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La vita sta cambiando pelle

Parmalat, il business è in crescita ma l'italianità è appesa alla Borsa

La permanenza a piazza Affari è legata all’esito del braccio di ferro in corso fra il fondo Amber e Lactalis, che vorrebbe "privatizzarla"

di ETTORE LIVINI*

La tempesta nel bicchiere di latte della Parmalat continua. Non importa se il padrone è italiano o straniero. A Collecchio e dintorni –  ormai da 15 anni – non c’è mai pace. Il ricordo peggiore – come ovvio – l’hanno lasciato gli ex-soci tricolori.

Quella famiglia Tanzi che ha nascosto i debiti sotto il tappeto e ha portato l’azienda al crac stellare del 2003, svuotando le tasche di centomila risparmiatori con un buco da sette miliardi. La gestione del commissario Enrico Bondi – pur avendo salvato il gruppo dotandolo di quasi due miliardi di liquidità – non è stata certo una passeggiata. Il manager toscano si è dovuto occupare prima di tenere aperti gli stabilimenti pagando il latte ogni giorno, poi più di cause in tribunale che di business.

E quando ha potuto iniziare a studiare nuove strategie – a inizio 2011 - si è trovato tra capo e collo la scalata del colosso francese Lactalis.

I tentativi italiani - I tentativi di difendere l’italianità del numero uno del settore lattiero caseario nazionale si sono arenati sulla fragilità del capitalismo di casa nostra. Barilla e Ferrero hanno dato un’occhiata al dossier e poi si sono defilati. IntesaSanpaolo ha tentato senza troppo successo di costruire una cordata made in Italy facendo perno sulla Granarolo.

A Piazza Affari però vige l’antica regola del patrono di Mediobanca, Enrico Cuccia: “Articolo quinto, chi ha i soldi ha vinto”. E il gruppo transalpino controllato dalla famiglia Besnier ha conquistato Parmalat. Iniziando un percorso che – da allora ad oggi – è stato tutt’altro che in discesa. Il buongiorno si è visto dal mattino.

Appena i nuovi padroni stranieri hanno messo le mani su Collecchio è iniziato lo scontro con gli azionisti di minoranza – guidati ancor oggi dal fondo Amber – sulla gestione del gruppo. Lactalis, è stata la prima accusa, “non rende noti i conti nemmeno a casa propria e ha comprato Parmalat solo per mettere le mani sulla cassa”, raccolta grazie ai patteggiamenti con banche e revisori coinvolti nel crac.


L'amministratore delegato Jean Marc Bernier

I Besnier, va detto, hanno gettato benzina sul fuoco delle polemiche. Hanno accentrato a Parigi la gestione della liquidità e poi hanno venduto alla controllata italiana le loro attività nordamericane a una cifra che per i fondi era gonfiata (e in effetti rivista al ribasso dopo le polemiche). Con l’obiettivo – suggerivano i critici – di usare il tesoretto tricolore per saldare i propri debiti.

Guerra finanziaria La guerra finanziaria – in cui anche i fondi, come ovvio, sono legittimi portatori dei propri interessi – è continuata fino a oggi tra denunce incrociate, interventi della procura, multe della Consob ai soci francesi per aver taciuto a livello contabile il controllo di Lactalis sul business. Un braccio di ferro lungo il quale la riservatissima famiglia bretone che controlla la controllante transalpina non ha mai fatto davvero nulla per tendere un ramoscello d’ulivo ai contestatori e ha sempre ribattuto colpo su colpo. E che dura ancor oggi con Amber e i fondi che hanno bloccato con successo – si vedrà fino a quando – il tentativo di Lactalis di portare fuori dalla Borsa la Parmalat con un’Opa (oggi controllano l’89,9%).

Come è cambiata la Parmalat in questi sette anni in cui il tricolore francese ha sventolato a Collecchio? Molto. È più grande grazie alle acquisizioni ma molto meno redditizia del 2011 (complice anche un mercato più difficile), è dimagrita un po’ in Italia e ha bruciato ormai quasi tutta la liquidità raccolta dopo il crac. I numeri fotografano bene la metamorfosi: gli stabilimenti dell’azienda sono cresciuti da 69 a 93, i dipendenti sono passati da 14mila a 26mila, anche se siamo ben lontani dai 39mila cui era arrivata nell’era dei Tanzi.


