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La vita sta cambiando pelle

Psicosomatica: il corpo simbolico

Roberto Pinetti

La visione psicosomatica
Il corpo e i  suoi organi nella lettura simbolica.
  • IL CUORE
  1. Infarto miocardico acuto. Se l'emozione non scorre il cuore si inaridisce.
  2. Un buco (vero) nel cuore. (Il forame ovale  pervio)

1) Infarto miocardico acuto. Se l'emozione non scorre il cuore si inaridisce.

Per INFARTO del miocardio (IMA) si intende la circostanza  in cui si verifica l'ostruzione di una delle arterie coronariche che presiedono all'irrorazione sanguigna (e quindi alla ossigenazione) del cuore, a seguito della formazione di un   trombo occludente. La conseguenza è una "necrosi" (morte) del tessuto miocardico coinvolto, cioè della zona che ha patito lo stato conseguente di "ipossia" (mancanza di ossigenazione) anche se  per un breve periodo.
Un trombo (dal termine di origine greca "thrombos": grumo, coagulo) è, appunto, un accumulo solido di sangue (o, per meglio dire di alcuni elementi che lo compongono) il quale aderisce alle pareti dei vasi, siano essi venosi, arteriosi, capillari o coronarici.
Sappiamo che esistono vari materiali occlusivi (per cui si distinguono "trombi" da "ateromi") e varie dinamiche ostruttive. L'embolia, ad esempio, consiste in materiale che si stacca dalla propria sede di formazione e viaggia nel flusso sanguigno fino a "incastrarsi" in una cavità si sezione minore. Ma l'ostruzione potrebbe derivare, invece, da una graduale sedimentazione in loco di materiale solidificato fino a giungere ad una totale occlusione.
LE EMO(a)ZIONI.
Ciò che possiamo notare, in una visione simbolico-psicosomatica è, comunque, il processo "emo-dinamico" sempre coinvolto. Nel linguaggio dei simboli è inevitabile cogliere l'assonanza  fra emozioni e "emo(a)zioni": le azioni del sangue.
Cosa può esserci di "sbagliato" nelle emozioni, tutte le emozioni? Assolutamente nulla. Sono le verità inconfutabili con cui ci confrontiamo in ogni istante della nostra vita, indipendentemente dalle nostre idee, convinzioni, teorie e spiegazioni. Ovviamente non mi riferisco, quindi, a ciò che la nostra mente se ne fa, all'interpretazione che ne diamo con la testa, ma "all'esperienza in sé" dell'emozione.
CONTROLLARE E GIUDICARE: I VERBI DEL DISAGIO.
Basti pensare a quante volte sentiamo utilizzare la parola "controllo" in relazione alla parola "emozioni". L'idea che  debbano-possano essere "controllate" rimanda ad una percezione di queste come qualcosa di potenzialmente pericoloso e che, comunque, si ritiene di poter/dover costringere preventivamente (controllare, appunto). È implicito anche il giudizio che spesso tendiamo a dare loro. Se i più continuano a farci richieste (paradossali) quali: - "non arrabbiarti", "non devi essere triste", "non devi aver paura" - , certamente lasciano trapelare una chiara convinzione su ciò che "va bene" o che "non va bene". Ma le emozioni non vanno ne giudicate ne coartate. Le emozioni sono quella parte di noi che pur appartenendoci ci trascende e verso le quali possiamo porci in ascolto, recettivamente, in modo da entrare in contatto con esse, usufruire delle informazioni che ci forniscono e "gestirle", così, più consapevolmente.
IL FLUSSO VITALE.
Il grande tema delle emozioni ci riporta ineluttabilmente al sangue. Pensate solo a quanti modi di dire esprimono un contenuto emotivo citando direttamente o indirettamente il sangue! (Gli occhi iniettati di sangue, il sangue alla testa, vederci rosso..) Anche sotto il profilo fisiologico il sangue si fa fluido-trasportatore delle informazioni/emozioni sotto forma di ormoni che, rilasciati da alcune ghiandole, vengono appunto trasportati nel sistema circolatorio fino a giungere ai loro organi recettori.
Le emozioni sono quindi in rapporto con "fluidità" e "flusso". Il problema non è mai quello di bloccarle ma, piuttosto, di lasciarle scorrere.
I PENSIERI "TOSSICI" CHE SEDIMENTANO SCORIE.
Un rapporto inadeguato con le proprie emozioni comporta l'incapacità di accoglierle e lasciarle fluire. Quando invece di porci con consapevolezza a fronte dei nostri stati d'animo li subiamo quasi fossero "corpi estranei" finiamo per alimentare circoli viziosi di pensiero. Pensieri tesi a tentare di legittimare le sensazioni provate e, in questo modo, ricalcandole e riproducendole all'infinito. Oppure ad autodenigrarci per la presunta l'inappropriatezza delle stesse. L'esito è comunque il medesimo: un circolo vizioso di pensieri uguali a se stessi che, autoalimentandosi, sedimentano sotto forma di rancori, frustrazioni e sensi d'inadeguatezza.
