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La vita sta cambiando pelle

COSA STA UCCIDENDO IL NOSTRO PUBBLICO SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE?

CHI E PERCHE'? Le statistiche e le relazioni tratte da documenti ufficiali delle organizzazioni nazionali e internazionali che rivelano i tagli e il decadimento della Sanità Nazionale Pubblica

Cartacanta onlus

Tabella OCSE ITALIA

Nel rapporto OCSE "Uno sguardo sulla sanità 2015. Come si posiziona l'Italia?" è scritto che “I tassi di crescita della spesa pro-capite in Italia sono negativi dal 2011. La spesa sanitaria pro capite in Italia è diminuita del 3.5% in termini reali nel 2013, il terzo anno consecuti­vo che vede una restrizione della spesa, e dati prelimi­nari per il 2014 indicano un’ulteriore riduzione dello 0.4%. Di conseguenza, la spesa sanitaria pro-capite in Italia rimane inferiore ai livelli precedenti la crisi eco­nomica, e ampiamente al di sotto della spesa di altri Paesi OCSE ad alto reddito.

Questa severa analisi sulla diminuzione, “in termini reali”, della nostra spesa pubblica per la sanità appare ancora più significativa e perfino allarmante quando messa a confronto con quella sostenuta dai 35 paesi aderenti all’organizzazione internazionale e dettagliata secondo la spesa di quelli facenti parte al contempo del G7, il gruppo formato dai sette paesi avanzati con la ricchezza nazionale netta più grande al mondo (Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Canada, Giappone e Stati Uniti).

La tabella sottostante infatti mostra che dal 2010 al 2015 il calo in termini reali è stato pari all’8,5% contro un aumento medio nei 35 paesi OCSE del 7,5% (in Germania l’aumen­to è stato dell’11,1% e negli USA, dove la sanità pubblica costituisce soltanto il 49,4% del­la spesa sanitaria totale, l’incremento è stato addirittura del 12,3%). Non ci sembra quindi esagerato affermare che si tratta di un dato infimo per l’Italia che si stima di far parte del gruppo dei sette “grandi” della terra e di un raffronto impietoso che mostra come tutti gli altri “grandi” hanno reagito alla crisi economico-finanziaria globale e cioè incrementando e non diminuendo la spesa governativa per la salute.

Anche nel recente DEF 2017 il Governo è stato costretto ad ammettere che Negli anni della crisi, il contributo fornito dal settore [sanità] al risanamento in Italia è stato di particolare rilie­vo. I dati diffusi di recente dall’OCSE e da Eurostat consentono di apprezzare come questo sia avvenuto in controtendenza rispetto alle grandi economie europee. Si è ampliato infatti il divario con gli altri Paesi in termini di livello di risorse (pubbliche e private) destinate alla spesa sanitaria: gli importi sono oggi inferiori della metà a quelli tedeschi, del 20 per cento a quelli francesi”.

spesa sanitaria reale Paesi 2010-2015 G7

Grazie poi al Rapporto sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale 2016-2025 stilato dalla Fondazione GIMBE(Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze), promotrice tra l’altro nel 2013 della campagna “Salviamo il nostro SSN” allo scopo di “diffondere la consapevolezza a tutti i livelli che il Servizio Sanitario Nazionale è un bene comune da tutelare e una conquista sociale da preservare alle future generazio­ni, si scopre che le Regioni, dopo le resistenze iniziali ai tagli sulla spesa sanitaria previsti dal Patto per la Salute 2014-2016, hanno gradualmente raggiunto una piena sintonia - politica partitica - con il governo Renzi e a partire dal 2016, con l’Intesa Stato-Regioni dell’11 febbraio, il loro “con­tributo alla finanza pubblica(nel quale le Regioni avrebbero potuto cimentarsi nella ridu­zione concreta di sprechi e inefficienze dei loro apparati, e non solo in ambito sanitario) si è trasformato con il DEF 2016 in “contributo del Servizio Sanitario Nazionale alla comples­siva manovra a carico delle Regioni” ribaltando quindi l’onere del “contributo” (8,5 miliardi nel triennio 2017-2019) quasi interamente sulla sanità pubblica.

