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La vita sta cambiando pelle

Elliot Ackerman: ’Il buio al crocevia’ (Longanesi)

Il buio al crocevia

Francesca Avanzini

Bello di fama e di avventura, per adattare un famoso verso, Elliot Ackerman lo è. Alto, atletico, occhi luminosi e intelligenti, è la star indiscussa dell’autunno letterario. Dopo aver servito otto anni nei marines, combattuto in Iraq e Afghanistan, si è ritirato e messo a scrivere, sia da giornalista (suoi articoli compaiono sulle principali testate americane) che da romanziere, riflettendo in parte nei libri le esperienze di guerra.

“Sono tutte connesse, queste guerre”, dice in occasione di un incontro al Festival della Mente di Sarzana. ”La Siria è una reazione all’invasione dell’Iraq e l’Iraq una reazione, sebbene mal diretta, all’11 settembre, il quale a sua volta è legato all’Afghanistan e giù giù fino alla guerra fredda e alla Seconda guerra mondiale. Quando mi sono accorto che, contrariamente alle guerre di un tempo, la guerra non sarebbe finita mai, ho dichiarato la mia pace separata e deciso che era il momento di fare altro della mia vita.”

C’è chi sostiene che l’unico modo di raccontare la guerra sia il reportage dettagliato, chi  preferisce trasmetterne l’essenza tramite la narrativa e personaggi inventati.

“Io faccio entrambe le cose, ma non traccerei una linea netta tra le due. Quel che conta è la buona scrittura e veicolare delle emozioni. Sia che scriva un articolo o un romanzo, opero delle scelte, scarto dei fatti e ne scelgo altri. Come scrittore, nel mio ultimo romanzo ’Il buio al crocevia’ (Longanesi) ambientato sul confine siriano, cerco equivalenti emotivi per far capire la guerra. Dovevo raccontare qualcosa di più semplice e accessibile di un conflitto, così racconto la storia di un matrimonio fallito. Due si mettono insieme credendo in un progetto che poi fallisce. Hanno il cuore spezzato, come chi ha visto fallire la rivoluzione (siriana n.d.r.)”

Tra i personaggi di Ackerman anche un combattente dell’Isis. “Nell’arte l’obiettivo è cercare di capire.  Chi sono i combattenti dell’altra parte e quanto abbiamo in comune. Una volta mi sono trovato di fronte a un guerriero di Al Quaida che aveva combattuto in Iraq sull’altro fronte. Quando l’interprete ci ha lasciato per andare in bagno, eravamo imbarazzati come due dodicenni al primo appuntamento. Poi lui prende il mio quaderno, disegna una mappa dell’Iraq e della Siria e vicino a un luogo mette una data. Anch’io ho iniziato a mettere date e abbiamo riempito la cartina, tutti i punti in cui ci eravamo inseguiti. Le date erano le stesse. Avevamo combattuto l’uno contro l’altro? Senz’altro avevo più in comune con lui che con il mio amico interprete. Avevamo avuto le stesse esperienze, non serviva la lingua per capirci. Non ero d’accordo con le sue affermazioni, ma avevamo molto in comune.”.

Lo stesso si può dire del fenomeno dei foreign fighters e perché vogliano andare a combattere per l’Islam. “I generali americani hanno istituito una task force per questo, per cercare di capire. Perché mai un diciannovenne occidentale con una vita confortevole deve andare nel deserto a combattere? Ma con i marines è lo stesso: con i video e la propaganda convincono i ragazzi ad andare a combattere nel deserto. Io capisco perfettamente perché se ne vanno a combattere per un ideale glorioso. Non lo condivido, ma capisco. I paesi occidentali hanno avuto paura di capire. “

Ma Ackerman, personalmente, perché si è arruolato nei marines?

“Finita l’Università, dove ho studiato storia e letteratura, avevo voglia di lavorare, avere delle responsabilità. Sono di buona famiglia, mio padre è un uomo d’affari, mia madre una scrittrice. Ho avuto tanto, volevo dare indietro qualcosa.  Ho pensato, dal momento che ho studiato e posso diventare ufficiale, magari i 40 uomini sotto di me hanno più chance di tornare a casa sani e salvi, se faccio il mio lavoro responsabilmente. E no, non è stata la crudeltà della guerra a farmi smettere, anche se la guerra è orribile. Volevo fare altro della mia vita. Proprio perché la guerra è orribile bisogna scriverne. Anche se i libri non dissuaderanno mai la gente dal farla, perlomeno sanno com’è. Siamo delle specie di custodi della memoria.

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