Il giro d’affari – gonfiato quasi solo dallo shopping all’estero – è cresciuto del 40% da 4,5 a 6,6 miliardi mentre il saldo del conto in banca si è assottigliato di molto: quando Parigi ha preso le chiavi di casa di Collecchio ha trovato in cassa 1,4 miliardi, oggi sono rimasti 168 milioni. Parmalat, insomma, è cresciuta. Il tema – altro motivo del contendere dell’eterna contesa con i soci di minoranza – è se questa strategia abbia pagato o meno e se il gruppo non sconti qualche errore di gestione dei manager transalpini.

Il cambio della guardia - I critici – per portare acqua al loro mulino – citano tre fatti a sostegno delle loro tesi: il cambio di guardia deciso un anno fa quando Jean Marc Bernier ha preso il posto di Yvon Guerin sulla poltrona di amministratore delegato, quasi un’ammissione di colpa, dicono; le continue revisioni al ribasso delle stime degli utili arrivate di recente; i problemi di alcune delle controllate maggiori, specie il Canada e il Sud America.

Dove ai problemi di un mercato effettivamente molto competitivo si è aggiunta con ogni probabilità una certa distrazione del management, concentrato sulla battaglia finanziaria in Borsa al punto di trascurare un po’ il core business del latte e del formaggio. Il timore che l’arrivo dei francesi si trasformasse in uno tsunami per la filiera del latte tricolore – come paventavano in molti – non si è materializzato. L’azienda ha continuato ad approvvigionarsi in grande maggioranza sul territorio - anche perché per il prodotto fresco non ci sono alternative – senza tagliare il cordone ombelicale con i produttori.

Il giro d’affari nel nostro paese pare (per quanto si intuisce dai bilanci) essersi ridimensionato: nel 2011 la divisione tricolore fatturava 978 milioni, ora poco meno di 900. Ma l’impatto di Collecchio sul Sistema Italia resta importante, come certifica un recente studio della Bocconi: il gruppo ha nove stabilimenti, lavora 550 milioni di litri di latte e occupa 1.900 persone. Cifra che considerando l’indotto salgono a 134mila, calcola l’ateneo milanese, pari a un impatto sul pil da 1,6 miliardi di euro.

"Cifre che dimostrano come sia difficile sostenere che l’investimento di Lactalis in Parmalat non sia un bene per il paese", ripete il nuovo amministratore delegato Jean Marc Bernier. Le promesse sulla gestione L’azienda – è il suo mantra - "è tra i primi due compratori di materia prima, acquistandola oltretutto in tutto il paese e non solo al nord, mantenendo un ritmo di investimenti nella penisola di circa 20 milioni l’anno". Non solo: "Le vendite di latte in Italia sono calate del 25% negli ultimi 5-6 anni – conclude - ma noi abbiamo difeso la nostra leadership senza ristrutturazioni".


Il suo compito ora è invertire la tendenza negativa della redditività degli ultimi tempi. "Non faccio promesse, ci vorrà tempo", dice. Di sicuro lui, un uomo che arriva storicamente dai ranghi di Lactalis, continuerà a seguire il gruppo con un forte imprinting transalpino.

La vera incognita per l’italianità di Parmalat ci sarà forse se e quando il socio di maggioranza riuscirà a toglierla dalla Borsa. Serve un’altra Opa residuale sulle azioni che non controlla che costa poco. Specie ora che il titolo – causa profit warning ben calibrati, dicono le malelingue – ha perso un po’ rispetto ai valori degli ultimi 20 mesi. Senza il freno a mano del mercato i Besnier potrebbero accelerare l’integrazione di tutti i business verso Parigi. E forse potrebbe tornare a manifestarsi lo spettro di una Parmalat che diventa Parmalait.

La scheda - ll crac Parmalat è stato uno dei più grandi scandali finanziari, fra bancarotta fraudolenta e aggiotaggio, perpetrato da una società privata in Europa (con il concorso del sistema bancario internazionale NDR). Esplose verso la fine del 2003 nonostante successivamente sia stato dimostrato che le difficoltà finanziarie dell’azienda fossero rilevabili già all’inizio degli anni novanta. Il buco lasciato dalla società di Collecchio, mascherato dal falso in bilancio, si aggirava sui 14 miliardi di euro (al momento della scoperta se ne stimavano la metà).Con l’accusa di bancarotta fraudolenta è stato condannato a 18 anni di carcere il patron Calisto Tanzi mentre a pene minori sono stati condannati numerosi suoi collaboratori e sindaci della società. Con un decreto denominato non a caso “salva imprese” l’azienda fu salvata dal fallimento e la sua direzione fu affidata all’amministratore straordinario speciale Enrico Bondi, che la ha parzialmente risanata.

*Affari&Finanza

Fonte Link: parma.repubblica.it