Su questa mannaia governativa che da anni si abbatte sul nostro Servizio Sanitario Nazionale, che ricordiamo è finanziato dai cittadini essenzialmente attraverso IRPEF, IRAP, ticket e pagamenti per prestazioni in intramoenia, il rapporto della fondazione GIMBE aggiunge: “Dopo i 25 miliardi di euro sottratti da varie manovre finanziarie nel periodo 2012-2015, la sanità pubblica ha lasciato per strada altri € 6,79 miliardi, rispetto a quanto definito nel Patto per la Salute. Insistendo su questa linea, il DEF 2016 prevede che il finanziamento del SSN nel 2019 si riduca al 6.5% del PIL, una soglia che non solo mina la qualità dell’assistenza, ma rischia di ridurre l’aspettativa di vita, fenomeno nel frattempo già documentato per la prima volta dal Rapporto OsservaSalute 2015 e dal Rapporto Istat 2016”.

Ma dal rapporto GIMBE emerge anche l’elevato grado di asservimento alle scelte governative dimostrato dai ministri delle finanze che si sono succeduti dal 2011 ad oggi (Monti, Grilli, Saccomanni, Padoan), “tecnici prestati alla politica che si sono fatti promotori di vistosi quanto con­troproducenti tagli lineari sulla spesa per la sanità pubblica (insieme alle pensioni quella più facile da colpire) e che infatti hanno sistematicamente fallito tutte le previsioni economiche contenute nei vari DEF, i documenti di economia e finanza redatti secondo le volontà della Troika e cioè della Com­missione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale.

Illuminante al riguardo è la tabella sulla spesa sanitaria nei documenti di finanza pubblica elaborata dalla Corte dei Conti nel suo “Rapporto 2016 sul coordinamento della finanza pubblica” dove si vede, in particolare (ma non solo) per il 2016, come le risorse per la sanità di 117 miliardi e 616 milioni promesse nel DEF 2012 scendono nei DEF successivi fino 113 miliardi e 372 mi­lioni, poi ulteriormente tagliati dalla legge di stabilità 2015 a 111 miliardi e 646 milioni di cui 800 mi­lioni però destinati al finanziamento dei nuovi LEA. Alla fine lo stanziamento reale per la spesa sanitaria 2016 si riduce a 110 miliardi e 846 milioni, con una differenza tra quanto pro­messo nel DEF 2012 di ben 6,8 miliardi di euro. E non meglio andrà nel triennio 2017-2019.

 Spesa Sanitaria nei documenti di Finanza Pubblica
Stando
poi al DEF 2017, il quadriennio 2017-2020 vedrà non solo confermato il definanziamento della spesa pubblica per la sanità in termini reali (cioè al netto dell’inflazione, dei costi derivanti da rinnovi contrattuali e dei maggiori costi per nuovi beni e servizi) ma soprattutto che questa volta i tagli saranno programmati sulla base di stime di crescita del PIL.

Si legge infatti nel DEF che “Nel triennio 2018-2020, la spesa sanitaria è prevista crescere ad un tasso medio annuo dell’1,3 per cento; nel medesimo arco temporale il PIL nominale assunto dal quadro macroeconomico cresce in media del 2,9 per cento. Conseguentemente, il rapporto fra la spesa sanitaria e PIL decresce e si attesta, alla fine dell’arco temporale considerato, ad un livello pari al 6,4 per cento”. Riassunto in due tabelle:

Spesa sanitaria 2013-2016

Previsione Spesa sanitaria 2017-2020

La furbizia espositiva usata nel DEF è tale da far credere che dal 2013 e fino al 2020 la spesa sanita­ria sia stata prevista in aumento e che il suo calo percentuale in rapporto al PIL (fino al 6,4%) avven­ga solo “conseguentemente” alla stima di maggiore crescita di quest’ultimo (crescita peraltro alquan­to ottimistica e che comunque vede l’Italia fanalino di coda in Europa, superata anche dalla Grecia) rispetto alla prima. In realtà, come si è già detto in precedenza, la spesa sanitaria è ritenuta dal Governo un elemento di contribuzione al risanamento della finanza pubblica ”di particola­re rilevoe in misura tale da avvicinarsi il più possibile al parametro di riferimento (ben­chmark) del 5,25% sul PIL indicato dal commissario Cottarelli (dal quale perfino l'OCSE prende le distanze) nelle sue “Proposte per una revisione della spesa pubblica (2014-16)”.

