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La Francia è ancora coloniale detiene le riserve auree di 14 stati africani

Parigi detiene le riserve auree di 14 stati africani

Quella che state per leggere non dovrebbe essere una notizia. Perché è una cosa che accade da molto tempo, esattamente dal 6 dicembre 1945. Cioè da quando la Francia ratificò gli accordi di Bretton Woods. Eppure lo è, perché nonostante spieghi molte cose è un dato che le opinioni pubbliche del mondo occidentale ignorano.

Luigi Chiarello

Veniamo al punto: 14 paesi africani ancora oggi hanno come valuta il franco francese. Sì, avete capito bene: nonostante non esista più, perché sostituita dall'euro, la moneta di questi 14 stati è il franco francese, come ai tempi delle colonie. Di più: a garantire agli stati africani la convertibilità con l'euro di questa valuta non è la Banca centrale europea, no è il ministero del Tesoro francese. Stupiti? Beh, adesso viene il meglio: almeno il 65% delle riserve nazionali di questi 14 paesi sapete dove sono depositate? Sempre presso il dicastero del Tesoro transalpino, che, proprio in tal modo, si fa garante del cambio monetario. In sostanza, la Francia ha a sua disposizione le riserve nazionali delle sue ex colonie. Che, per essere sbloccate su richiesta dei legittimi proprietari, necessitano del preventivo via libera di Parigi.

Spieghiamoci meglio: la moneta di cui stiamo parlando è il cosiddetto franco Cfa. La sigla indica semplicemente il franco delle colonie francesi africane (Colonies françaises d'Afrique). I 14 stati che lo utilizzano si sono riuniti in due famiglie: l'Unione economica e monetaria dell'Africa occidentale (Uemoa) e la Comunità economica e monetaria dell'Africa centrale (Cemac). Della prima fanno parte: Benin, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. Della seconda: Camerun, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad. Poi, nell'Oceano indiano, le Isole Comore (anche queste ex colonie francesi) utilizzano il franco Cfa, nell'ambito della cosiddetta «zona franco» (franco-comorano).

Il franco Cfa, però, non è il solo figlio del fu franco francese. Questa valuta ha un gemello: il franco Cfp, che sta per Colonie francesi del Pacifico (Colonies françaises du Pacifique). Si tratta di una moneta utilizzata nei territori d'Oltremare: Polinesia Francese, Wallis e Futuna, Nuova Caledonia. Inizialmente, il franco Cfp era adottato anche nelle Nuove Ebridi, ma poi qui il franco si separò dal franco Cfp e successivamente, nel 1982, fu sostituito dal vatu di Vanuatu. Si tratta dell'unico caso di abbandono del franco Cfa-Cfp verificatosi in una ex colonia.

Ma tornando al franco francese africano, questi cambiò nome nel 1958, sdoppiandosi in «franco della Comunità francese dell'Africa» per i paesi dell'Uemoa, e in «franco della Cooperazione finanziaria dell'Africa Centrale» per il Cemac. La differenza serve solo a marcare i due diversi istituti di emissione: per il primo franco Cfa l'istituto centrale è il Bceao (Banco centrale degli stati dell'Africa Occidentale), per il secondo franco Cfa l'istituto di emissione è il Beac (Banco degli stati dell'Africa Centrale). Ah, le due valute non sono intercambiabili; non sia mai che nasca un mercato unico valutario in grado di fare massa critica e mettere, così, in difficoltà il controllo di Parigi. I due istituti centrali soggiacciono però a vincoli identici, imposti dalle autorità francesi. E cioè: un tipo di cambio fissato alla divisa europea; piena convertibilità delle valute con l'euro garantita dal Tesoro francese; fondo comune di riserva di moneta estera a cui partecipano tutti i paesi del Cfa (con almeno il 65% delle posizioni depositate presso il Tesoro francese, garante del cambio monetario); partecipazione delle autorità francesi nella definizione della politica monetaria della zona Cfa. Nel corso dei decenni, salvo in rari casi, il franco Cfa ha sempre mantenuto la parità con il franco francese. Cosa che diversi economisti hanno considerato sfavorevole per i paesi africani, nonostante alcune svalutazioni.

Con l'avvento dell'euro, il Franco Cfa non è scomparso, ma il suo valore è stato fissato alla valuta europea (100 Cfa = 0,15 euro). Come detto, però, è sempre il Tesoro francese e non la Bce che continua a garantirne la convertibilità. Come sia possibile tutto ciò ancora non è dato sapere.

Le implicazioni geopolitiche. La prima cosa da notare è che una simile dipendenza monetaria su larga scala dall'ex colonizzatore è un unicum. Neanche la Gran Bretagna, che pure ha sovranità monetaria e vanta ancora un cimelio dell'impero britannico come il Commonwealth, vede la sua sterlina così gettonata nelle ex colonie. Molte di esse sono liberamente uscite dal circuito della valuta di Sua Maestà, preferendo altre strade. Il primo paese ad abbandonare Londra fu l'Egitto nel 1947, l'ultimo Brunei nel 2001. Nel mezzo, altre 54 ex colonie hanno mollato gli ormeggi.

