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La vita sta cambiando pelle

L’agricoltura del futuro è libera da chimica e emissioni

VERONICA ULIVIERI

Va in questa direzione l’azienda più grande d’Italia: Bonifiche Ferraresi, con 6.500 ettari e 10 stalle, punta su innovazione, rinnovabili e benessere animale. Vuole diventare carbon free entro il 2018 e passare al biologico

L'agricoltura industriale di domani sarà tecnologica, a ridotto consumo di prodotti chimici, basse emissioni e concentrata sul benessere animale. Sembra solo una lista di buoni propositi e invece, dopo le esperienze pionieristiche che le piccole imprese biologiche in Italia portano avanti da decenni, oggi va in questa direzione anche la più grande azienda agricola nazionale. Bonifiche Ferraresi, nata alla fine del 1800 appunto per risanare i terreni paludosi intorno a Jolanda di Savoia, in Emilia, nel 2014 è stata rilevata da un gruppo di imprenditori italiani e si è data obiettivi precisi di sostenibilità. Con 6.500 ettari coltivati a cereali, piante officinali, frutta e ortaggi, e migliaia di bovini nelle stalle di ultima generazione, l'azienda punta infatti a diventare a emissioni zero entro il 2018 e a convertire gradualmente al biologico i suoi terreni, dislocati tra il ferrarese, Arezzo e Oristano. 

Uno dei pilastri fondamentali della strategia di Bonifiche Ferraresi riguarda proprio l'energia, unendo rinnovabili, efficienza energetica e mobilità elettrica. In collaborazione con Enel, l’impresa sta facendo i primi passi per costruire a Jolanda di Savoia il primo Smart district agricolo europeo, con sistemi di accumulo integrati con impianti fotovoltaici di ultima generazione, per produrre l'energia in modo distribuito e immagazzinarla per quando serve. Gli spostamenti nel distretto avvengono con veicoli elettrici: auto e bici a zero emissioni, muniti delle rispettive infrastrutture di ricarica. Rinnovabili ed efficienza permetteranno di arrivare, nel medio periodo, all'autosufficienza energetica, mentre l'uso di sensori consente già di non sprecare l'acqua e usare le sostanze chimiche in maniera intelligente. Grazie all'agricoltura di precisione, spiega l'amministratore delegato dell'azienda Federico Vecchioni, “abbiamo ottenuto un abbattimento di oltre il 20 % all'anno della chimica di sintesi, con significativi benefici ambientali ed economici”. E proprio per ridurre la chimica, Bonifiche Ferraresi si è anche impegnata con Legambiente per una graduale transizione al biologico, già partita con la conversione di alcune centinaia di ettari.     

Accanto all'agricoltura c'è l'allevamento di qualità. Le dieci stalle di Jolanda di Savoia, con una capienza totale di 9mila capi, sono state costruite mettendo al centro il benessere animale: ampi spazi, doppi abbeveratoi, ventilazione centralizzata, che si coniugano con la produzione in loco dei mangimi. Un'iniziativa che in Italia è praticamente un'eccezione, se pensiamo che secondo il Censis tra il 2010 e il 2017 hanno chiuso 4mila stalle bovine e le macellazioni sono passate da 2,8 a 2,5 milioni di capi. Anche se ci sono elementi che potrebbero favorire un'inversione di rotta, soprattutto in favore di un allevamento sostenibile: “Non è da trascurare la voglia di carne italiana: oggi il 40% dei consumatori è disposto a spendere fino al 5% in più per un prodotto Made in Italy e l'82% legge in etichetta le informazioni sull'origine della carne”, spiega il responsabile Economia e territorio del Censis Marco Baldi. Con benefici che, aggiunge il presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo, sarebbero ad ampio raggio: “Mentre i casi di dissesto idrogeologico e di incendi si fanno purtroppo sempre più frequenti, l'allevamento sarebbe il modo migliore per presidiare le aree marginali, creare posti di lavoro e valorizzare queste zone. Oggi più di un milione di bovini da ingrasso che finiscono sulle nostre tavole non sono nati in Italia: questo numero da solo basta a dare l'idea degli spazi di sviluppo che una zootecnia di qualità ha oggi davanti”. 11/01/2018   

@veroulivieri  

Fonte Link lastampa.it

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