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La vita sta cambiando pelle

Don Umberto Cocconi riflessione sul Vangelo: gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi

Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:  «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.  Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi». 

Se fossimo stati “assoldati” anche noi a lavorare all’alba, non avremmo reagito allo stesso modo, dopo aver sopportato tutto il peso della giornata e il caldo? Non avremmo poi malignato e mormorato contro il comportamento “inaccettabile” di questo padrone? Quale dei lavoratori “della prima ora” non protesterebbe, visto che valeva lo stesso farsi trovare alle cinque del pomeriggio”?. Questo è il prevedibile commento dei più. Gesù, magnifico provocatore, sa di toccare un tasto molto sensibile, nel cuore dei suoi ascoltatori di ieri e di oggi. Le parabole ambientate nel mondo del lavoro e dell’amministrazione, sanno spiazzarci in un modo del tutto particolare. Quando Gesù parla di affetti e della necessità di amare di più, siamo maggiormente disposti ad approvare, ma quando la questione riguarda il lavoro, il merito o i soldi, allora sì, che ci inalberiamo! In questo racconto, Gesù attira la nostra attenzione con una semplice scena di vita quotidiana: ci sono un padrone e un gruppo di disoccupati, che aspettano in piazza chi qualcuno li chiami a lavorare a giornata.

Troppe volte, in effetti, il nostro rapporto con Dio somiglia a un rapporto di lavoro subordinato: Lui fa le regole, Lui comanda, e noi, se ci riusciamo o se ci sembra tutto sommato conveniente, obbediamo. Obbediamo però a denti stretti (non fare questo, non fare quello, fai così, fai cosà: che seccatura…) e intanto ci misuriamo gli uni con gli altri, in una continua competizione. Il cosiddetto giusto, l’osservante, l’irreprensibile, non perde occasione per guardare dall’alto al basso l’ultimo arrivato, il “convertito” della seconda o dell’ultima ora. Per giunta lo stare nella casa del padrone è sentito, da quelli della prima ora, per essere stati sotto il giogo di lacci e laccetti, come troppo esigente e, considerato, che determinati accordi sono saltati, si vorrebbero cambiare le carte del gioco. Quindi il pretendere di più, perché si è “sgobbato” di più, perché si è più meritevoli degli altri di ricompensa, giustifica questa mormorazione: “Noi ci siamo fatti il mazzo” e quindi, la nostra non sarebbe una pretesa, ma le nostre richieste di giusto compenso rientrerebbero certamente in una logica di vera giustizia. E questi non ci stanno proprio ad essere considerati degli invidiosi, per il comportamento di questo padrone di casa davvero “bizzarro”!. Il giusto cosa fa di mestiere? Brontola contro gli altri: “Guarda quelli lì come sono! A me tocca faticare, a me tocca fare… e loro guarda. Agli altri va sempre bene”! Quelli che pretendono di più da Dio, non hanno capito che Dio da sempre, dà se stesso: quella moneta che Dio da a tutti, non è altro che se stesso, cioè tutto. Ma gli operai della prima ora, i primi, proprio perché hanno osservato la legge “dall’inizio” hanno la pretesa di avere un po’ di più, anzi molto di più: loro hanno dei meriti che gli “ultimi” non hanno di certo. Questi “giusti” vanno direttamente contro Dio, in quanto non hanno compreso che il lavorare dal mattino, nella vigna del Signore, costituisce un privilegio, è la loro grande opera. La “retribuzione” consiste nel fatto che dal mattino hanno lavorato con Lui, non è questo il compenso che dovrebbero cercare? È l’essere con Lui la vera retribuzione! Ai nostri occhi, questo padrone, però è sommamente ingiusto perché non tiene conto dell’impegno, dell’essere stati i primi che hanno risposto al suo appello. Che senso ha se Dio dà a tutti la stessa moneta, solo per il fatto che tutti hanno lavorato nella sua vigna? E’ davvero, quello del padrone della vigna, un comportamento inspiegabile, da vero perdente, in quanto non segue il criterio “sindacale” della giustizia distributiva: dare a ciascuno il suo, secondo i propri tempi di lavoro. Questo padrone dà, invece, a tutti la stessa moneta. A Lui non interessa quante ore hai lavorato, a Lui importa il fatto che hai risposto all’invito, che hai detto sì, anche se il tuo sì è arrivato per ultimo, quasi fuori tempo massimo. Perché allora anche noi non diventiamo più furbi? Perché andare a lavorare nella vigna all’alba se poi Lui non ne tiene conto, non è da fessi un simile comportamento? Penso che qui sia racchiusa, ancora una volta la falsa immagine che di Dio ha l’uomo religioso. Se l’uomo religioso “ama” Dio lo ama o per interesse (acquistarsi la sua benevolenza), oppure perché ha paura di Lui, in quanto se non osserva i comandamenti divini, teme di incorre nella sua punizione. Ma nel suo intimo lo odia, lo detesta perché, tutto ciò che riguarda Dio limita il suo desiderio, ma non ha il coraggio di “mandarlo a quel paese”, anzi sta al suo gioco, nonostante dentro di lui ci sia un forte desiderio di “eliminarlo”. La più potente denuncia di un Dio inventato dall’uomo o dal diavolo, non viene dai filosofi degli ultimi secoli, ma dal vangelo, da Gesù stesso. E’ Lui il vero maestro del sospetto che smaschera la nostra falsa immagine di Dio. Infine nella parabola si sottolinea che il padrone a quelli che giungono per ultimi, dice: “Perché state qui a far niente?”, come se si preoccupasse di loro, anziché colpevolizzarli per il dolce far niente. Alla sua domanda rispondono che “nessuno li ha presi a lavorare”, perciò non hanno alcuna colpa. “Nessuno ci ha preso”, è una affermazione che non lascia alternative, è indiscutibile. Forse non erano validi, forse non avevano una buona reputazione, forse erano respinti dai più. «Chi si crede escluso perché non è stato preso prima, sappia che di lui Dio si preoccupa» (Silvano Fausti). Dio infatti non vuole che nessuno si perda e agli operai della prima ora sembra dire: “Non hai capito che tu sei figlio come è figlio l’altro, quello dell’ultima ora? E per questo non posso non amarvi che tutti e due”. Per cui paradossalmente il rifiuto di Dio, di per sé, lo fa il giusto, non il peccatore, perché quest’ultimo rimane assolutamente sorpreso, da un inaspettato e totale amore di Dio, da piangere di gioia.