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La vita sta cambiando pelle

Gas e petrolio, l’Italia si ritrova a secco

Luca Pagni

Negli ultimi anni i giacimenti nazionali di idrocarburi hanno toccato il record negativo e ora contribuiscono soltanto al 7% del nostro fabbisogno. Anche il “sì” alle trivelle in mare non ha attirato nuovi investimenti

Milano, Si potrebbe dire che i sostenitori delle trivelle in mare abbiano vinto invano. La classica vittoria di Pirro, insomma: perché la ricerca di idrocarburi sarà anche rimasta libera di fronte alle coste, ma l’assenza di divieti non ha favorito nuove scoperte né l’arrivo di nuovi investimenti da parte degli operatori specializzati.

Anzi, la produzione “nazionale” di gas naturale nel corso del 2017 ha toccato un nuovo record storico. Ma in negativo: sia la produzione off shore ( sui fondali marini), così come quella sulla terraferma è in costante discesa da cinque anni a questa parte. Lo stesso vale anche per il petrolio: in questo caso, non si tratta del livello più basso di sempre, ma soltanto perché nel 2016 l’estrazione di greggio ha dovuto fare i conti con il fermo (da parte della magistratura) di Tempa Rossa. Una volta riattivato il giacimento gestito dal gruppo Eni (il più grande in Europa sulla terraferma), il dato finale della produzione di greggio italiano per l’anno 2017 è risultato comunque inferiore a quello registrato nel 2015.
Quando già si era toccato un livello al ribasso senza precedenti. Lo rivelano i dati disponibili sul sito del ministero dello Sviluppo economico. Dalle tabelle si può notare come nella produzione di gas naturale, il calo prosegua ininterrotto fin dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, quando la produzione ha toccato il suo massimo storico: esattamente nel 1994, è stato raggiunto il picco a 20 miliardi di metri cubi estratti. Da quel momento, si è verificata una discesa costante che si è interrotta a fine 2009, con una inversione di tendenza che è proseguita fino al 2012. Negli ultimi cinque anni, la discesa non si è più fermata fino ad arrivare ai 5,65 miliardi di metri cubi dello scorso anno. Si tratta pur sempre di un contributo al fabbisogno italiano del 7,3% per il petrolio e del 7,5% per il gas ( secondo i dati di Assomineraria), con una riduzione della bolletta energetica di 2,5 miliardi all’anno. Questo significa che l’Italia — pur in presenza di un calo generalizzato della domanda di idrocarburi dovuto al miglioramento dell’efficienza energetica e alla crescita delle rinnovabili — deve spendere di più per importare quello che non viene più estratto dal sottosuolo.
E qui si apre il dibattito. Secondo le associazioni ambientaliste, le stesse che avevano promosso il referendum, l’Italia dovrebbe accelerare l’uscita dagli idrocarburi e non solo dal carbone. Per gli operatori, invece, lasciare nel sottosuolo la materia prima è da considerare uno spreco. Secondo un calcolo di Nomisma Energia, riferito al 2016, per quanto riguarda il petrolio, la produzione potrebbe raddoppiare per un volume aggiuntivo di 10 milioni di tonnellate. Ai prezzi del 2016 (attorno ai 40 dollari al barile) era l’equivalente di 3 miliardi. Ma ora che il prezzo è attorno ai 70 dollari, il conto aumenta. 25/4/2018

Fonte: repubblica - economia

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