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La vita sta cambiando pelle

Giuseppe Berto: a 40 anni dalla morte è forse finalmente giunto il suo tempo?

Giuseppe Berto

Enrico Votio del Refettiero

Ricorrono in questi giorni i 40 anni dalla morte di una delle figure più affascinanti e controverse della letteratura italiana del secondo dopoguerra, Giuseppe Berto: amato dai lettori, molto meno dalla critica, soprattutto quella militante e dai “colleghi”, molti dei quali ne invidiavano il successo e la bravura. Berto moriva infatti il 1 Novembre 1978, nel giorno che la Chiesa dedica ai Santi e alla vigilia della celebrazione dei Defunti, una data significativa per uno scrittore che si congedava dalla vita con una delle sue opere più alte “La gloria”, una sorta di Vangelo secondo Giuda Iscariota, e che nel corso della sua attività aveva affrontato a più riprese la tematica religiosa da “Le opere di Dio” (1948) a “L’uomo e la sua morte” (1964) a “La passione secondo noi stessi” (1972). Tutte opere in varia forma dedicate al tema universale dell’uomo di fronte al proprio destino, alla propria libertà di scegliere e al proprio ruolo nel mondo.

Personalità complessa e tormentata quella di Berto, che arrivava al vero e indiscutibile successo nel 1964 con il suo romanzo più importante, una sorta di autobiografia psicologica significativamente intitolata “Il male oscuro”, con il quale vinceva nello stesso anno sia il Premio Viareggio che il Premio Campiello. Un’opera capitale per la storia della letteratura italiana del Novecento, nella quale prosegue l’originale cammino dell’indagine interiore sulla scia dell’Italo Svevo della “Coscienza di Zeno” e ancora di più del Carlo Emilio Gadda della “Cognizione del dolore”, per approdare allo stile originalissimo del “flusso di coscienza” grazie al quale il rapido rincorrersi dei pensieri viene fissato sulla carta con una chiarezza e un virtuosismi della scrittura degni della migliore letteratura psicanalitica.

Dopo la morte sulla sua memoria in Italia cadde una vera e propria cortina di ferro dettata più da scelte ideologiche – a lui si rimproverava l’entusiastica adesione iniziale al Fascismo, mai rinnegata ed anzi rivendicata come l’unica scelta possibile a quel tempo con una onestà intellettuale che dovrebbe far riflettere i molti, anzi i moltissimi, che fascisti furono ma ne se dimenticarono – tanto che il suo nome venne bandito dalle Antologie scolastiche e non ho memoria che uno dei suoi romanzi fosse inserito nella lista delle letture per gli allievi delle scuole italiane. Ebbe in verità un successo trasversale anche come scrittore per il cinema, in sceneggiature poi tradotte veri e propri romanzi come “Oh, Serafina!” oppure il celebratissimo “Anonimo veneziano”: ma gli mancò sempre un vero e proprio riconoscimento da parte del cosiddetto” establishment” al rango di grande scrittore e di questo soffrì moltissimo, tanto da ammalarsi di una nevrosi che lo tormenterà per tutta la vita e poi del tipico male che del disagio interiore finisce per essere una rappresentazione quasi “plastica”, il tumore.

Pochi i suoi difensori, tra i quali mi piace citare Olga Lombardi (autrice di una guida alla lettura editata dalla Mursia nel 1974) e soprattutto Cesare De Micheli che fino alla fine della sua vita ne fu un convintissimo sostenitore, tanto da affermare che Giuseppe Berto è “probabilmente il più grande scrittore del secondo Novecento italiano”. Ed essendo a un passo dalla tomba (ci ha lasciato purtroppo il 10 Agosto di quest’anno dopo una lunga malattia vissuta con straordinaria dignità), non v’è dubbio alcuno sull’onestà morale di questa sua dichiarazione, che ritroviamo in una lunga intervista, in effetti la sua ultima apparizione televisiva, che è la spina dorsale un bellissimo quanto raro programma che RAI 5 ha dedicato a Giuseppe Berto in occasione della ricorrenza, nell’ambito della serie “L’altro 900”: dopo tanto silenzio un po’ di giustizia. Potete rivedere questo programma, che contiene anche rarissime immagini di Berto stesso, in particolare una lunga intervista televisiva realizzata negli anni ’60 da Gianni Bisiach, indirizzandovi al sito di RAI PLAY: l’accesso è semplice anche per le persone tecnologicamente disabili come me…

