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La morte di Valentin Proczynski: il diavolo e l’acqua santa

Valentin Proczynski

di Enrico Votio del Refettiero

La morte di Valentin Proczynski: il diavolo e l’acqua santa

Si è spento a Montecarlo uno dei personaggi più controversi del panorama musicale degli ultimi 30 anni, da quando nel 1989 il Giornale della Musica, a quel tempo uno degli strumenti di informazione più letti dagli addetti ai lavori, dedicò un articolo molto pesante al suo “intervento” nell’ultima apparizione di Leonard Bernstein in Italia con la Schleswig-Holstein Festival Orchestra al Teatro alla Scala: soprattutto perché, quel 19 Luglio 1989, Lenny alla fine aveva diretto solo una breve suite dal Roméo et Juliette di Berlioz, lasciando ai suoi giovani allievi Carl St. Clair, Eiji Oue e Mark Stringer il podio per la maggior parte del concerto.

Lo scherzetto era costato allora 300 milioni di vecchie lire e – trattandosi di un’orchestra giovanile – a qualcuno venne il dubbio che qualcosa di poco chiaro fosse avvenuto sotto gli occhi distratti del Settore Cultura del Comune di Milano, che aveva patrocinato – e pagato – il tutto. Tangentopoli era di là da venire, ma il tanfo saliva già alto: lo scandalo sarebbe scoppiato meno di tre anni dopo e – come ben diceva Tancredi nel Gattopardo – “doveva cambiare tutto perché nulla cambiasse”. Per i successivi 30 anni il suo nome tornò in Italia all’onore delle cronache ogni volta accadessero vicende legate al pagamento di compensi stratosferici da parte di istituzioni musicali italiane, dalle Panatenee Pompeiane dei primi anni ’90 – nate dal connubio insolito quanto efficace tra il Francesco Siciliani e i fratelli Pizza all’ombra dello scudocrociato campano – all’ultima apparizione del leggendario Kleiber al Teatro Lirico di Cagliari, con il famoso mezzo miliardo in contanti in una valigetta, fatta oggetto addirittura di controverse interrogazioni parlamentari  (http://ricerca.gelocal.it/lanuovasardegna/archivio/lanuovasardegna/2000/10/21/SL201.html), alle vicende intricate e invereconde del Teatro Regio di Parma dell’era Meli (di cui tanto il blog di Luigi Boschi e tanto eroicamente si è occupato, guadagnandosi pure un sacco di querele), fino alle oscure manovre che causarono l’allontanamento di Riccardo Muti dal Teatro alla Scala nel 2005 (dove fece scalpore l’articolo di Enrico Arosio sull’Espresso (http://www.luigiboschi.it/node/23512). Poi un grande silenzio, che non ha significato la fine delle attività di Proczynki in Italia, anzi: solo una maggiore prudenza, frutto della saggezza delle sue 70 e più primavere, un infarto e qualche ulteriore acciacco. Recenti tracce delle sue azioni, non proprio cristalline, si trovano invece in Brasile, dove il suo nome è ampiamente associato allo scandalo che coinvolge nel 2016 il Maestro John Neshling, che viene cacciato dal Teatro Nazionale di Sao Paulo in relazione a una gestione poco trasparente di fondi avvenuta nel 2015 (vedi il dettagliato articolo della “Folha de S. Paulo” del 16 Agosto 2016 che riporta la vicenda con ampio risalto: https://www1.folha.uol.com.br/ilustrada/2016/08/1803469-justica-determina-quebra-de-sigilo-de-e-mails-do-maestro-john-neschling.shtml).

