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La vita sta cambiando pelle

Caso Consip, l'Italia è ferma al 1992. Dal taccuino di Mario Sechi

Mario Sechi

2017-1992. Chi è il sorvegliato speciale d’Europa dopo le elezioni francesi? L’Italia, perché ha il terzo debito pubblico del mondo, non ha una legge elettorale per far uscire dalle urne un governo stabile, la selezione della sua classe dirigente è nelle mani della magistratura. L’aereo dei partitanti si sta avvitando, sembra aver finito il carburante mentre sta sorvolando la catena del Tibet. Decollo e atterraggio sono illuminati dalle scintille del corto-circuito tra giustizia e politica. Siamo fermi al 1992? Di sicuro non abbiamo fatto grandi passi avanti. Stamattina il Fatto Quotidiano pubblica in apertura di prima pagina questo titolo: “Renzi al babbo: non dire bugie hai visto Romeo una o più volte”. E’ un’intercettazione del 3 marzo di quest’anno, poche settimane fa, il giorno prima della convocazione del padre di Renzi in procura per il caso Consip. Conseguenze? Le vedremo presto. Il film ha una sua sceneggiatura ormai collaudata, si tratta solo di attendere l’ingresso in scena dei vari personaggi. Siamo tornati al 1992? Seguite il titolare di List. 

Venticinque anni dopo Mani Pulite, l’Italia si trova a un punto di svolta: restare agganciata al treno dell’Unione europea o deragliare trascinando un pezzo del convoglio nel burrone. Un paese inceppato, incapace di darsi un nuovo assetto istituzionale (due riforme costituzionali – 2006 e 2016 - sono naufragate nel mare della lotta politica) sta correndo verso la resa dei conti con la storia. Renzi oggi è il protagonista di questo passaggio. Il suo arrivo sulla scena politica ha cambiato uno schema che pareva consolidato: il Pd in cerca d’autore con un’identità basata sull’anti-berlusconismo; Forza Italia indebolita ma ancora capace di (non far) vincere le elezioni di un soffio. Dal 2006 al 2016 questo schema di gioco politico ha avuto come esito finale la nascita (e la morte) di sei governi: Prodi II, Berlusconi IV, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni. La storia traumatologica di questi governi indica l’aggravarsi di tutto il quadro clinico: Prodi cadde per le divisioni storiche delle coalizioni di sinistra, Berlusconi per insufficienza riformatrice e questione giudiziaria; Monti fu il pronto soccorso senza sangue, l’emergenza incompiuta; Letta fu la certificazione della paralisi politica e la palude ministeriale; Renzi fu un lampo e un garbuglio organizzativo; Gentiloni è er moviola, lo spegnimento della legislatura. Come la chiamate voi questa? E’ una crisi di sistema. 

Nel frattempo, la cancelliera Angela Merkel è rimasta al suo posto e mentre vedeva sfilare il corteo di primi ministri italiani (che primi ministri in senso tecnico non sono) ha preso per mano la Germania e ha impresso una curvatura enorme sul suo spazio storico: da paese chiuso e con un modello sociale in crisi, a nazione aperta, cuore pulsante dell’Europa proiettata nel mondo grazie alla spinta delle sue grandi imprese.  

Dov’è il 1992? L’anno della rivoluzione giudiziaria (che non fu) lo scenario politico era dominato dalla questione settentrionale aperta dalla Lega di Umberto Bossi, “secessione” era la parola del juke-box e “federalismo” la sua soluzione. Il Senatùr riempiva la spianata di Pontida, vin brulè e polenta venivano consumati dalle camicie padane, l’Europa era qualcosa di inesistente nell’universo, il deputato Luca Leoni Orsenigo in Parlamento agitava un cappio, la magistratura procedeva a passo di carica con gli arresti. Tutto sembrava condurre a una vittoria dei post-comunisti e a un’ascesa del partito anti-sistema, il Carroccio. Tutto tranne la Storia. La risposta alla crisi non fu il nome di Achille Occhetto, ma quello di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere uscì dalle nebbie di Arcore, tenne la Lega dentro il recinto istituzionale, sdoganò il partito post-fascista e l’Italia sembrò trovare una risposta alla crisi. Quel passaggio rimase incompiuto, senza un disegno finale, pencolante tra il vincolo esterno dell’Europa, l’arrivo dell’Euro e una politica che pensava ancora in lire. I governi si alternarono in un vai e vieni senza spinta riformatrice: Berlusconi, Dini, Prodi, D’Alema, D’Alema II, Amato II, Berlusconi II, Berlusconi III. Attenzione al passaggio: la serie viene preceduta da due governi d’emergenza nel 1992 (Amato e Ciampi) e viene chiusa – ecco la storia che gioca a dadi – dal fallimento del referendum della riforma costituzionale del centro-destra berlusconiano. L’unica cosa persistente in quegli anni fu l’immanenza della magistratura sulla scena: il procuratore Antonio Di Pietro fondò un partito, entrò in Parlamento e rese fatto istituzionale l’azione politica delle toghe. E il 2017? Arriva, seguite il titolare di List.   