La seconda cosa da notare è che, di tanto in tanto, i governi africani che hanno il franco Cfa come corso legale, avanzano a Parigi richieste di recupero della loro integrale sovranità monetaria. L'ultimo della serie è stato il Ciad, con una escalation impressionante. Il 4 marzo 2015, il ministro ciadiano delle comunicazioni, Hassan Sylla Ben Bakari, diramò un comunicato ufficiale in cui si affermò che il 40% delle armi confiscate dall'esercito ciadiano impegnato nelle operazioni militari contro il gruppo terroristico nigeriano Boko Haram era di fabbricazione francese. L'accusa alla Francia di fornire direttamente armi a Boko Haram venne smentita senza troppa convinzione dall'ambasciatore francese. La cosa non finì lì. Ad agosto, il presidente ciadiano Idriss Déby chiese l'uscita del suo paese dalla zona del franco Cfa entro il 2018, per poi iniziare a battere moneta propria legata a tre circuiti finanziari internazionali: dollaro Usa, euro e yuan cinese. Nello stesso mese, il governo di N'Djamena rifiutò apertamente di ritrattare le accuse mosse a Parigi di fornitura d'armi a Boko Haram, snobbando una richiesta ufficiale in tal senso mossa dall'Eliseo.

A motivare il gran rifiuto dei ciadiani l'intercettazione in quegli stessi giorni, di tre sospette forniture di armi a Boko Haram da parte dei servizi segreti francesi. A beccare l'armamentario furono l'intelligence e le forze dell'ordine del Camerun. Di più: nel luglio precedente venne intercettato un elicottero francese nel nord del Camerun, vicino alla frontiera con la Nigeria. Aveva appena depositato al suolo armi, munizioni e molti dollari; nei paraggi l'esercito camerunense scovò una colonna di Boko Haram, che stava dirigendosi con ritardo nel luogo in cui erano stati depositati armi e denaro. Non solo. Al porto di Douala (sempre in Camerun), nei giorni precedenti, venne confiscato un container di armi da guerra proveniente dalla Francia con destinazione Nigeria. E sempre a Douala, due cittadini francesi furono arrestati dai reparti speciali antiterrorismo camerunensi, dopo essere stati sorpresi con esplosivi ad alto potenziale distruttivo.

L'Eliseo, su queste notizie, ha risposto sempre con un secco no comment. Peraltro, si tratta di news mai comparse sulla stampa transalpina, nonostante le foto di uno dei due presunti agenti arrestati fossero pubblicate sui media nazionali camerunensi e sul web. Sia come sia, a ottobre 2015 (due mesi dopo il niet del Ciad alle scuse chieste da Parigi e dopo la contestuale esternazione di voler uscire dal regime del franco coloniale) Boko Haram ha attaccato per la prima volta un villaggio nel paese centrafricano, causando dieci morti. Ma questa è solo una tendenziosa coincidenza. Come, del resto, è una curiosa coincidenza che Boko Haram, movimento radicale islamista recentemente affiliatosi al Daesh, sia un fenomeno che colpisce solo le ex colonie francesi dotate di franco coloniale. Più la potente e ricca Nigeria che ambisce al ruolo di player geopolitico nell'area.

Il caso Costa d'Avorio. Non è dato sapere con certezza se esista davvero una strategia coloniale. Quel che è possibile fare è mettere assieme i pezzi del domino. Ci limitiamo a segnalare il primo tassello. La Costa d'Avorio fu colpita nel 2011 da nuovi disordini, dopo le elezioni del 31 ottobre 2010, che videro vincitore Alassane Ouattara (con il 54,10% dei voti), contro l'ex presidente Laurent Gbagbo. Ma quest'ultimo non accettò il risultato e non lasciò la presidenza. La Francia intervenne su mandato Onu. In una intervista alla rivista di geopolitica Limes, del 19 giugno 2014, Emmanuel Altit avvocato difensore del deposto presidente Gbagbo presso la Corte penale internazionale, spiegava come l'intervento internazionale fu «fortemente voluto dalla Francia. I caschi blu e i parà francesi attaccarono il palazzo presidenziale dove era asserragliato Gbagbo, consegnando l'ormai ex presidente ai fedelissimi di Ouattara». Secondo l'accusa dell'Aia, gli uomini di Gbagbo, per consentirgli di rimanere con ogni mezzo al potere, avrebbero ucciso tra le 706 e le 1.059 persone e violentato più di 35 donne, tra il novembre del 2008 e il maggio del 2011. Ma l'avvocato dell'ex presidente ivoriano insisteva: «Laurent Gbagbo è un prigioniero politico della Francia che, prima con Chirac e poi con Sarkozy, ha fatto di tutto per rovesciare il suo governo e tutelare i propri interessi economici. La vittoria di Ouattara ha riportato il paese indietro di cinquant'anni, ai tempi dell'Unione francese. Gli interventi in Costa d'Avorio, Mali, Repubblica Centrafricana sono la prova che la Françafrique è tuttora viva e vegeta». E ancora: «Nei paesi della regione i francesi tengono le redini dell'economia. Sono i primi fornitori e primi clienti dello stato ivoriano, con 240 filiali e 600 società a capitale francese in tutti i settori strategici. France télécom e Orange controllano le comunicazioni, Bnp Paribas e Crédit lyonnaise le banche. La convertibilità della moneta è garantita dal Tesoro francese. Bouygues ha il monopolio dell'acqua potabile e dell'elettricità, oltreché forti interessi nell'edilizia. Bolloré ha sei sedi in Costa d'Avorio e controlla tutti i trasporti e il porto di Abidjan. Prima dell'arrivo di Gbagbo, France télécom controllava il 51% di Citelcom, la compagnia telefonica ivoriana, e Orange era la più grande società di telefonia cellulare in Costa d'Avorio; il gruppo Bolloré deteneva il 67% di Sitrail che gestisce la ferrovia tra Abidjan e Ouagadougou, ed era in posizione quasi monopolistica nel settore dei trasporti, del tabacco e in molti altri settori strategici tra cui il petrolio, la nuova risorsa della Costa d'Avorio. Il presidente Gbagbo si oppose alle ulteriori privatizzazioni colpendo gli interessi di Parigi».

Fonte Link http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2043056&codiciTestate=1&sez=hgiornali&titolo=La%20Francia%20%E8%20ancora%20coloniale  

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