Salta navigazione.
La vita sta cambiando pelle

"Il cane non ha abbaiato": come l'Emilia Romagna è diventata terra di mafia

Il dossier curato dall’associazione Mafie sotto casa presentato all’assemblea della Filcams a Parma

“L’Emilia Romagna è terra di mafia”. Parole del procuratore antimafia Roberto Pennisi. “La ‘ndrangheta si è infiltrata in Emilia Romagna senza colpo ferire”. Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia. È successo perché il “Cane non ha abbaiato”. È questo il titolo del dossier curato da Mafie sotto casa, un’associazione di volontari da anni impegnata a raccogliere dati e notizie sul fenomeno mafioso, rese liberamente  consultabili on-line (http://mafiesottocasa.com)

MAFIE SOTTO CASA: LA MAPPA DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA 

“È uno strumento per raccontare fino a che punto le mafie siano radicate sul nostro territorio. In questo modo abbiamo voluto renderle visibili” spiega la presidente dell’associazione Rebecca Righi, che ha presentato il volume nel corso dell’assemblea generale della Filcams a Parma. 

“L’idea - riprende - è mettere in comune le informazioni di cui ciascuno è in possesso, così da avere a disposizione un contenitore che permetta di arrivare a una comprensione completa del fenomeno. Soltanto se ognuno di noi tiene gli occhi aperti su quello che succede nel suo cortile di casa possiamo avere idea di quello che accade e costruire una reazione”. 

Una reazione che secondo Righi è possibile, lo dimostrano i beni confiscati, cui è dedicato un capitolo del dossier. In Emilia Romagna dal primo agosto 2015 al 31 luglio 2016 ne sono stati sequestrati 449, per un valore complessivo superiore ai 220 milioni di euro. 

Lo studio sottolinea in particolare come sia elevata la percentuale di beni aziendali: attività immobiliari, finanziarie, bar e ristoranti, società di autotrasporto e movimentazione della terra. Dei 449 beni posti sotto sequestro il 29% appartiene proprio a chi opera nel comparto immobiliare, a fronte di una media nazionale che è dell’8%. L’11% riguarda invece attività finanziare, contro una media nazionale dell’un per cento. 

Di questo patrimonio, 209 beni sono già stati sequestrati, dopo il primo grado di giudizio dei riti abbreviati del processo Aemilia, la maxi inchiesta contro la ‘ndrangheta.

“I beni confiscati - spiega Righi sono centinaia e rappresentano un tema centrale perché consentono di rendersi conto che le mafie sul territorio fanno cose visibili. Possono però trasformarsi in opportunità, di lavoro, di sviluppo. Ci mostrano che il riscatto può avvenire e che le comunità possono riappropriarsi del territorio, che la mafia può essere sconfitta”.

I dati sui beni confiscati evidenziano inoltre come il problema delle gestione delle aziende sia un una delle questioni più sensibili e importanti da affrontare. Lo dimostrano le inchieste Aemilia e la più recente Stige, entrambe con evidenti ricadute su Parma. 

Operazione Stige contro la 'ndrangheta a Parma.

“Si pensava - commenta Righi - che la mafia fosse un problema culturale legato al sud, tanto che si è  deciso di mandare al nord e in Emilia Romagna migliaia di persone in soggiorno obbligato, spesso importanti figure di spicco della criminalità organizzata. Eppure dallo scenario di questi anni emerge come la mafia non sia un virus che ha infettato la nostra regione, bensì siano gli imprenditori emiliano romagnoli, nati e cresciuti qui, che hanno contattato le cosche. Nei maxi processi in corso, il 50% delle persone coinvolte sono professionisti, consulenti fiscali, titolari d’aziende, che ha considerato la malavita un ottimo partner”.

Esiste poi un altro settore strategico dove si concentrano le inflitrazioni mafiose: quello del gioco d’azzardo. Un fenomeno radicato, di lunga durata. Lo rivela l’inchiesta Black Monkey, il primo grande processo per ‘ndrangheta in Emilia Romagna, con 90 milioni di beni sequestrati. Nel 2017 la sentenza di primo grado del Tribunale di Bologna ha inflitto pene per un totale di quasi 170 anni nei confronti dei 23 imputati, confermando l’associazione a delinquere di stampo mafioso.

Un comparto che non può che far gola, visti i numeri: il fatturato complessivo (2006-2016) ammonta a 760 miliardi di euro. In Emilia Romagna negli ultimi anni si è registrato un aumento significativo dei giocatori patologici, con una costante crescita per esempio delle slot machine: nel 2015 si contavano oltre 35mila apparecchi. Il fatturato nella regione è superiore ai sette milioni di euro (648mila a Parma). 

“La mafia - conclude Righi  - è presente nel settore fin dagli anni ’80, passando dalla bische clandestine della Romagna, alla produzione di schede per le macchinette, aggiornando sempre di più i metodi per riciclare il denaro e fare soldi sfruttando le fragilità delle persone. Per fortuna sempre di più si sta lavorando nelle istituzioni e nella società civile per evitarle che si facciano affari sulle fasce più deboli della popolazione”. (raffaele castagno) 19 aprile 2018

Fonte Link: parma.repubblica.it

style="display:inline-block;width:728px;height:90px"
data-ad-client="ca-pub-1148397743853804"
data-ad-slot="6534948771">