Salta navigazione.
La vita sta cambiando pelle

Renzi Si è fatto la sua repubblica di Salò

Le ultime 48 ore di fuoco: Renzi pigliatutto. Orlando: "Una bad company"

di GOFFREDO DE MARCHIS

"Si è fatto la sua repubblica di Salò", dice un deputato uscente della minoranza. Può essere la rabbia dell'esclusione. Ma Andrea Orlando si sfoga con gli amici: "Renzi porta i suoi fedelissimi in Parlamento eppoi trasformerà il Pd in una bad company". Il ministro della Giustizia fa quindi un passo avanti. Cerca di dare un senso politico al trauma della composizione delle liste, alle delusioni, all'amarezza degli esclusi, ai leader dimezzati nella loro rappresentanza. Non è solo il partito di Renzi il pericolo che i critici scorgono all'orizzonte. È molto di più: la mutazione genetica del Pd. Da forza di centrosinistra a forza di centro. Il partito della Nazione, si sarebbe detto a metà legislatura, quando il segretario flirtava con Verdini. Oggi i riferimenti sono Emmanuel Macron e Albert Rivera, il capo di Ciudadanos. L'asse mediterraneo del centrismo europeista, che secondo l'Eliseo dovrebbe prendere la forma di una lista paneuropea fuori dalle famiglie socialiste e popolari. Un progetto che ha bisogno di una pattuglia di leali fino alla morte in Parlamento. Ed è questo il filo seguito da Renzi nella notte dei lunghi coltelli, a giudizio degli scontenti.

Orlando non ha avuto nemmeno il piacere di una bella litigata con Renzi, perché Renzi non l'ha mai visto. Nemmeno a notte fonda. Gli ordini del segretario, brandelli di verità sulle candidature della sua corrente li ha avuti da Piero Fassino, incaricato di portare la croce delle cattive notizie nei corridoi di Largo del Nazareno. Da fuori, disinteressato al tema candidature dopo essersi ritirato, il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti fa una sintesi dai toni bruschi: "Renzi è un delinquente seriale. Ora facciamo la campagna elettorale per il Pd. Dopo il 4 marzo però ci occuperemo della delinquenza". Vecchia guardia comunista, Sposetti spiega che le liste non si costruiscono così, che si fanno vedere e approvare da tutti, anche dalle minoranze. Dice anche che il Pd rischia grosso "e se le cose vanno male la sinistra è finita per almeno due generazioni". Non crede, poi, che il piano renziano di una sua forza parlamentare autonoma e fedelissima funzionerà: "Il giochetto è destinato a fallire. Ci sarà un fuggi fuggi generale in caso di sconfitta. I giovanotti non conoscono la storia d'Italia: fino al 25 aprile tutti fascisti, il giorno dopo tutti antifascisti".

Ecco, Renzi sembra invece mettersi al riparo dai precedenti. Le liste sono assemblate per non ripeterli. Non solo sulla base della lealtà, ma anche dell'orientamento. Di sinistra ce n'è poca, pochissima. Rimangono soprattutto quelli che seguiranno il segretario sulla strada delle larghe intese con Forza Italia, se ci saranno i numeri. Questa è la versione degli oppositori. "La scommessa è chiara, cinica se vogliamo - dice un membro della direzione - . Si fa un governo con Berlusconi e poi, visto che ha 82 anni, si aspetta".
Renzi smentisce tutte le voci, ovviamente. Ricorda che la campagna elettorale comincia adesso, che "la squadra è fortissima, giusta per andare a vincere", che persino ad Arezzo "il Pd sarà il primo partito". Maria Elena Boschi però correrà a Bolzano per evitare di riaprire la ferita di Banca Etruria. E avrà il paracadute come capolista in Sicilia e nel Lazio. "Non ho messo alcun veto", giura Renzi in risposta alle polemiche. Gli orlandiani ribattono: "Ci sono stati veti e mortificazioni" e si riferiscono in particolare alla bocciatura di Andrea Martella e al posto perdente assegnato al giovane Marco Sarracino.

Più diretto, durante la notte, Renzi ha gridato in faccia, a chi chiedeva più posti, che non era questione di nomi: "Si fa come dico io. Nel 2013 avevo preso il 40 per cento alle primarie e mi hanno dato il 10 per cento degli eletti. Ora vi lamentate del mio trattamento?". I posti sicuri nel 2018 sono molti di meno: la metà. "Certo che sono amareggiato per alcuni tagli. Ma le condizioni sono diverse e a Calenda che contesta alcune esclusioni rispondo che il ricambio è fisiologico".

Nella stanza bunker del segretario la scelta finale ha ruotato intorno a un numero sacro: 24,2. La percentuale prevista del Pd alle elezioni. Secondo Renzi e Luca Lotti può arrivare al 26 per cento con gli alleati radicali, centristi e ulivisti. Significa 200 eletti tra Camera e Senato: 4-5 ai partner di coalizione, 10-15 a Orlando (ne aveva chiesti prima 40 poi 25), 5-6 a Emiliano (furioso perché gli è rimasta solo la Puglia), 5-6 a Orfini, 4-5 a Martina, 4-5 a Franceschini. Il leader si è dunque riservato una quota di 155 renziani doc. Più del 75 per cento dei gruppi parlamentari. Se sono vere le ipotesi sul futuro che gli attribuiscono, c'è un margine di sicurezza per attuarle.

È stato un mercato delle vacche e non c'è molto da stupirsi perché il film si ripete a ogni elezione. Ma i sospetti di manovre e assegnazioni mirate si rincorrono. Marco Minniti, raccontano, avrebbe voluto fare il capolista in una grande città e non a Salerno, per misurare il suo peso nell'elettorato di opinione. Nella notte delle liste avrebbe fatto capolino anche il profilo di Giorgio Napolitano, inviso al giglio magico. Lo si è intravisto nei posti attribuiti a Enzo Amendola, viceministro agli Esteri, e a Lia Quartapelle, vicini al presidente emerito. La loro rielezione è a forte rischio.

Fonte Link https://rep.repubblica.it/pwa/longform/2018/01/27/news/partito_democratico_liste_elettorali_e_polemiche-187446253/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T2