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La vita sta cambiando pelle

Corso Pensare la vita: Amore di sé e amore di Dio 12 marzo alle 18 presso il cinema Astra di Parma

Il 12 marzo alle 18 presso il cinema Astra di Parma avrà luogo la terza lezione del corso di formazione filosofica Pensare la vita. Il relatore sarà Alberto Siclari, professore ordinario di Storia della Teologia nell’Università di Parma, con tema “Amore di sé e amore di Dio”. L’amore di sé e l’amore di Dio sono strettamente legati tra loro. Ogni uomo, infatti, ha il suo Dio, sebbene spesso lo chiami con nomi diversi: “natura”, “caso”, “mistero”, persino “non senso”. E in relazione a questo Dio si comprende e si valuta, e dà forma e figura all’amore di sé. L’uomo si pensa come “prole divina”, espressione di quell’assoluto che lo fa esistere. Dio è la “causa/ragione” ultima della sua realtà, e in rapporto ad essa l’uomo si realizza, si rappresenta e si ama. Durante la lezione ci si soffermerà sulla concezione elaborata da Baruch Spinoza, richiamando anche quella che viene data da Anders Nygren.
Il moderatore sarà Sandra Manzi Manzi, dottoressa di ricerca e coordinatrice del Festival di Filosofia di Modena.


Corso Pensare la vita: 
Amore di sé e amore di Dio
Lezione di: Alberto Siclari
Parma, 12 Marzo 2018 

<<[1. Prologo]

[a. Conversione alla filosofia e ricerca del vero bene]

[1] Dopo che l’Esperienza mi ebbe insegnato che tutte le cose che accadono normalmente nella vita comune sono vane e futili; e quando ebbi visto che tutto ciò che temevo e che generava in me inquietudine non aveva niente di buono né di malvagio in sé, ma solo in quanto l’animo ne era agitato; decisi infine di indagare se si desse qualcosa che fosse il vero bene, che fosse attingibile di per sé, e da cui solo, abbandonati tutti gli altri, l’animo potesse essere affetto; e insomma se si desse qualcosa per mezzo del quale, una volta trovatolo e raggiuntolo, potessi godere in eterno di continua e perfetta felicità. 
[2] Dico che decisi infine: a prima vista infatti sembrava incauto voler abbandonare una cosa certa per una allora incerta: vedevo senza dubbio gli agi che derivano dagli onori e dalle ricchezze, e che a essi ero costretto a rinunciare se volevo impegnarmi seriamente in qualcosa di nuovo e diverso: e se per caso la somma felicità fosse stata in essi, mi rendevo conto, essa sarebbe venuta a mancarmi; d’altronde, se essa non si fosse trovata in essi, e ad essi io mi fossi soltanto dedicato, allora la somma felicità sarebbe venuta a mancarmi ugualmente.      
[3] Riflettevo dunque nel mio animo se fosse in qualche modo possibile pervenire a un nuovo proposito, o almeno alla certezza di stabilirne uno, pur senza mutare l’ordine e il proposito stesso della mia vita consueta; ciò che tentai spesso di fare, invano. Infatti, tra le cose che si concretizzano nella vita dei più, quelle che presso gli uomini, da quanto si può dedurre dai loro comportamenti, vengono considerate alla stregua del sommo bene si riducono a queste tre: le ricchezze, gli onori e i piaceri sensibili. Da esse la mente è a tal punto assorbita che può a mala pena pensare a qualche altro bene.

[4] Infatti ciò che riguarda i piaceri lascia l’animo a tal punto sospeso, come se riposasse in un vero bene, che esso è del tutto incapace di pensare ad altro; ma, dopo la fruizione di tali piaceri, subentra una somma tristezza che, se non tiene altrettanto in sospeso la mente, tuttavia la turba e inebetisce. Anche perseguendo gli onori e le ricchezze3 la mente è non poco distratta, e soprattutto quando essi, identificati con il sommo bene, non sono ricercati se non per sé; 
[5] la mente invero è assorbita dagli onori ancora molto di più: si ritiene infatti sempre che essi siano buoni di per sé, ed essi sono considerati come fini ultimi verso cui tutto deve tendere. Inoltre a onori e ricchezze non è associata, come ai piaceri sensibili, una penitenza; bensì a colui che possiede la maggior quantità di entrambi spetta tanto maggiore felicità, e di conseguenza siamo sempre più incoraggiati a incrementarli entrambi: e se le nostre speranze risultano in qualche modo frustrate, ciò è causa di grande tristezza. La ricerca degli onori è insomma di grande intralcio poiché, per ottenerli, la vita deve necessariamente essere condotta secondo le abitudini dei più, evitando quello che evita il volgo, cercando quello che il volgo cerca.           
[6] E così, vedendo come tutto ciò era di grande ostacolo al tentativo di dare a chiunque un nuovo modo di vita, e che addirittura a tal punto si opponeva a questo disegno da rendere necessario escludere una delle due vie, fui costretto a indagare quale fosse la più utile; infatti, come dicevo, mi sembrava di rinunciare a un bene certo per uno incerto. Ma dopo che ebbi appena un poco iniziato ad addentrarmi in questa ricerca, trovai prima di tutto che se, trascurando quelle cose, mi fossi accinto ad assumere un nuovo modo di vivere, avrei abbandonato un bene per sua natura incerto, come chiaramente possiamo dimostrare, per uno incerto, sì, ma non per sua natura (cercavo infatti un bene immutabile), bensì solamente quanto alla sua acquisizione.>>

(Traduzione dal latino di Michele Lavazza, 2016; in http://www.fogliospinoziano.it/libri/ )
Baruch Spinoza, Da: Trattato sull’emendazione dell’intelletto 

ALBERTO SICLARI è stato professore ordinario di Storia della Teologia nell’Università di Parma. Si è occupato di patristica greca e di pensiero tardo antico, di Medioevo latino (in particolare di Guglielmo di Occam e di Guglielmo di Saint Thierry), e più di recente di teologia liberale (Ernst Troeltsch) e di pensiero danese (anzitutto di Soeren Kierkegaard e di Harald Høffding). Fra i suoi lavori: L’itinerario di un cristiano nella cristianità. La testimonianza di Kierkegaard (FrancoAngeli, 2004) e L’umorismo e la filosofia (Diabasis, 2009).