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La vita sta cambiando pelle

Emma e il Pd nel ricordo di Giustizia e Libertà

 EUGENIO SCALFARI

Emma Bonino, Benedetto Della Vedova, Francesco Rutelli e, primo tra tutti ma morto ormai da tempo, Marco Pannella hanno occupato in questi giorni la scena politica italiana e infine hanno convinto Renzi a dar loro una mano e ad esortarli a fare un accordo col Pd che consente di accettare una discreta presenza e naturalmente un'alleanza col Partito democratico stesso.
 

Alcuni di loro avevano nel frattempo cambiato casacca, ma lo spirito era rimasto quello, il radicalismo, se ti è entrato nel cuore non ne esce più.
Le vicende di Emma e il suo ingresso nel quadro del Partito democratico mi hanno fatto molto piacere, e mi hanno ricordato un passato del quale ormai sono l'unico testimone e quindi l'unico che possa in qualche modo raccontarlo. Il racconto comincia nientemeno con i fratelli Rosselli, due antifascisti emigrati in Francia dove facevano uno il medico e l'altro l'insegnante di Lettere e filosofia e avevano entrambi coniato lo slogan che avrebbe dovuto appartenere all'antifascismo democratico che non condivideva la dottrina contenuta nel Manifesto comunista diffuso nel 1848 da Marx che proclamava la rivoluzione proletaria.
 
Il motto democratico dei Rosselli conteneva l'indicazione di due valori fondamentali: Giustizia e Libertà. Non era una dittatura di classe come quella marxista. Era invece l'unione di due valori che si rivolgevano a un popolo intero dove tutte le classi esistevano ma potevano confluire attorno a quelle due parole.
 

Marx si rivolgeva alla classe operaia del mondo industrializzato e dove la classe operaia era presente; i Rosselli si rivolgevano all'Occidente democratico e in particolare all'Italia antifascista e alle altre nazioni dove i fascisti prima e i nazisti dopo erano al potere dittatoriale e, insieme a loro, la Spagna di Franco.

Giustizia e Libertà si aggancia al Risorgimento italiano, a Mazzini e a Garibaldi ma anche a Cavour. E quindi all'Europa intera, all'Illuminismo e alla Rivoluzione francese del 1789 che aveva storicamente abolito il potere assoluto.

La testimonianza che sono oggi chiamato a dare non riguarda ovviamente questi fatti contenuti dalla storia, ma un evento estremamente più piccolo che attiene alla storia del radicalismo italiano, oggi rappresentato dalla Bonino. Il suo Partito radicale, fondato da Pannella, fu preceduto dal Partito radicale che vide la luce nel gennaio del 1956 dalla sinistra liberale e dal gruppo giornalistico del Mondo e dell'Espresso, fondati rispettivamente da Mario Pannunzio il primo e da Arrigo Benedetti e da me il secondo. Così nacque il Partito radicale che ebbe al vertice una segreteria formata da tre persone: Arrigo Olivetti, Leopoldo Piccardi, Francesco Libonati. E un vicesegretario che ero io.

Quel partito si sciolse nel 1963 e Pannella ne fu l'erede, ma mentre il nostro era un partito democratico-radicale, quello di Pannella fu libertario. Sembra che sia la stessa cosa ma non è così.

In un caso coincisero, quando mobilitammo insieme, Pannella il suo partito ed io l'Espresso che dirigevo, la battaglia fu per il divorzio e la vincemmo con il referendum che avevamo ottenuto. Ma per il resto la nostra linea fu sempre quella di Giustizia e Libertà che dette luogo alla formazione di partigiani che usavano quello slogan e al Partito d'Azione che ne fu l'erede.

Purtroppo, mentre durante la resistenza le bande partigiane che usavano lo slogan dei fratelli Rosselli come loro denominazione furono estremamente combattive e numerose, il Partito d'Azione ebbe un numero molto ristretto di parlamentari che ben presto si sciolsero passando alcuni nel Partito repubblicano, altri in quello socialista ed altri ancora nel Pci di Palmiro Togliatti.

Ezio Mauro quando dopo di me diventò direttore di Repubblica definì il motto di Giustizia e Libertà come una sorta di Dna e cioè la linea da cui tutti i nostri giornali a cominciare da Repubblica erano accomunati in modo organico. Quella è stata la nostra linea all'Espresso, a Repubblica, al gruppo di giornali locali che facevano parte della stessa azienda.