Queste sedimentazioni hanno il loro correlato fisico negli accumuli di materia che costituiscono i trombi.  
Come gli irrisolti, le frustrazioni e i rancori sono i residui "in-animati" della mente, risultante di pensieri stereotipati, sempre uguali ed inutili quanto "calcificati", così la materia residua, non metabolizzata, si accumula pericolosamente e ineluttabilmente fino ad impedire il flusso vitale del sangue. Quando una simile condizione coinvolge una parte  del cuore questa si inaridisce e muore.
UN TAPPO DI RANCORI O FRUSTRAZIONI.
Sono tanti i motivi e le occasioni per cui una persona si trova nella condizione di sentire inaridire il proprio cuore. Allo stesso modo in cui sono tante le spiegazioni possibili a quel drammatico evento che la medicina definisce "infarto miocardico acuto".
Vi è però un elemento comune di fondo. L'accumulo di frustrazioni e rancori, detriti del pensiero, ostacola il sereno procedere della nostra vita così come piastrine, lipidi, cristalli di calcio e quant'altro, si addensano nei vasi coronarici  fino a impedire il flusso vitale del sangue.
Se il cuore è il centro propulsore del sistema circolatorio e, in quanto tale, nutre (di sangue/amore) l'intero nostro corpo, esso stesso deve essere nutrito o, meglio, nutrirsi.
Come non cogliere l'analogia con il grande tema esistenziale dell'amore. "Ama te stesso", detta un precetto buddista. "Ama il prossimo tuo come te stesso", rimanda un comandamento cristiano. Come posso amare (altri-altro) se non amo (veramente) me stesso?
In ciò, ritengo, risiede il dramma dell'infartuato. Imprigionato in un mondo di pensieri sviliti e avvilenti, banali quanto inutili, li sedimenta in materia inerte, capace solo di ostacolare il flusso naturale e vitale di sangue-emozioni fino a diseredarne il proprio cuore. Fino a farlo inaridire della sua facoltà pulsante di motore della vita.
Oggi le tecniche di intervento immediato quali l'arteriografia, l'angioplastica, l'uso dei cosiddetti "stent" permette, se attuate  per tempo, di salvare la vita a molte persone, disostruendo il blocco coronarico e rinforzando, poi, la zona compromessa con uno elemento capace di tenere aperto il cavo arterioso (lo "stent", appunto).
Altrettanti progressi sono stati fatti sul piano della riabilitazione fisica dei post-infartuati.
UN NUOVO STILE DI VITA.
Resta una questione sospesa per nulla insignificante. Rimane l'esigenza di trovare nella propria condotta di vita, non solo più adeguate abitudini alimentari, motorie ecc. Ma, soprattutto, è necessario mettere in discussione il proprio stile di vita psichico. Non basta "tornare come prima" dell'evento acuto-patologico. Se questo evento si è manifestato evidentemente è perché se n'erano costituiti i presupposti. Tornare "come prima" significherebbe, sotto il profilo psicosomatico, rimettersi in lista per un nuovo infarto!
Il cambiamento non può essere ne imposto ne solo suggerito dal cardiologo (il quale, peraltro, molto raramente ha la possibilità di soffermarsi sugli aspetti psicologici profondi  del suo paziente). Molto spesso "l'approccio psicologico" al paziente infartuato si riduce, così, a proporre qualche tecnica "anti-stress" ed, eventualmente, si focalizza su elementi depressivo-ansiosi trattati, però, come sintomi/conseguenze correlati alla specifica situazione che bisogna eliminare al più presto, magari con l'uso di altri farmaci (oltre ai tanti già introdotti a seguito dell'infarto).
CONSAPEVOLEZZA E CURA DI SÈ.
Nessuno può forzare nessuno nel non ovvio tragitto verso la consapevolezza. Ma ciò non mi impedisce di sperare che le persone colpite da infarto miocardico acuto possano concedersi (magari con l'aiuto di bravi psicoterapeuti) di ricercare un modo di vivere diverso dal precedente. Un modo per divenire sempre più in grado di riconoscere le proprie emozioni e, senza giudicarle, di lasciarle "fluire", come è nella loro natura, senza imprigionarsi in un labirinto di pensieri inutilmente negativi, capaci solo di alimentare un disagio senza più volto ne significato. Un disagio (e, a volte, un rancore) che  si accumulerebbe ancora fino a intasare il flusso stesso della vita.

