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La grande voglia di cioccolato: cala la produzione, ma sale la domanda

Cala la produzione, sale la domanda Le aziende: formiamo noi i contadini

NEW YORK Qualcuno semina il panico tra gli amanti della cioccolata: «Stiamo andando verso una “cioccapocalisse”. La produzione scarseggia mentre i consumi esplodono: due miliardi di nuovi ghiottoni stanno arrivando sul mercato, soprattutto cinesi e indiani. Presto la tavoletta costerà cara come lo “champagne”». Davvero? Bè la produzione ristagna realmente da anni per i mutamenti climatici, le malattie che hanno colpito molte piantagioni, l’arretratezza dell’agricoltura nei Paesi africani — Ghana e Costa d’Avorio — che da soli coprono più del 60 per cento della produzione mondiale di cacao. Intanto i consumi continuano a crescere per due motivi. In primo luogo perché i gusti si stanno spostando dal cioccolato al latte a quello fondente, più puro e con una più alta concentrazione di cacao. E poi, come detto, perché i nuovi ricchi dei Paesi emergenti come la Cina stanno scoprendo le delizie del cioccolato. Così i prezzi sono già aumentati del 40 per cento negli ultimi anni, proprio mentre, insieme al petrolio, abbiamo assistito alla forte flessione delle quotazioni di quasi tutte le altre materie prime, agricole e non. 
I grandi produttori prevedono un aumento del 30 per cento della domanda da qui al 2020, mentre la produzione per adesso rimane a livelli molto inferiori. Apocalisse in vista per i ghiottoni? Mondelez, la multinazionale dolciaria nata nel 2012 sulle ceneri della Kraft (tra i suoi marchi Milka e Toblerone), assiste da anni i contadini africani per migliorare la resa delle coltivazioni. Lo stesso fanno gli altri giganti del settore come Mars, Nestlé ed Hershey. «Anche noi siamo impegnati, col nostro “Farming Values Program” a sostenere l’agricoltura del cacao in Camerun e Sud Africa e i produttori di nocciole, che per noi sono ancora più importanti del cioccolato, in molti altri Paesi, dalla Turchia al Cile, passando per Serbia e Georgia», racconta Aldo Uva, direttore generale di Ferrero, terzo gigante dolciario del mondo. Quello che è accaduto nel mercato delle nocciole dà un’idea di quello che potrebbe accadere per il cacao: dopo la gelata del 2013 che ha distrutto buona parte della produzione della Turchia, un Paese che copre circa il 70 per cento del fabbisogno mondiale, le industrie hanno cominciato ad acquistare nocciole anche in altri Paesi, ma il prezzo è salito rapidamente dai 4 agli 11 euro al chilo. 
Quella del cacao è una pianta delicata e la concentrazione della produzione in Paesi africani dove i prezzi sono imposti dai governi e le piantagioni sono per il 90 per cento nelle mani di piccole aziende familiari, non aiuta. I consulenti dei grandi gruppi insegnano ai coltivatori come aumentare le rese per ettaro ma le resistenze sono molte. La Mars ha raccontato al Wall Street Journal di aver mandato gli agronomi della Costa d’Avorio in Indonesia, altro grande produttore, per apprendere la tecnica degli innesti di piante nuove su vecchi tronchi che hanno consentito in alcuni casi addirittura di moltiplicare per sei la produzione di una piantagione. Finita la fase sperimentale, però, tutto si è fermato per l’opposizione del governo che teme il diffondersi di malattie e parassiti attraverso gli innesti. Così, tra produzione che ristagna e viene, in gran parte, da Paesi instabili e vulnerabili e, dall’altro lato, consumi che crescono, sul futuro del cioccolato continua a pesare un grosso punto interrogativo. 
Ma, anche se molto più caro, il cioccolato ci sarà sempre: se l’Africa non migliorerà le sue tecniche produttive, accadrà quello che è già successo col caffè di qualità «robusta». Un tempo monopolio africano, oggi viene soprattutto dal Vietnam che ha industrializzato le sue culture. Lo stesso potrebbe accadere col cacao: potrebbe mettere radici in Paesi sudamericani più stabili e con un clima adatto come Cile e Perù. 

Fonte: CORRIERE DELLA SERA Sabato 16 Gennaio, 2016 pag. 29