Ma chi era in realtà Valentin Proczynski? Nato a Buenos Aires il 1° Maggio 1941 da genitori ebrei polacchi sfuggiti alle persecuzioni naziste, studia il pianoforte con il miglior didatta del Sud America, quel Vincenzo Scaramuzza che doveva dare i primi rudimenti anche a Martha Argerich e Daniel Barenboim. E’ un pianista promettente ma qualcosa non funziona nel controllo dei suoi nervi e – come in una sorta di “Shine” – interrompe rovinosamente la carriera e viene ricoverato in una clinica psichiatrica. Dalla follia lo salva una strana figura di “Santone” – il Prof. Gaetano Santangelo – che lo incontra nel 1964 e lo rimette in piedi facendolo diventare un adepto della sua “setta”, tutta pervasa da aneliti spiritualistici di non meglio precisata natura. Arriva in Italia al seguito di Santangelo e gravita all’inizio degli anni ’70 a Roma intorno al Conservatorio di Santa Cecilia. Suona ancora portandosi al seguito orchestre dell’Est Europeo e organizzando tournée un po’ fortunose soprattutto nell’Italia del Sud che scopre in quegli anni rassegne musicali estive programmate da assessorati alla cultura gestiti in maniera clientelare. Dopo anni di durissima gavetta, ma anche di preziosa frequentazione della politica dell’Italia tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, l’incontro che risolve i suoi destini: quello con una vecchia gloria dell’organizzazione musicale Italiana come Francesco Siciliani. Questi vede in Proczynski uno strumento utilissimo per risolvere molti problemi, chiamiamoli “organizzativi” del sistema, in particolare dopo che il nostro riesce a trasferire le proprie attività nel Principato di Monaco, dove in quegli anni regna la più totale opacità finanziaria. La Old and New Montecarlo apre i battenti nel 1981 (https://www.kompass.com/z/mc/c/old-and-new-monte-carlo/mc131892) e da allora inizia una vera propria scalata alle vette della gestione degli eventi musicali di maggior rilievo, soprattutto quelli al di fuori dei circuiti “ufficiali” degli Enti Lirico-Sinfonici (oggi Fondazioni Lirico Sinfoniche), a partire proprio dalle Panatenee Pompeiane, per le quali si occupa di assicurare la presenza di stars internazionali di assoluto prestigio, da  Leonard Bernstein a Mstislav Rostropovich – che per anni sarà il suo artista di riferimento più significativo – ma anche Carlos Kleiber, Rudolf Nureyev, Mikhail Barishnikov. A tutti costoro il nostro garantisce compensi impensabili da parte delle altre istituzioni, creando un sistema – vizioso o virtuoso a seconda di chi lo guardi – che ha costituito la sua fortuna per oltre 30 anni. Nel corso degli anni, con certosina pazienza, ha aggiunto uno dopo l’altro al suo “roster” tutti i maggiori direttori, da Georges Prêtres a Lorin Maazel, da Sir George Solti a Yuri Temirkanov, fino ai più recenti Zubin Mehta, Riccardo Muti ed Esa Pekka Salonen. Tra i suoi clienti più affezionati – oltre ovviamente al suo “creatore” Francesco Siciliani – si contano i più importanti, ma anche alcuni tra i più discussi, dirigenti del mondo musicale italiano, da Gioachino Lanza Tomasi a Gianpaolo Cresci, da Francesco Canessa a Francesco Ernani, da Gianni Baratta fino al più recente e duraturo sodalizio, quello con Mauro Meli. Quelli che gli sono stati vicini nel corso degli anni o che hanno avuto solo la ventura di incrociarlo, lo ricordano per i suoi leggendari scatti d’ira degli anni ’90, per le sue apparizioni con valigette sempre piene di danaro contante, per i suoi progetti talora frutto di velleitarismo culturale ma pur sempre sostenuti da competenza e da una genuina passione per la Musica e per l’Arte, delle quali si è sempre dichiarato servitore. Letteralmente innamorato degli artisti con i quali collaborava, fino a viziarli sfruttandone le debolezze più segrete e sui quali tendeva probabilmente a proiettare le proprie velleità frustrate, è stato l’artefice di progetti di successo, irripetibili nel contesto attuale. Seppur dotato di qualità imprenditoriali significative unite a un indubbio intuito artistico, Valentin Proczynski ha finito per costituire una prodigiosa ed efficientissima cloaca, in grado di smaltire qualsiasi “rifiuto” che il sistema musicale – non solo italiano – potesse arrivare a produrre. Di tale sistema è stato, insieme che un beneficiario, anche una vittima: costantemente inseguito da forme più o meno velate di disprezzo da parte dei più, anche di quelli che dei suoi “servizi” si sono più ampiamente avvantaggiati. Con la sua morte si chiude senz’altro un’epoca, e con essa un sistema operativo che oggi – con la caduta quasi ovunque del segreto bancario, con le ristrettezze sempre più evidenti dei budget delle istituzioni musicali ma soprattutto con l’avvento di un oggettivo e maggiore senso di responsabilità da parte degli artisti circa la sostenibilità dei loro appetiti economici rispetto alla sostenibilità complessiva del sistema – non sarebbe in alcun modo riproponibile. Apprendiamo che è stato benefattore di organizzazioni come “Medicins du Monde” e della “Lega contro il Cancro” e questa è cosa buona e giusta. Ora, riposi in pace.

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Carlo

Piano Time

Caro Luigi al di là del caso specifico prima ancora del glorioso giornale della musica fu il glorioso Piano Time che allora dirigevo a puntare i riflettori sul caso Proczynski. Pietro