Lo è tuttora con il nostro direttore Mario Calabresi che è con noi da circa due anni ed è consapevole del Dna che ci accomuna. La Malfa e Oronzo Reale dal Partito d'Azione passarono alla guida del Partito repubblicano che era il più vicino al Partito d'Azione ormai inesistente; altri, a cominciare da De Martino, entrarono nel Partito socialista ed altri ancora in quello comunista guidato allora da Palmiro Togliatti.

Dopo sette anni di direzione il collega e mio carissimo amico Arrigo Benedetti decise di smetterla con il giornalismo e tornò a scrivere romanzi come aveva fatto nella sua prima giovinezza, per poi abbandonarli da quando nel 1947 aveva fondato l'Europeo. Il giornalismo lo assorbì fino al 1962, ma a quel punto si era stancato di quella attività e voleva tornare al romanzo poiché ne sentiva l'ispirazione. Lasciò a me la direzione e scrisse due bellissimi romanzi.

Naturalmente aveva mantenuto la sua rubrica direzionale nell'Espresso dove toccava i temi da lui prescelti con assoluta libertà. Quasi sempre erano questioni di politica interna, ma qualche volta anche di politica estera, specialmente quando lo Stato d'Israele attaccò il regime egiziano dove il movimento degli ufficiali, guidato prima da Neguib e poi da Nasser, aveva scacciato Re Farouk.

Erano tendenzialmente comunisti e amici dei palestinesi che vivevano in particolare a Gaza, che apparteneva allo Stato d'Israele ma di fatto era in mano al ribellismo palestinese. I nuovi capi egiziani stimolavano i palestinesi di Gaza a rivendicare la propria indipendenza e si formò un movimento vero e proprio di palestinesi ribelli. Israele decise il contrattacco e si scatenò quella che fu definita la guerra dei Sei giorni, durante la quale l'esercito di Israele, molto efficiente e bene armato, sconfisse i leader egiziani ed entrò addirittura in una parte che fino a quel momento era stata dell'Egitto e che fu annessa a Israele.

Arrigo Benedetti in quell'occasione sostenne a fondo lo Stato d'Israele e la sua politica che aveva contemporaneamente dimostrato altrettanta aggressività nei confronti dei palestinesi che appoggiati dalla Giordania erano dilagati sulle sponde del Giordano e di lì minacciavano Israele. La guerra dei Sei giorni era già da tempo terminata, ma ne iniziò un'altra che aveva come avversari direttamente i palestinesi che si erano insediati lungo le rive di quel fiume e avevano fondato quella che allora fu chiamata Cisgiordania.

Naturalmente la Cisgiordania fu occupata da Israele che cominciò a costruire insediamenti ebraici ricacciando i palestinesi fuori da quel territorio.
Arrigo Benedetti appoggiò nella sua rubrica dell'Espresso questa politica estera e militare dello Stato ebraico e su questo tema rompemmo. La politica del nostro settimanale cambiò rispetto a quello guidato da Arrigo e anche alla sua rubrica da noi conservata. Saltò tutto questo e noi ci schierammo nella parte opposta a quella che Benedetti aveva fino ad allora sostenuto.

Questa è la storia del radicalismo italiano che cominciò con il partito da noi fondato e continuò con quello attuale. Ma Emma Bonino, che pure ha lavorato a lungo in tandem con Pannella, oggi guida un partito che ha ben poco di pannelliano. Lei è stata ministro del Commercio internazionale e delle politiche europee nel governo Prodi II e un ottimo ministro degli Esteri con il governo di Enrico Letta e ha acquisito un senso dello Stato che i suoi predecessori pannelliani non avevano mai avuto.

Il suo radicalismo somiglia abbastanza al Partito democratico e allo slogan che abbiamo già più volte citato di Giustizia e Libertà che il centrosinistra ebbe fin dall'inizio con l'Ulivo di Romano Prodi e poi con l'attuale Pd fondato dieci anni fa da Walter Veltroni.

