5 chilometri. Nel febbraio del 1999 un operaio di Benetton perde la vita tentando di fermare un altro incendio, stavolta nel territorio di Cushamen. La gente del posto, accorsa a collaborare "spontaneamente e senza aver ricevuto ordini" dice l'azienda, tentava di spegnere le fiamme, ma il vento cambiava direzione... Tra disastri naturali, crisi economica e perdita d'immagine, tutti si chiedono cosa farà la "Compagnia del Sud". Carlo Benetton, scottato dalla crisi della lana, che ha dimezzato i profitti, ha detto al principale quotidiano argentino che il problema, come sempre, è il costo della manodopera: "Quando acquistammo le terre nel 1991 un lavoratore guadagnava 50 dollari. Oggi ne guadagna 300 o 400". Il futuro della Patagonia ?"È il turismo".

Fonte Link: https://www.facebook.com/notes/518082091553478/

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