Roberto Pinetti






2) Un buco (vero) nel cuore. (Il forame ovale  pervio)

È noto che nel cuore, fino al momento della nascita, esista un passaggio che collega i due atri cardiaci di cui è composto. Attraverso questi, il sangue tende a passare da destra verso sinistra. La piccola apertura viene detta "forame ovale" o "di Botallo" (dal nome del medico italiano del XVI secolo che per primo lo individuò e studiò).
Al momento della nascita, quando il nutrimento di sangue ossigenato non deriva più direttamente dall'apporto materno ma entrano in funzione i polmoni, esso tende a chiudersi per poi saldarsi definitivamente durante il primo anno di vita del bambino.
Non sempre, però, ciò accade. In una discreta percentuale di individui  (gli esperti dicono il 25-30% della popolazione) questo forame rimane parzialmente aperto.
Non so spiegare, su un piano fisiologico, cosa impedisca che si saldi definitivamente  quell'apertura ormai inutile, se non dannosa, in alcune persone. Né so  se esista, questa "spiegazione", dal punto di vista anatomo-biologico.
Inizio con l'osservare che il bambino, nell'utero, usufruisce del nutrimento diretto da parte della madre. Questo nutrimento consiste nel sangue ricco di ossigeno che il corpo materno gli fornisce principalmente tramite il cordone ombelicale. I suoi polmoni non funzionano ancora. Solo in seguito, quando "verrà alla luce", col primo atto respiratorio, saranno questi a presiedere a quella funzione primaria: l'ossigenazione del sangue. Ma per ora, nel ventre della madre, è lei a donargli l'ossigeno necessario e, quindi, quel piccolo passaggio fra l'atrio cardiaco destro e quello sinistro, è indispensabile per l'ossigenazione del suo intero corpo, fondamentale per la sua stessa vita.
Ciò che è necessario per la nostra esistenza, la nostra stessa sopravvivenza, in certi momenti, diviene inutile e obsoleto in seguito.  
È evidente che ci parrebbe strano e poco naturale assistere ad un ragazzino che si fa ancora allattare dalla madre. Allo stesso modo, molte funzioni (e bisogni) che hanno costellato la nostra esistenza nel passato sono destinate ad esaurirsi per lasciare il posto a nuove necessità, più adatte allo stadio evolutivo in cui ci troviamo.
Che cosa chiude, allora, il foro di Botallo?
La mia risposta è: l'amore.
L'AUTOSTIMA è quella funzione psichica che si forma e si nutre dell'amore (incondizionato) dei genitori. Prima di tutti, quello della madre.
C'è decisamente poca autostima  nella maggior parte di noi proprio perché se non ce la "trasmettono" dalla nascita in poi, non possiamo fabbricarcela da soli (o, comunque, diverrà il non facile lavoro di una vita!)
Ovviamente si tratta di un circolo vizioso, poiché chi non la detiene difficilmente potrà creare le condizioni propizie la suo diffondersi e così, di generazione in generazione, assistiamo alla vana ricerca di approvazione, rispetto, apprezzamento, soddisfazioni.. Tutto quanto possa colmare quel vuoto. Spesso, purtroppo, con scarsi risultati.
Non mi soffermerò, qui, sull'evidenza del rapporto fra amore e nutrimento. Ci basti ricordare che da neonati, e anche per un lungo periodo successivo, se non troviamo qualcuno che ci alimenti adeguatamente non potremo sopravvivere.
AMORE, NUTRIMENTO, VITA: sono tre termini destinati ad incontrarsi assiduamente e che, spesso, divengono sinonimi l'uno dell'altro.
Il SOFFIO VITALE.
