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Riflessione sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: Perché mi cercavate?

Perché mi cercavate?

Don Umberto Cocconi

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. (Vangelo secondo Luca).

Penso che Maria, come tutte le mamme, sia arrabbiatissima, ma non solo lei anche Giuseppe: sono angosciati, da tre giorni cercano il proprio figlio, e lui non ha detto niente di questa sua fuga. Nel passo del vangelo si dice: “tuo padre e io ti cercavamo”. Il rapporto marito-moglie è previo rispetto a quello genitori-figli. La responsabilità educativa è di un “noi: tuo padre ed io. Essi hanno condiviso la ricerca e l'angoscia. Sono sempre in due nel bene e nel male, nel successo e nel fallimento. Solo il noi educa, perché riconosce il bene in gioco: entrambi cercano, entrambi sono angosciati, entrambi cercano soluzioni, entrambi come si afferma nella chiosa del passo, non capiscono la risposta del figlio che afferma la sua autonomia. Maria per questo si rivolge a Gesù non chiamandolo semplicemente ‘figlio’ ma letteralmente ‘figliolo’, facendogli così sentire il suo legame viscerale e affettivo con colui che lei ha generato. E’ l’affetto a Gesù che la spinge ad essere inqueta, proprio perché gli vuole bene è arrabbiata e per questo gli pone una domanda che ha insieme il sapore di un rimprovero autorevole e insieme addolorato, e quello della richiesta sincera di un chiarimento. Maria e Giuseppe non comprendono perché “proprio a loro”, che si considerano anche dei bravi genitori, Gesù, un ragazzino bravo, educato, abbia riservato un trattamento così incomprensibile. Alla domanda di Maria, Gesù risponde a sua volta domandando, quasi scocciato: «Perché mi cercavate? Non sapevate …». La risposta di Gesù mostra come la ricerca che di lui hanno fatto i genitori non era necessaria, perché se essi avessero conosciuto davvero il suo compito messianico e il luogo autentico del suo vivere, avrebbero capito e non sarebbero stati angosciati per la sua scomparsa. Ma se Maria e Giuseppe se ne fossero tornati a casa senza cercare Gesù pensando che tanto era il figlio di Dio, non sarebbero stati genitori poco responsabili? L’evangelista Luca indirettamente si rivolge anche al lettore del testo e forse lo rimprovera perché anche lui ammetta la propria ignoranza circa il mistero di Gesù e si lasci docilmente condurre. Anche lui non sa che Gesù deve occuparsi delle cose di Dio, non ha ancora compreso chi è veramente Gesù! Se Gesù è nel tempio è perché quella è casa sua, come è la casa di ogni credente. Il lettore, peraltro, doveva intuire qualcosa di più profondo in tale affermazione, perché egli sa che il figlio di Maria è il Figlio dell’Altissimo, e perciò la Casa di Dio è ad ogni titolo “casa del Padre suo”. Emerge un’idea di fondo: per Gesù cercare la volontà di Dio, occuparsi delle cose del Signore è la sua vocazione, è la missione a cui non può sottrarsi. Gesù parlando di Dio lo chiama “Padre mio”, così egli rivela qualcosa della relazione singolarissima che lo lega al Padre. Una famiglia modello quella di Gesù? Non pare di certo! Stupisce scoprire che anche la famiglia di Nazaret non sia priva di problemi. «La famiglia di Gesù affronta dolorosi distacchi e momenti di incomprensione, a Maria e Giuseppe non viene risparmiata la fatica di capire, la pazienza necessaria per entrare nei piani divini; ecco perché l’evangelista annota puntualmente: «Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro». Maria e Giuseppe mostrano che ogni genitore deve essere in cammino con i figli e non può mai ritenersi arrivato» (Patrizio Rota Scalabrini). Se la coppia non trova luoghi e tempi di condivisione l'educazione rischia l'improvvisazione e si sbilancia su un rapporto di uno dei due con il figlio, con conseguenti incomprensioni, incoerenze e solitudini. Nonostante tutto ciò l'azione educativa può rivelarsi anche inefficace, ma si si affronterà la fatica insieme potrà trovare risorse e vie nuove per affrontare le sfide che un figlio sempre riserva ai suoi genitori, anche se è il figlio di Dio.