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La vita sta cambiando pelle

Perché quello che succede in Qatar interessa anche l'Italia.

Mario Sechi

Che guerra farà in Medio Oriente? Arabia Saudita, Bahrain, Egitto e Emirati Arabi Uniti hanno rotto tutte le relazioni diplomatiche con il Qatar, chiuso lo spazio aereo e marittimo alla piccola petro-monarchia e dato il via a un’escalation della vera guerra in corso: quella tra Arabia Saudita e Iran.

È un altro capitolo del Grande Scisma tra sunniti e sciiti e ha conseguenze immediate: tutti i traffici tra i paesi sono bloccati, il prezzo del petrolio ha cominciato a schizzare verso l’alto, il Brent ha di nuovo superato i 50 dollari al barile (+ 1.6 per cento, 50.74 dollari), la borsa del Qatar ha fatto splash (- 6 per cento), le compagnie aeree Qatar Airways, Etihad e Emirates hanno cancellato tutti i voli da e per il Qatar, gli esiti della crisi sono chiari come l’orizzonte nel deserto quando picchiano 50 gradi e la borraccia d’acqua è a secco. Non è la prima volta che gli altri paesi invitano il Qatar a tagliare i suoi rapporti con i Fratelli Musulmani - c’era la mano (in)visibile del Qatar delle “primavere arabe” – il gruppo terroristico di Hamas e l’Iran, ma stavolta la mossa è più netta perché lo scenario è cambiato: alla Casa Bianca c’è Trump. Che succederà? Non lo sappiamo, è un gigantesco risiko in un teatro dove sono presenti gran parte del petrolio e del gas del mondo e troppi fucili pronti a sparare. Gli Stati Uniti sono allineati (e favoriscono) a questa strategia perché l’avversario reale è l’Iran, l’amministrazione Trump ha rafforzato il legame economico e militare (investimenti in cambio di armi) con l’Arabia Saudita, vuole limitare (attraverso la Russia) l’influenza dell’Iran semi-atomico nella regione, l’Egitto segue a ruota perché il generale Sisi non può cedere di un millimetro o perde il controllo del paese, Bahrain e Emirati Arabi Uniti sono nel mazzo di carte di Ryad e Washington. Ci interessa? Altro che, seguite il titolare di List.

Il Fondo e l’Italia. Il Qatar è uno stato con una popolazione inferiore (2.2 milioni di abitanti) a quella di Roma, ma è il maggior esportatore di gas liquido del pianeta e il suo fondo sovrano è uno dei più grandi del mondo con 335 miliardi di dollari di asset.  Al vertice del Qatar Investment Fund c’è lo sceicco Abdullah bin Hamad bin Khalifa Al-Thani, nome ben conosciuto alla comunità finanziaria italiana. Il fondo è presente nel nostro paese in una serie di attività strategiche dal turismo (Costa Smeralda) alla moda (Valentino) fino all’immobiliare dove il solo investimento nel complesso di Porta Nuova a Milano vale circa 2 miliardi di euro, possiede il 10,31% della Borsa di Londra che a sua volta controlla quella di Milano. Ci interessa? Tanto, resta un dilemma da sciogliere: qual è la posizione del governo italiano sulla crisi in corso? Stiamo con i sunniti o con gli sciiti? Appoggiamo Trump e l’Arabia Saudita? Stiamo in mezzo alla partita e vediamo che succede? E come la mettiamo con l’Egitto con cui abbiamo interessi vitali (la quota di idrocarburi estratta da Eni è pari al 10,5% della produzione annuale e il giacimento di gas offshore di Zohr ha cambiato la geopolitica energetica tra Israele e Egitto)? Come funzionerà la nostra diplomazia con l’Arabia Saudita e Abu Dhabi (primo azionista di Unicredit attraverso il fondo Aabar) e gli altri soggetti in campo che hanno messo centinaia di milioni di dollari nel nostro sistema finanziario e industriale? Mistero. Tranquilli, tutto è nelle mani del ministro degli Esteri Angelino Alfano, il cui primo punto in agenda è la sua sopravvivenza politica nel prossimo parlamento.

 

Il Papa, Trump, l’Iran e l’Arabia Saudita. Uno dei protagonisti di questo gioco tra pozzi di petrolio e islamismo è il Papa. Foreign Affairs ha pubblicato un articolo in cui si racconta la divergenza tra il Papa e Trump sull’Arabia Saudita emersa nell’incontro in Vaticano del 24 maggio scorso. Il titolo è netto: “Why Trump and Francis Diverge on Saudi Arabia” e le ragioni di questa divisione sono spiegate in questi termini: in Arabia Saudita 1,5 milioni di cristiani, in gran parte provenienti dalle Filippine, non hanno alcuna libertà religiosa. Scrive Foreign Affairs:

“Per la Santa Sede, la minaccia del wahabismo è esistenziale: l'intolleranza wahabita e il denaro alimentano la violenza contro i cristiani e altre comunità in Medio Oriente e altrove. Per contrastare questa minaccia, il Vaticano sta coltivando i suoi rapporti con centri culturali islamici non wahabiti come l'Università di Al-Azhar a Il Cairo, visitata di recente da Francesco”.

Si chiama geopolitica. E la religione continua ad essere uno dei motori principali della storia, per questo le mosse diplomatiche della Santa Sede sono da seguire con attenzione. 

Rex d’Arabia. Il segretario di Stato Rex Tillerson, in missione a Sidney, offre la mediazione degli Stati Uniti nella crisi: “Se c’è un qualche ruolo che possiamo svolgere per aiutare ad affrontare questa situazione, crediamo che sia importante che il CCCG, il Consiglio di Cooperazione del Golfo, rimanga unito. Esortiamo le parti a rimanere unite e ad affrontare le divergenze". È solo un primo passo formale e il problema in realtà si chiama Iran. E qui entrerà in scena il Cremlino, Vladimir Putin.

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