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Missioni militari 2018 meno uomini schierati ma sui fronti più caldi

L’Italia si troverà in prima linea nelle coalizioni Nato, Onu e Ue Dal Niger ad Afghanistan e Libano: rischio jihadisti e nodo migranti

gianluca di feo,

ROMA Si prepara un anno difficile per i militari in missione all’estero. Tra la nuova spedizione in Niger e il mantenimento delle operazioni in Libano, Afghanistan e Libia, ci ritroveremo in prima linea nelle zone più calde del pianeta sotto tre diverse coalizioni — Nato, Onu ed Ue — spesso, come accade nel Mediterraneo, sovrapposte tra loro. Oggi il Consiglio dei ministri discuterà il piano elaborato dai vertici della Difesa che prevede la riduzione delle truppe in alcune aree, come il dimezzamento del contingente in Iraq dopo la sconfitta dell’Isis e il prossimo ritiro dei missili anti-aerei dislocati in Turchia per conto dell’Alleanza Atlantica. Alla fine del 2018, quindi, ci saranno meno soldati in azione ma le nostre forze armate si troveranno impegnate in situazioni ancora più rischiose.

NIGER. Un primo nucleo di parà è già nella capitale Niamey per preparare lo schieramento della task force, richiesta dal governo nigerino nel quadro dell’accordo tra 5 nazioni del Sahel e dell’intesa europea disegnata da Roma con Parigi e Berlino. Una parte dei 470 militari della Folgore si occuperà di formare i battaglioni locali nella capitale; il resto prenderà posizione dalla fine della primavera nel caposaldo di Madama, da dove contribuirà a pattugliare le rotte dei trafficanti di uomini e dei jihadisti diretti verso la Libia. Le nostre truppe saranno autonome rispetto al dispositivo francese presente da anni nell’area e probabilmente verranno affiancate da unità tedesche e spagnole. Due le minacce. La natura del Niger, con distanze sterminate e deserti attraversati solo da piste carovaniere, dove la sabbia logora qualunque mezzo terrestre ed aereo. Inoltre in tutto il Paese si registra un aumento delle incursioni dei gruppi fondamentalisti, attivi soprattutto ai confini con il Mali e con la Nigeria.
AFGHANISTAN. Come ha annunciato il ministro Roberta Pinotti a Repubblica, l’Italia chiederà di ridurre le dimensioni del nostro contingente ma non la sostanza della missione. Circa 250 persone impiegate in ruoli di supporto dovrebbero venire rimpiazzati da altri alleati della Nato. Rimarrà però invariato il numero dei militari — poco meno di 700, attualmente fanti della Sassari — che si occupano di addestrare i reparti afgani, coordinandone anche le attività sul campo contro i Taliban. Nella regione affidata alla supervisione italiana c’è il distretto di Farah, a ridosso del confine iraniano, dove l’offensiva fondamentalista è particolarmente virulenta. A novembre più di cento alpini della Taurinense sono stati trasferiti nei fortini intorno a Shindand minacciati dall’assalto delle milizie islamiche: si sono schierati “spalla a spalla” con i soldati locali per riorganizzarli e permettergli di riconquistare il territorio perso. L’ultimo contrattacco condotto dai battaglioni afgani sotto “regia italiana” si è concluso alla vigilia di Natale.
LIBANO. Dopo un decennio di calma, la missione dei caschi blu che ha permesso la fine dell’ostilità tra Libano e Israele torna a essere sotto pressione. Le brigate di Hezbollah stanno cominciando a ritirarsi vittoriose dalla Siria, più agguerrite e meglio equipaggiate di prima. La tensione con Israele sta crescendo di giorno e in giorno. E tra i villaggi sciiti e il territorio israeliano c’è solo la Blu Line presidiata da oltre mille italiani sotto bandiera Onu. Per questo da ottobre il contingente è composto dalla Brigata Folgore, con i parà del Nembo e i blindati del Savoia Cavalleria, la più operativa delle nostre unità, che dovrà mantenere il cessate il fuoco sul confine: un compito in cui peserà soprattutto il rispetto di tutte le comunità della zona conquistato in questo decennio dagli italiani.
IRAQ. La disfatta del Califfato permette di ridefinire lo schieramento italiano, arrivato a sfiorare le 1500 persone. Anzitutto alla diga di Mosul, dove il cantiere del consolidamento è stato protetto da 500 soldati: oggi non c’è più il pericolo di attacchi in grande stile dell’Isis e quindi ne rimarranno circa 200. Nel corso del 2018 rientrerà in patria lo squadrone di otto elicotteri e 130 uomini che da Erbil è pronto a intervenire per recuperare feriti e personale isolato. Programmata anche una graduale diminuzione degli aerei da ricognizione schierati in Kuwait. Resteranno invece attive le unità di carabinieri e forze speciali che addestrano i nuclei antiterrorismo e la polizia federale di Bagdad. Sarà mantenuta pure una consistente aliquota di istruttori in Kurdistan, meno però dei 350 attuali. Il problema anche in questo caso è la logistica, perché i reparti italiani sono sparsi in diverse località.
LIBIA. Oggi ci sono due distaccamenti. Uno nell’aeroporto di Misurata gestisce l’ospedale da campo allestito durante i combattimenti contro l’Isis a Sirte, conclusi da oltre un anno: impegna quasi 300 persone con un centinaia di veicoli. L’altro a Tripoli si occupa di formare la guardia costiera libica e contribuisce alla manutenzione delle motovedette. Per entrambi è allo studio una riorganizzazione, che però dipenderà dal quadro politico e militare del paese, sempre molto incerto. A largo delle coste libiche invece sono attive tre missioni navali: quella italiana “Mare sicuro”, quella europea “Sophia” per il contrasto ai trafficanti di migranti, quella Nato “ Sea Guardian” per la prevenzione dei movimenti di terroristi e del contrabbando di armi. Il contributo a queste operazioni non cambierà, nella convinzione che la nostra sicurezza dipenda proprio dal controllo del Mediterraneo. 28/12/2017
MINISTERO DELLA DIFESA

Fonte repubblica.it

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