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La vita sta cambiando pelle

L’arte di lasciare la presa quando la vita è all’ultimo atto di Enzo Bianchi

San Gerolamo, Caravaggio: olio su tela realizzato tra il 1605 ed il 1606 dal pittore italiano Caravaggio. È conservato nella Galleria Borghese di Roma

L’arte di lasciare la presa quando la vita è all’ultimo atto
di Enzo Bianchi
Il nuovo libro di Enzo Bianchi sui modi di affrontare la vecchiaia Non è necessario rimanere
aggrappati a “quel che si faceva”.

Lasciare la presa: è un’arte non facile, eppure è la prima da esercitarsi nella vecchiaia. È l’arte del
distacco, del saper prendere una distanza, dell’accettare di non poter più tenere in mano tutte le
corde. Questo distacco cambia a seconda delle persone: per alcuni è dovuto alle leggi del lavoro che
pongono un termine all’esercizio della professione; per altri dipende da una loro libera scelta. Vi è
comunque sempre un’alternativa: continuare come prima, come se gli anni sopraggiunti non
avessero un significato e non richiedessero un necessario mutamento, oppure prepararsi ad
abbandonare la funzione, il posto, l’occupazione, lasciando ad altri, alle nuove generazioni, la
possibilità di subentrare e di portare avanti ciò che per noi umani resta sempre inadempiuto.
Ognuno di noi vorrebbe portare a termine l’opera che si è prefisso, e in nome di questo traguardo
che uno sente fissato da sé o da una volontà superiore, trova sempre delle ragioni per non mollare la
presa. Si vuole portare a termine l’ultimo progetto, si vuole che i figli raggiungano certe tappe o
posizioni nella vita, si vuole che vi siano condizioni più favorevoli: in realtà, si vuole continuare a
vivere come prima, senza quei cambiamenti che fanno paura e senza abbandoni che fanno cadere
nell’incertezza e nell’ansia. Bisogna in realtà essere convinti che si può diventare vecchi e vivere
trovando senso senza restare fino all’ultimo aggrappati a «quel che si faceva». Un essere umano è
molto più di ciò che fa, è innanzitutto una persona che è, che vive. Anche quando si smette ciò che
si faceva o diminuisce ciò che si ha, si è sempre quel soggetto che vive, ha significato, ama ed è
amato. Essere in vita, vivere con gli altri e in mezzo agli altri è il senso dell’esistenza, ciò che le dà
sapore, al di là delle diverse azioni che si possono compiere.
Certo, ci sono distacchi e distacchi. Lasciare la presa dal lavoro e dalla propria funzione è senza
dubbio il fatto più evidente da viversi nella vecchiaia, ma altri distacchi si impongono. Non possono
essere evasi e a essi occorre non rassegnarsi, bensì sottomettersi, che è altra cosa: significa infatti
accettarli come un’occasione di mutamento, occasione per fare altre cose, per cambiare stile di vita,
per semplificare ciò che diventa complesso e più faticoso. Per esempio, si tratta di lasciare la presa
di molti piccoli impegni e responsabilità con le quali si voleva fare una vita iperattiva. Non bastava
il lavoro professionale, si erano magari assunti impegni in diverse forme, anche non lavorativi e
magari utili per la vita sociale: ebbene, anche questi vanno lasciati. È un’esperienza di diminutio
e anche di semplificazione, perché solo la semplicità aiuterà a vivere in pienezza alcune scelte e non
più tutte quelle che avevamo fatto.
Lasciare la presa permette di discernere ciò che è essenziale per una vita sensata e che possa essere
«salvata», significa affermare la dimensione della gratuità: si è fatto molto a causa dei doveri e degli
impegni, ma è giunto il tempo dell’ otium, del «dolce far niente» che può essere vissuto cercando la
quiete, aumentando il tempo per dedicarsi alla vita interiore, per essere più liberi dalle esigenze che
ci imponevamo o che ci erano imposte dagli altri. Lasciare la presa non è un lasciar cadere dalle
mani nel pozzo la corda del secchio, ma un lasciare alcuni fili per stringerne con più forza altri.
Lasciare la presa significa anche esercitarsi ad accettare l’incompiuto. Non è un esercizio facile,
perché chi diventa anziano è convinto di dover portare a termine la propria opera. Ha sempre
qualcosa da completare, fino a chiedere, quando la morte è vicina: «Lascia prima che finisca
questo!». Sì, ognuno di noi vorrebbe finire l’opera che ha iniziato, ma occorre accettare che
lasciamo qualcosa di incompiuto, mettendo la fiducia in altri che dopo di noi proseguiranno l’opera.
Anche la nostra vita, che vorremmo aver vissuto come opera d’arte, resterà incompiuta. Per questo
il monaco all’inizio della sua avventura riceve una promessa: «Il Signore porterà a termine l’opera
iniziata in te» (cfr. Fil 1,6)
Siamo creature incompiute e le nostre azioni restano incompiute. Nondimeno, si può ricordare uno
splendido detto della tradizione rabbinica, dal sapore paradossale, che dovremmo meditare di più:
«Non spetta a te portare a termine l’opera, ma non sei libero di sottrartene». Una delle attività più
esercitate nella vecchiaia è quella del ricordare. Nella giovinezza i ricordi del passato sono ancora
pochi e lo sguardo rivolto in avanti impedisce loro di avere un grande peso e una presenza
significativa. Al contrario, per i vecchi il passato, l’aver vissuto è la vita, mentre il tempo da vivere
resta breve. È quindi fisiologico che l’attenzione vada al passato, in un’anamnesi ripetuta
dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza e anche della vita matura. In ogni anamnesi – che
talvolta diventa racconto, narrazione agli altri, oppure scrittura autobiografica o di memorie –
l’interpretazione ha la grande funzione di tenere vivo il vissuto ma anche di rileggerlo con gli occhi
e il cuore che si hanno dopo averlo attraversato. Aveva ragione, ancora una volta, il grande García
Márquez: «La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per
raccontarla”. 

Fonte: “La Stampa” del 13 aprile 2018