Così, se nel periodo prenatale l'apertura del forame ovale è una necessità per la sopravvivenza del feto, il primo livello di evoluzione, il distacco fisico fra madre e nascituro nel parto sancisce, con  l'atto respiratorio, un nuovo livello evolutivo. Una prima fase nel processo di autonomia che, dal sangue-nutrimento materno passa al rapporto aria polmoni, in cui è l'ambiente esterno, l'atmosfera e con essa l'intero universo a portare ossigeno vitale all'interno del "nuovo arrivato". Da quel momento sarà l'aria, il soffio vitale, il primo elemento-alimento indispensabile ma, come sappiamo, subito dopo e senza possibilità di deroghe, il latte materno dovrà completare l'opera in atto della vita.
UN SECCHIO SENZA FONDO.
Ho spesso pensato alla mancanza di autostima come ad un secchio al quale manca il fondo. Per quante cose facciamo, per quanto continuiamo a riempire quel secchio, rimaniamo sempre con una devastante e dolorosa sensazione di vuoto.
Il fondo di quel secchio, o meglio, la sua mancanza, mi ricorda il forame di Botallo.  
C'è un momento, agli albori della nostra vita, in cui siamo letteralmente dei pozzi senza fondo di bisogni. Ma è come se l'accudimento, il nutrimento affettivo che riceviamo, costituisse la materia per iniziare a formare quel fondo necessario, quella necessaria "con-clusione" che ci permetterà di divenire "contenitori" e non "canali a perdere". Ciò accadrebbe, ovviamente, se solo gli "atti", le azioni quotidiane concrete nutritivo-affettive, fossero adeguati. Capaci, cioè di trasformarsi in "materia vivente" a sua volta in grado di prendere la forma più adatta alla nostra crescita.
È evidente che molto spesso ciò non avviene. Gli elementi nutritivi messi a disposizione dalla madre, troppo spesso "inquinati" da preoccupazioni, idee preconcette, pensieri negativi, inutili quanto pesanti sensi del dovere e di colpa, frustrazioni, paure ed emozioni in genere non elaborate,  in sostanza tutte le problematiche esistenziali non solo irrisolte ma, principalmente, inconsce, finiscono per divenire  "tossici".
Attenzione, non si tratta qui di rimarcare presunte responsabilità materne ma di cogliere il "valore simbolico" che il nutrimento, in tutte le sue forme, possiede in sé!
L'autonomia autentica nasce da una buona esperienza del bisogno. Dall'aver avuto il giusto tempo e le cure adeguate per poter maturare. Se strappiamo un frutto ancora acerbo dall'albero feriremo il ramo e avremo un frutto incompiuto.
Ma perché il frutto maturi bisogna rispettarne i tempi e anche procurargli ciò di cui necessita (buona acqua, buona aria, buona terra ecc.)
Così io vedo il foro di Botallo come il fondo di quel "secchio dell'autostima" di cui dicevo.  
Perché si chiuda (ed è necessario che si chiuda!) bisogna che si costituisca quel rapporto di reciproca affettività in equilibrio fra i bisogni primari del bambino e la necessità costante di superarli, dove la capacità di "tenere" e "lasciare andare" (il proprio figlio) coniuga le due dimensioni indispensabili e complementari del ruolo materno.
L'amore non è possesso, non trattiene ma spinge, non limita ma facilita, non chiede ma dà. Il foro aperto nel cuore, il "forame ovale pervio", come lo descrive la medicina, racconta di come il cuore non si sia ancora rassegnato, attendendo ancora di ricevere il sangue ossigenato direttamente dal corpo materno. Ci descrive una condizione "arcaica", pre-respiratoria, che pare non volersi-potersi evolvere completamente. Come se qualcosa avesse "fissato" quel momento, nel corpo e nel cuore.  
Come un bambino che non accetta lo svezzamento e cerca disperatamente e testardamente il capezzolo materno, il cuore con il forame aperto pare ancora attendere quell'antica modalità nutritiva, quel rapporto fusionale, intrauterino, con la madre, in cui il sangue di lei era ancora il nutrimento unico e necessario.

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