La conferma la si trova già, prima ancora che nel DEF 2017, nelle “Proposte di Spending Review e Sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale” stilate dall’OCSE in occasione dell’audizione del 5 di­cembre 2014 presso la Commissione Igiene e Sanità del Senato dove si legge:

“● I dati forniti a supporto delle riduzioni di spesa sanitaria proposte nella spending review non consentono di apprezzare appieno la situazione di crescente svantaggio del Servizio Sanitario Nazionale rispetto ai sistemi sanitari di altri paesi europei.

L’Italia ha una spesa sanitaria pubblica pro capite di oltre un terzo inferiore alla media degli altri paesi dell’area Euro considerati nella spending review, e il divario si è triplicato dall’inizio degli anni 2000.

Il livello di prestazioni sanitarie erogate in Italia è sensibilmente inferiore a quanto osser­vato nella quasi totalità degli altri paesi dell’area Euro considerati nella spending review.

Nella situazione descritta, eventuali riduzioni di spesa non finalizzate soltanto al recu­pero di inefficienze si ripercuoterebbero ulteriormente sull’accesso, in particolare da parte dei cittadini più svantaggiati, sui livelli e sulla qualità dell’assistenza sanitaria.

Il ‘benchmark’ proposto (5,25% del PIL) per la spesa sanitaria pubblica non è compati­bile con il modello di Servizio Sanitario Nazionale esistente in Italia.

In particolare, la scelta di un indicatore di spesa sanitaria in rapporto al PIL (non partico­larmente utile nel confronto tra paesi a reddito elevato), la definizione di un benchmark svincolato da considerazioni relative alla natura della spesa sanitaria, e il confronto delle dinamiche di spesa sanitaria con le dinamiche complessive di spesa pubblica limitatamen­te alle amministrazioni centrali in Italia, possono portare a sottostimare le conseguenze delle riduzioni di spesa proposte.

Nell’intera area OCSE, sono solo sei i paesi che hanno una spesa sanitaria pubblica inferio­re al 5,25% del PIL (Cile, Corea, Polonia, Estonia, Ungheria, e Lussemburgo). È necessario che le modalità di calcolo del benchmark vengano chiarite, in particolare con riferimento alle voci di spesa incluse, ma in generale questo valore non può essere considerato un ri­ferimento per valutare la congruità della spesa pubblica in campo sanitario”.

Altrettanto duramente ammoniva l’organismo indipendente UPB, Ufficio Parlamentare di Bilancio, nel suo Focus del dicembre 2015 su “La revisione della spesa pubblica: il caso della sanità” per il qualeRimane da dimostrare la concreta compatibilità tra la riduzione del finanziamento e la so­stenibilità del SSN”. Per l’UPB infattiUn primo indicatore della tensione tra vincoli finanziari e tutela della salute è rappresentato dal numero di posti letto negli ospedali, diminuito dal 4 per mille nel 2005 al 3,4 nel 2012, contro 5,3 della media UE-28”.

Pertanto, concludeva l’UPB, “Emergono segni di limitazione dell’accesso fisico (razionamento) ed economico (compartecipazione) e tracce di una tensione nell’organizzazione dei servizi, legata alla limitatezza delle risorse finanziarie e umane, che potrebbero rivelarsi insosteni­bili se prolungate nel tempo. Questo avviene mentre i principali paesi sviluppati allocano quantità sempre maggiori di risorse sulla sanità, seguendo una tendenza che riflette l’aumento della domanda di salute legato all’incremento del benessere e all’invecchiamen­to della popolazione, oltre che la scoperta di nuove tecnologie e le aspettative di sviluppo del settore”.

Ad ogni modo l’OCSE non nega che Gli indicatori di qualità dell'assistenza primaria e ospeda­liera in Italia rimangono al di sopra della media OCSE in molte aree nonostante i livelli di spesa sanitaria inferiori ad altri paesi OCSE ad alto reddito. Tuttavia l’Italia rimane arre­trata rispetto ad altri paesi sull’assistenza agli anziani e la prevenzione delle malattie non trasmissibili [malattie cardiovascolari e respiratorie croniche, diabete, cancro, ecc.]”.

