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La vita sta cambiando pelle

Riflessioni sul Vangelo di Don Umberto Cocconi

Don Umberto Cocconi

I farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: E' lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». A queste parole rimasero sorpresi e, lasciatolo, se ne andarono (Vangelo di Matteo).

I capi religiosi, vogliosi di incastrare ad ogni costo Gesù, gli pongono la questione, da sempre controversa, del tributo a Roma, mettendo così in atto un perverso tranello al fine di farlo cadere in errore, in modo da poterlo così consegnare all’autorità. Gesù però sventa questo maligna macchinazione andando direttamente alla radice della questione: chiedendo retoricamente “di chi sia l’immagine, posta sulla moneta”, pone il problema radicale di quale sia realmente l’autorità che governa su Israele. Gli imperatori romani facevano imprimere la propria effige sulle monete di metallo per due motivi: diffondere la propria immagine su tutto il regno e affermare la propria autorità sui sudditi. Utilizzare la moneta dell’imperatore significava pertanto riconoscerne l’autorità, usarne i benefici e favorirne il potere. Nel rispondere che l’immagine è “di Cesare”, i capi religiosi hanno dovuto prendere una moneta dalle loro tasche, testimoniando così che, non solo accettavano l’autorità di un re usurpatore, ma addirittura incentivavano e favorivano il loro dominio su Israele: usare le monete coniate dal re straniero e invasore significava legittimare l’invasione e dichiararsi, al contempo, suoi sudditi. Possedendo la moneta “di Cesare”, i capi religiosi che dovrebbero guidare il popolo, il cui re è il Dio d’Israele, sottostanno all’autorità di un imperatore che non può godere di alcun diritto di governo su di esso. In questo modo conducono il popolo ad essere schiavo di un pagano e straniero, usurpatore della regalità di Dio: “l’immagine di Cesare appartiene a Cesare, è Cesare stesso, il vertice della paganità nemica di Dio per questo non trattenetela presso di voi”. L’espressione di Gesù significa: restituite le cose che sono di Dio a Dio, cioè ritornate alla vostra dignità di figli di Dio che non possono accettare di essere servi del potere. «Cosa è di Cesare? Cosa gli dobbiamo? La moneta. Perché? Per liberarcene. Per dare tutto a Dio, dobbiamo svuotarci di tutto, di tutto ciò che è possesso, di tutto ciò che ci impedisce di essere di Dio. La moneta è segno di malizia, devi lasciarla al diavolo, dice Origene. Il gesto di tributare a Cesare è la rinuncia al mondo. Questa è la radicalità del detto di Gesù. Il grande rischio è quello di non fare risuonare più la poderosa potenza escatologica del detto di Gesù, il rischio è ridurre la religio a etica» (Massimo Cacciari). Gesù, con il suo detto così famoso, di per sé non pone una opposizione tra Cesare e Dio, né determina i confini tra le due sfere, né tanto meno dice che c’è una sfera d’influenza di Dio e una di Cesare. Gesù non parla assolutamente di separazione tra Stato e Chiesa: Dio è laico! Una forma concreta di attuazione di questa prospettiva evangelica di separazione senza opposizione tra fede e mondo si trova in un testo del II secolo, una lettera indirizzata ad un certo Diogneto, da cui prende nome: «I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri». La Chiesa non può vivere in competizione con il mondo, né può pretendere di esercitare il suo dominio sul mondo profano o secolarizzato, essa non è chiamata a trasformare il mondo da profano a cristiano. Per i cristiani che credono in Dio, la politica è il campo più vasto della carità, cioè dell’amore gratuito che è l’esatto contrario di ogni intrallazzo e compromesso. Tonino Bello chiede ai credenti di diventare la coscienza critica del mondo. «Diventate sovversivi. Non fidatevi dei cristiani "autentici" che non incidono la crosta della civiltà. Fidatevi dei cristiani "autentici sovversivi" come san Francesco d'Assisi, che ai soldati schierati per le crociate sconsigliava di partire. Il cristiano autentico è sempre un sovversivo: uno che va controcorrente non per posa, ma perché sa che il Vangelo non è omologabile alla mentalità corrente». La Chiesa è chiamata a seminare il lievito e il sale del Vangelo, cioè l’amore e la misericordia di Dio che raggiungono tutti gli uomini, additando la meta ultraterrena e definitiva del nostro destino, mentre alla società civile e politica tocca il compito arduo di articolare e incarnare nella giustizia e nella solidarietà, nel diritto e nella pace, una vita sempre più umana.

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