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La vita sta cambiando pelle

L’innovazione passa dalla portualità italiana

Enrico Veronese

Venezia - L’intervento di Pino Musolino, presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico Settentrionale.

Venezia - In una recente intervista il Premio Nobel per l’Economia Edmund Phelps, dichiara che l’Italia «deve riacquistare il dinamismo e la propensione a innovare che aveva iniziato a mettere in campo negli anni Cinquanta. L’alternativa è la stagnazione, una piccola crescita, poca soddisfazione sui posti di lavoro e frustrazione in ogni direzione». Innovazione quindi come elemento cardine per rilanciare la crescita. Un tema che coinvolge in pieno la portualità veneziana e italiana. Perché, se è vero che le infrastrutture fisiche sono necessarie per consentire ad un porto di esistere, esse tuttavia non sono sufficienti per garantire che un porto sia in grado di crescere. Alle infrastrutture fisiche vanno affiancate infrastrutture immateriali e soluzioni tecnologiche in grado di far funzionare al meglio l’operatività logistica, pena la rapida obsolescenza dei sistemi portuali e la conseguente perdita di competitività.

Perché i porti oggi non possono più essere considerati solamente come luogo di sbarco/imbarco di merci e passeggeri, elementi avulsi dalle realtà che li circonda. I porti sono al contrario elementi di comunicazione da e per il mondo, luoghi “liquidi” aperti alla contaminazione culturale ed economica e, proprio per questo, i luoghi migliori dove sperimentare quella “innovazione indigena” di cui parla Phelps. Serve dunque, come afferma il premio Nobel «incoraggiare le persone a imbarcarsi in novità imprenditoriali e ad essere creativi».Venezia ha saputo storicamente capire e interpretare la modernità. La sua grandezza commerciale, politica e militare conquistata nei secoli scorsi deriva proprio dalla sua capacità di innovare. Può riuscirci di nuovo? Io credo di si, a patto che sappia guardare oltre il ruolo di bella addormentata che molti – troppi – vorrebbero appiccicarle addosso. E non è solo retorica. I segnali positivi non mancano. È in corso un investimento di 100 milioni di euro per realizzare, a Venezia, uno degli hub europei per lo stoccaggio e la distribuzione di LNG, il combustibile verde del futuro; stiamo lavorando per garantire h24, 7 giorni su 7, in ogni condizione meteo-marittima, la massima accessibilità nautica; ospitiamo il primo Istituto Tecnico Superiore ITS di logistica portuale in Italia che registra placement professionali vicini al 100%. Ma la sfida dell’innovazione ci impone di accelerare sul cammino virtuoso intrapreso.

E Edmund Phelps, anche in questo caso, ci suggerisce una strada quando afferma che l’innovazione, l’imprenditorialità e la creatività sono elementi da ricercare «preferibilmente in Italia, non negli altri paesi». No, non si tratta di autarchia, tutt’altro. Si tratta di studiare le migliori soluzioni logistiche, operative e portuali del mondo, investire nel loro avanzamento tecnologico, applicarle alla portualità veneziana (e italiana) e rivenderle, migliorate, al mondo. È quindi accettare e vincere la sfida della globalizzazione, riuscendo a confrontarsi con i maggiori player globali, in primis la Cina. Il colosso asiatico ha infatti avviato la strategia della “Via della Seta”, un progetto ambizioso che, per stare alle parole del Presidente della Repubblica Popolare Xi Jinping, è volto a costruire una “comunità dal destino condiviso”. Concetti alti e apparentemente inattaccabili, che però al momento rispondono più alle ambizioni cinesi, esaltate dallo sbiadire della leadership statunitense sullo scacchiere mondiale, che agli interessi italiani ed europei. La Cina infatti immagina la strategia della Via della Seta come una risposta a precise esigenze interne, le più significative:rispondere ad una sovra-produzione industriale e manifatturiera raggiungendo nuovi mercati, controllare le linee di approvvigionamento (anche energetico) di potenziali competitor e dare corpo ad una proiezione geopolitica del Paese su scala planetaria in grado di affermare la Cina quale player mondiale imprescindibile.

Quale reazione dovrebbe avere Venezia (e ancor più l’Italia e l’Europa) di fronte a questi esiti della strategia della Via della Seta? La prima – sbagliata – può essere quella di spalancare sic et simpliciter le porte agli investimenti cinesi, con il rischio però, più che concreto, di fare la fine del Pireo. Un porto moderno, tecnologicamente avanzato, in grado di ospitare le navi portacontainer di ultima generazione; un porto tuttavia solo fisicamente greco ma completamente cinese dove le scelte legate alle strategie di sviluppo e di azione sul territorio non sono certamente più in mano ad Atene.

La seconda invece è quella di interloquire, pazientemente, con la Cina facendo pesare la qualità produttiva e manifatturiera europea, italiana in primis, le potenzialità di innovazione logistica basata anche sulla digitalizzazione, l’accrescimento del know-how tecnologico nel settore dei trasporti. E tutto questo, non per ottenere finanziamenti ma servizi commerciali; non per elemosinare infrastrutturazioni ma per sviluppare la logistica; non per chiudere i mercati ma per aprirli a condizioni di reciprocità. Ovvio che non è una strada percorribile per via amministrativa perché non si raggiungono questi risultati con un Decreto ministeriale. Ma il tema dell’innovazione, anche nelle capacità diplomatiche e commerciali europee, coinvolge in pieno la politica e, dalla campagna elettorale, è lecito aspettarsi una risposta, anche per quanto attiene la gerarchia dei finanziamenti. Non è tempo di cicale ma, pur spendendo poco, si può spendere bene, a patto che si facciano gli investimenti giusti nei posti giusti. GENNAIO 31, 2018

Fonte Link http://www.themeditelegraph.com/it/transport/ports/2018/01/31/innovazione-passa-dalla-portualita-italiana-9XT7xVXcG3nBrlo7qvDWRK/index.html