Su queste ultime il rapporto dell’OMS diffuso dal Ministero della Salute nel 2015 avverte che “Sebbene comunemente si creda che le malattie non trasmissibili colpiscano soprattutto le popolazioni ad alto reddito, le evidenze scientifiche mostrano una situazione del tutto diversa. Circa l’80% dei decessi causati da queste patologie si registra nei Paesi a basso e medio reddito, e le malattie non trasmissibili costituiscono la causa più frequente di morte nella maggior parte dei Paesi … L’epidemia di malattie non trasmissibili ha un impatto particolarmente duro sulle persone appartenenti agli strati sociali più bassi. Malattie non trasmissibili e povertà creano un circolo vizioso nel quale la povertà espone le persone a fattori di rischio comportamentali per tali patologie, e l’insorgere di queste ultime, a sua volta, può diventare un elemento fondamenta­le nell’innescare la spirale discendente che conduce le famiglie alla povertà.

Assunto questo, non va allora dimenticato che il rapporto ISTAT 2016 sulle condizioni di vita delle famiglie rileva l’esistenza in Italia di oltre 18 milioni (18.136.663) persone a rischio di po­vertà o esclusione sociale il che, oltre a certificare l’aumento esponenziale della povertà in pochi anni e a danno di chi sono stati scaricati i costi delle politiche di austerity volute dalla troika (Com­missione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale) e comunque condivise dagli ultimi governi per il superamento della lunga crisi economico-finanziaria, conferma come l’Italia abbia di fatto fallito il raggiungimento del principale traguardo fissato nel 2008 dagli “Obiettivi Europa 2020” che stabilivano per il nostro paese una riduzione entro il 2020 da 15,1 (dato 2008) a 12,9 milioni (ossia -2,2 milioni) della popolazione a rischio povertà o esclusione sociale e che invece come ammette l’ISTAT tramite Eurostat è au­mentata dal 2008 di 3 milioni, arrivando a costituire nel 2016 il 30% della popolazione.

Giusto per fare un confronto, Eurostat informa che la media dell’area Euro a 28 paesi è del 23,5%, tra cui la Francia con il 18,2%, la Germania con il 19,7%, il Regno Unito con il 22,2%, l’Irlanda con il 24,2%, il Portogallo con il 25,1%, la Spagna con il 27,9% e la Grecia con il 35,6%.

Considerando tutto questo non è irriverente osservare che nel consesso della finanza del G7 l’Italia è rappresentata dal ministro Padoan che dal giugno 2007 al febbraio 2014 è stato vice segretario generale dell’OCSE diventandone nel 2009 capo economista e dal quale dun­que sarebbe lecito attendersi una spiegazione per l’indiscriminato e irresponsabile definanziamento del Servizio Sanitario Nazionale da lui operato nonostante i pesanti moniti al riguardo diffusi dall’organizzazione internazionale di cui ha fatto (si presume convintamente) parte.

Ad ogni modo, un altro dato preso in considerazione con molta attenzione dall’OCSE è quello sull’aspettativa di vita. Scrive infatti l’OCSE che L’aspettativa di vita in Italia, 82.8 anni nel 2013, è la quarta più alta nell’area OCSE. L’aspettativa di vita a 65 anni è anch’essa tra le più alte ed è aumentata nel corso del tempo”.

Tuttavia – precisa l’OCSE - gli indicatori di salute all’età di 65 anni sono peggiori di quelli in altri paesi OCSE e l’aspettativa di vita in buona salute all’età di 65 anni in Italia è tra le più basse [quartultima] nei paesi OCSE, con 7 anni senza disabilità per le donne e circa 8 anni per gli uomini”:

aspettativa di vita a 65 anni

Quindi che senso ha continuare ad esaltarsi come fanno la ministra Lorenzin e la sua maggioranza politica per dei dati che premierebbero l’Italia per una genericamente elevata aspettativa di vita se poi a 65 anni la reale aspettativa di vita, quella in buona salute, scende da 82,8 a 72,5 anni (giusto il tempo per qualcuno di assaggiare per qualche anno il bello del vivere in salute da pensionati grazie alla riforma Fornero) perché donne e uomini trascorreranno mediamente i loro ultimi 10,3 anni di vita tra continui ricoveri in ospedali o scaricati dalla Sanità in strutture private extraospedaliere (del tutto inadeguate a curare le malattie croniche e ancor meno se degenerative) o abbandonati al domicilio con limitazioni anche gravi nell’attività di vita quotidiana?