Prima dell’Italia, della grandezza di Berto se ne erano accorti gli americani, tanto che il più grande rappresentante della loro letteratura – Ernest Hemingway – lo considerava la migliore penna italiana del dopoguerra : e immaginate quanto una situazione del genere facesse piacere a un “rosicone” come Alberto Moravia, che in effetti dichiarò guerra al nostro con l’appoggio di tutta la sua corte (da Elsa Morante, a Dacia Maraini fino a Pasolini che lo disprezzava apertamente pur non avendone, per sua stessa ammissione, mai letto un rigo) e soprattutto delle artiglierie della critica militante, che trattò sempre Berto come una specie di dilettante, oltre che rompicoglioni. Nel 2008 fu la Fordham University – in collaborazione con la State University of New York e la Rutgers University – a dedicargli un convegno internazionale presso la propria sede newyorkese al Lincoln Centre; e dobbiamo ringraziare proprio Cesare De Michelis, che ne ha pubblicato gli atti con la sua Marsilio nel bel volume “Giuseppe Berto: Thirty Years Later” curato da Luigi Fontanella e Alessandro Vettori nel 2009. Un omaggio che i redattori degli atti definiscono “doveroso verso uno dei più originali scrittori italiani tra gli Anni Quaranta e Settanta; gesto ancor più significativo se si pensa che fu proprio in terra americana, durante la prigionia a Hereford (Texas), tra il 1943 e il 1945, che Berto scrisse le sue prime opere narrative”. In Italia riesco a ricordare solo gli atti di due convegni sull’opera di Giuseppe Berto, tenutisi a Mogliano Veneto, suo paese natale, nel Marzo 1985 e presso la Fondazione Giorgio Cini di Venezia nell’Ottobre 1987, raccolti nel 1989 dal solito Marsilio in collaborazione con Leo Olschki Editore. Mi permetto di dire che non è molto e che senz’altro non è abbastanza. E auspico che le nuove generazioni, quelli che oggi hanno vent’anni e che sono alla ricerca di una loro identità intellettuale, si lascino sedurre da uno scrittore che non fu solo romanziere di grandissima qualità letteraria, ma anche acuto e disincantato analista della storia d’Italia attraverso opere come “La colonna Feletti” e i diari “Guerra in camicia nera” – sulla sua personale esperienza di guerra in Africa – fino alla “Modesta proposta per prevenire” del 1971, nel pieno della temperie della contestazione giovanile post-sessantotto e ai “Colloqui col cane” pubblicati postumi nel 1986 da Marsilio (e chi altro avrebbe potuto?). In questo senso è doveroso segnalare la meritoria iniziativa dell’editore Neri Pozza che a partire dal 2016 ha iniziato a ripubblicare l’opera omnia di Giuseppe Berto in modo che gli scritti di questo grande autore italiano siano finalmente disponibili per il pubblico e la critica del XXI secolo.  In un tempo in cui, riprendendo la felice intuizione di Philippe Daverio, l’Italia dimostra di essere sempre più “una repubblica fondata sull’ipocrisia e sul pressapochismo”, sarebbe bello che i giovani potessero conoscere una voce stimolante e intellettualmente onesta: e che forse un giorno uno di loro potesse anche riscrivere una storia della letteratura italiana del Novecento finalmente purgata da ideologismi e pregiudizi.