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Giuseppe Sigismondo Apoteosi della musica del Regno di Napoli

Carlo Vitali

apoteosi della musica del Regno di Napoli

a cura di Claudio Bacciagaluppi, Giulia Giovani e Raffaele Mellace con un saggio introduttivo di Rosa Cafiero editore Sedm pagine 334 euro 40

A due dotti austriaci, Franz Sales Kandler (1792-1831) e Aloys Fuchs (1799-1853), nonché al tedesco Georg Poelchau (1773-1836), si devono il riordino e il salvataggio dei corposi zibaldoni manoscritti di Giuseppe Sigismondo (1739-1826), che ora si stampano in forma integrale dall’apografo berlinese dopo che Degrada e altri studiosi moderni ne avevano pubblicato stralci parziali. L’autografo era stato plagiato e poi disperso dal famigerato marchese di Villarosa (1762-1847), il che si rileva a scorno dei rozzi teoremi sciovinisti escogitati dai fantamusicologi Bianchini, Trombetta, Amato & Co.

Il valore scientifico dell’Apoteosi va riportato all’epoca di redazione: il 1820-21, quando gli unici strumenti disponibili erano i lessici di Gerber, Choron-Fayolle e Bertini, più qualche retorico volume di prosopografie locali. Perciò la sua narrativa, quando non si basa su ricerche d’archivio, acquista precisione man mano che dalle origini scende verso la metà del Settecento intrecciandosi con l’autobiografia del giovane avvocato cultore di musica. Si veda nel tomo I il gustoso quadro di accademie e salotti abitati da nobili dilettanti, gran “professori” e ragazze da marito. Incontri e scambi che coinvolgono personaggi noti e oscuri, dall’aneddoto curioso al giudizio estetico e dalla polemica all’analisi tecnica: vedi il memorabile resoconto delle lezioni di canto impartite dal vecchio Porpora. L’incompiuto tomo II si aggira sulle vicende che, per merito dell’autore, diedero origine alla biblioteca musicale di San Pietro a Majella, e sbozza poi la storia dei quattro storici conservatorii; il III e il IV racchiudono 15 “elogi” di maestri napoletani. Abusivamente incluso nella serie il modenese Orazio Vecchi, manca invece (forse perché defunto di recente) il Paisiello, benché altrove lo si menzioni sovente.
L’ottantenne Don Sigismondo non è storico impassibile: borbonico in politica, misoneista in estetica, profetizza la decadenza dell’arte che ha tanto amato, specie dell’opera. Si sbagliava, ma la sua pagina si fa avvincente proprio dove più hominem sapit. L’eccellente apparato ecdotico corregge errori, colma lacune e aiuta a contestualizzare questa preziosa testimonianza.

Carlo Vitali 

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