Se a questo punto entrasse nel partito, oltre alla Bonino, anche Giuliano Pisapia, le sue caratteristiche diventerebbero quelle di un partito non più chiuso e guidato da chi vuole comandare da solo, bensì aperto con un Renzi segretario e una classe dirigente che deve esser composta da nomi che fanno parte della democrazia italiana come Romano Prodi, Walter Veltroni, il ministro Marco Minniti, l'altro ministro Andrea Orlando, e altri che si sono battuti e sono anch'essi marcati dallo slogan dei fratelli Rosselli nonché dal Manifesto di Ventotene, scritto quando erano al confino in quell'isola Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni.

Un partito del genere è alquanto diverso da quello che Renzi cominciò a guidare come presidente del Consiglio e di cui oggi è segretario. La sensazione è che Renzi si sia reso conto che un partito aperto ad alleanze che lo completano e lo modernizzano possa avere effetti benefici su numerosi gruppi di militanti o simpatizzanti per il Pd che se ne sono allontanati per delusione d'un partito guidato da una sola persona e dal suo "giglio magico".

Questi delusi sono molti, alcuni di loro sono andati a far parte del Movimento 5 Stelle e altri hanno ingrossato la falange degli astenuti. Un partito aperto ad apporti qualificati come quelli che abbiamo già enumerato può indurre i delusi a rientrare. Questo è l'obiettivo che a quanto pare Renzi sta coltivando. Ma se lo vuole coltivare con effetti reali deve render permanente una classe dirigente della qualità che abbiamo già indicato. E dovrebbe anche porre fine alla improvvida guerra nei confronti della Banca d'Italia.

Se Renzi si muoverà realmente verso questa strategia non è affatto escluso che non sia il terzo, ma addirittura il primo sopra i 5 Stelle e sopra Forza Italia.

Quest'ultima tuttavia sarà sempre la prima in quanto alleata di Salvini e della Meloni, ma quella è un'alleanza assai singolare: l'europeista Berlusconi e l'antieuropeista Salvini hanno costruito un'alleanza che è più di cartone che di cemento armato. Uno è europeista, l'altro antieuropeista; uno vuole diventare leader di tutti e l'altro vuole altrettanto e perfino la Meloni col suo 5 per cento vorrebbe un ruolo d'importanza nazionale.

La verità è che il problema della governabilità non è ancora risolto e non lo sarà dopo le elezioni del 4 marzo. Se nessun partito raggiunge con le sue alleanze la maggioranza, ma ne resta ben distante (le valutazioni del centrodestra sono date dai sondaggi odierni che lo portano fino al 35) la soluzione sarà soltanto una: il presidente Mattarella manterrà al governo Paolo Gentiloni almeno per quattro mesi, forse per sei e forse addirittura per un anno.

Sarà probabilmente qualificato come governo di ordinaria amministrazione, il che significa per fortuna ben poco poiché quella definizione non precisa il contenuto dell'amministrazione ordinaria: tutto è ordinaria amministrazione nei governi democratici i quali hanno l'obbligo d'intervenire tutte le volte che l'ordinaria amministrazione richiede interventi di contenuto della massima importanza.

Questo è il futuro. Nel frattempo la legge elettorale dovrà esser cambiata e secondo me l'ideale sarebbe quello della legge De Gasperi che fu chiamata legge truffa mentre non lo era affatto. Gentiloni, l'ho già detto varie volte ma mi fa piacere ripeterlo, ha un governo di prim'ordine e di prim'ordine sono soprattutto lui e i suoi ministri che abbiamo già indicato. Un partito aperto e un governo efficiente possono porre le premesse di nuove elezioni quando Gentiloni avrà esaurito il suo compito e queste nuove elezioni con una legge opportunamente modificata potrebbero farci uscire dall'ingovernabilità.

C'è ancora un punto da ricordare: la necessità di aumentare le entrate economiche e di diminuire le diseguaglianze. Ripeto ancora una volta che la soluzione di questo problema sta nella notevole diminuzione del cuneo fiscale. Non riesco a capire perché una soluzione di evidente urgenza, necessità e qualità non venga immediatamente adottata. Basterebbe consultare Mario Draghi in proposito e la risposta sarebbe molto chiara. Buona Befana a tutti. 06 GENNAIO 2018

Fonte Link: repubblica.it

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