Tra l’altro, è la stessa Direzione Generale per la Salute e la Sicurezza Alimentare della Commissione Europea ad avvisare che “La rilevazione demografica dell’aspettativa di vita è stata spesso usata come misura dello stato di salute di una nazione, perché è definita da una sola caratteristica fondamentale degli individui e delle popolazioni: la morte. Tuttavia, la misura dell’aspettativa di vita è di limitata utilità come indicatore dello stato di salute di una popolazione, perché non fornisce una stima di quanto sane saranno le persone durante la loro vita”. Poca consapevolezza e conoscenza alimentare: sostiene il dottor Pier Luigi Rossi: "la salute sta nel piatto" (Conosci il tuo corpo, scegli il tuo cibo. pag.123)

Infatti la salute dipende da una serie di variabili (o meglio differenze e più spesso disuguaglianze) demo-sociali e sanitarie, tutte strettamente connesse tra loro, quali il reddito, il grado di istruzione, il territorio, l'inquinamento ambientale o l'accesso ai servizi sociali e sanitari.

Le conferme vengono anche dai dati dell’OCSE: ad esempio nel 2014 la percentuale di popolazione appartenente al I° quintile (il 20% con il reddito più basso) con percezione di stare in buona o ottima salute è del 64.8%, percentuale che sale al 76% per la popolazione appartenente al V° quintile (il 20% con il reddito più elevato); ancora maggiore è la differenza di percezione tra la popolazione in base all’educazione che risulta essere del 52,9% tra coloro che hanno un basso titolo di studio e dell’85,8% tra quanti hanno un titolo di studio elevato!

Relativamente alla copertura sanitaria è sempre l’OCSE a evidenziare (e da tempo) per l’Italia che “Al contempo, l’offerta di assistenza di lungo termine agli anziani è inferiore rispetto alla maggior parte dei paesi OCSE(il nostro paese con solo 18,9 posti letto ogni 1.000 anziani over 65 anni occupa il penultimo tra tutti i paesi OCSE):

Un ultimo importante indicatore fornito dall’OCSE è quello del numero di posti letto ospedalieri che vede l’Italia con i suoi 3,4 letti ogni 1.000 abitanti (contro una media OCSE di 4,8 posti letto) e quindi in coda a tutti gli altri maggiori paesi:

'intesa Stato-Regioni sui tagli al finanziamento del SSN  


di Raffaele Zinelli - Presidente associazione CartaCanta onlus


Nota di Luigi Boschi:
Oltre a singoli medici e personale votati alla professione quotidianamente dedicati per dare il meglio di se stessi, che ho avuto modo di conoscere e apprezzare, ho riscontrato nell'istituto Carlo Besta di Milano e nel Don Carlo Gnocchi di Marina di Massa strutture di eccellenza, organizzate, efficienti e competenti a cui ci si dovrebbe ispirare e che ringrazio per le cure avute attraverso il SSN.

splendido articolo

Bravo Luigi, splendido articolo.
Raffaele

Agghiacciante!

Agghiacciante! 
Dora

il male è alla radice

Caro Luigi,

il male è alla radice.
Da più di 25 anni (dalla firma del famigerato trattato di Maastricht) TUTTI i governi, di destra e di sinistra, hanno praticato la filosofia dell'austerity (più tasse e più tagli di spesa), nella patetica illusione che ciò facesse diminuire deficit e debito.
Il risultato, diametralmente opposto a quello auspicato, è sotto gli occhi di tutti.
Nell'era della cosiddetta "seconda Repubblica", cioè dal 1992 ad oggi (guardare i numeri prego, e dimenticare i "mantra") il debito pubblico italiano è semplicemente triplicato.
E ciò alla faccia di "manovre" su "manovre", tutte lacrime e sangue.
Colpa di cosa?
Ma è chiaro, degli "effetti collaterali".
I quali, nel caso delle succitate "manovre" (che tuttora la diabolica Comunità Europea ci minaccia, in nome di un presunto "risanamento"), sono stati depressione, recessione, aumento della disoccupazione, calo delle entrate fiscali.,
Dalla malvagità ci si può difendere, ma dalla stupidità di classi dirigenti andate selezionandosi non per merito, ma per disponibilità alla obbedienza ed alla prostituzione intellettuale (e non solo..) purtroppo no.
Tutto qui, secondo il mio modestissimo parere.
Ciao, un saluto e un grazie per le interessantissime statistiche e considerazioni.

Francesco

complimenti

COMPLIMENTI, OTTIMO ARTICOLO
Nicola Loconte

Allucinante!

Allucinante! Lo giro anche a mia moglie con suggerimento di scaricare, stampare e far circolare.
Carlo

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