L’ultimo frammento del 2016 e il 2017 si apre con il fallimento di un referendum costituzionale, il varo di un più che transeunte governo d’emergenza (Gentiloni) e un soggetto politico, Matteo Renzi, continuamente sottoposto allo shock elettrico del corto-circuito tra politica e magistratura, pencolante tra il ritorno come protagonista (la conquista della segreteria del Pd) e il rischio di franare e sparire dalla scena a causa di inchieste (Consip) e casi finanziari (Etruria) che coinvolgono parenti (il padre Tiziano), amici (Luca Lotti) e strettissimi collaboratori (Maria Elena Boschi). Scintille. E ancora una volta intercettazioni che dalle stanze delle procure fanno rotta verso la rotativa. La storia passa dai dadi alla roulette, ma escono sempre gli stessi numeri. Nel frattempo, in Francia Emmanuel Macron vince le elezioni, l’Unione europea tira un sospiro di sollievo, la Frexit non c’è (ma resta e si fa largo – occhio al voto dell’8 giugno nel Regno Unito - la Brexit, non un populismo da vaffa in piazza, ma fenomeno nazionalista, palcoscenico di Downtown Abbey, leggere questo delizioso pezzo pubblicato da Forbes nell’aprile del 2016), Angela Merkel straccia il rivale Schulz nel feudo di Nord-Reno Westfalia, a Berlino si incontrano Macron e la cancelliera. Tutto bene, ma c’è un altro problema all’orizzonte, è denominato in euro ed è il terzo debito pubblico del mondo: l’Italia. La sconfitta di Le Pen in Francia mette Salvini non nelle legioni dell’anti-, ma direttamente fuori dal sistema, si chiude un ciclo iniziato con Bossi nel 1992, la Lega diventa un refuso storico, è priva di contemporaneità, mentre il Movimento 5Stelle veste i panni del character anti-sistema e si prepara allo showdown finale con Renzi, segretario dell’unico partito tradizionale sopravvissuto a un ciclo storico cominciato 25 anni fa. E ancora una volta, la partita finale si gioca tra politica e magistratura. Rieccolo, il 1992, ha cambiato l’abito, ma il volto è sempre lo stesso.   

La reazione di Matteo Renzi. E’ arrivata su Facebook: "Politicamente parlando le intercettazioni pubblicate mi fanno un regalo. La pubblicazione è come sempre illegittima ed è l'ennesima dimostrazione di rapporti particolari tra alcune procure e alcune redazioni. Ma non ho alcun titolo per lamentarmi: non sono il primo a passare da questa gogna mediatica. Anzi: ad altri è andata peggio. Qualcuno si è tolto la vita per le intercettazioni, qualcuno ci ha rimesso il lavoro". Renzi racconta anche quella telefonata con il padre: “Vi racconto i fatti. È il 2 marzo (…) Sono circa le 9.30 del mattino. Mi metto sulla terrazza della sala da pranzo delle colazioni, avendo cura di essere solo. E affronto mio padre. Per me è una telefonata umanamente difficile. Repubblica ha pubblicato una clamorosa intervista a un testimone che riferisce di una cena riservata in una bettola segreta tra mio padre e l'imprenditore Romeo, lo stesso che secondo una ricostruzione dei magistrati di Napoli gli avrebbe dato 30 mila euro in nero al mese. Conosco mio padre e conosco la sua onestà: alla storia dello stipendio in nero da 30 mila euro non crede nemmeno un bambino di tre anni. Ma dubito di lui, esperienza che vi auguro di non provare mai verso vostro padre, e sulla cena mi arrabbio. “Ma come? Vai a fare le cene riservate in una bettola segreta a Roma? Con imprenditori che hanno rapporti con la pubblica amministrazione?” Mi sembra allucinante. E tuttavia, ingenuo come sono, credo a Repubblica perché mi sembra impossibile che pubblichino un pezzo senza alcuna verifica: se lo scrivono, sarà vero. Dunque incalzo mio padre. 

Lo tratto male, dicendogli: “non dirmi balle, la cena c'è stata per forza altrimenti non lo scriverebbero”. "Quante volte hai visto Romeo". Lo interrogo, lo tratto male. Ma sono un figlio. E se tuo padre bluffa lo senti. Mio padre mi ribadisce: non c'è stata nessuna cena, devi credermi. Matteo, è una notizia falsa, devi credermi. Con l'aggiunta di qualche espressione colorita toscana. Alla fine della telefonata, durissima, salgo in auto verso Castellaneta e poi Matera e sussurro a un caro amico che mi accompagna: “Mio padre non c'entra niente, mio padre non ha fatto niente. Questa storia puzza.” Qui l’integrale del testo pubblicato da Renzi su Facebook. Siamo solo all’inizio di una storia che avrà il suo culmine nel voto alle elezioni politiche. Quando? Tutto può accadere.

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