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La vita sta cambiando pelle

Riflessioni sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e il primo comandamento.

Primo Comandamento

Don Umberto Cocconi

I farisei, udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, qual è il grande comandamento della legge?». Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e il primo comandamento. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Vangelo di Matteo).

Di fronte al secondo comando di Dio presente in questo brano del vangelo: “amerai il prossimo, Sigmund Freud si chiede: «Perché dovremmo farlo? Che bene ce ne viene? Ma soprattutto come riuscirci? Come può essere possibile? Il mio amore è qualcosa di valore che non devo buttar via senza riflettere. Mi impone dei doveri per compiere i quali devo essere pronto a fare dei sacrifici. Se amo qualcuno, deve meritarselo in qualche modo». Le cose si complicano ulteriormente quando il prossimo è un perfetto sconosciuto: «Ma se è per me completamente un estraneo e non mi attrae per alcuna sua caratteristica che abbia un significato già acquisito nella mia vita emotiva, mi sarà difficile amarlo. Ma se io devo amarlo soltanto perché anche lui è un abitante di questa terra, come lo è un insetto, un verme o una biscia, allora temo che potrò concedergli solo le briciole del mio amore». Per Freud le complicazioni dell’amore insorgono specialmente quando il mio prossimo è lo straniero che, secondo il padre della psicanalisi: «non merita in generale il mio amore», ma onestamente dovrei confessare che egli merita «più che altro la mia ostilità e il mio odio». Se ci pensiamo bene lo straniero è colui che non può pronunciare “il mio”, è colui che non può dire “questa lingua è mia, questa terra è mia, questa casa è mia”, è colui che non ha un luogo in cui insediarsi. Straniero vuol dire colui che non ha una terra dove radicarsi la sua residenza è solo nella pericolante modalità di ospite. Il vero comandamento nella bibbia non è “ama il prossimo tuo come te stesso”, ma “ama lo straniero, l'altro da te per eccellenza, come te stesso!”. Forse Freud pensa che l'amore sia sentimento, istinto, desiderio, eros, ma l’amore autentico, invece, è amore di alterità, di gratuità, di misericordia… allora, in questo caso, può essere solo comandato. Secondo Levinas, l’incontro con l’altro avviene cercando il suo volto, perché è nel volto che vi è la traccia dell’Infinito: «E’ nel volto dell’altro, che mi parla per la prima volta (quindi nell’incontro con l’altro uomo), che Dio si fa evidente». La relazione con il volto è al tempo stesso il rapporto con l'assolutamente debole, è il rapporto con ciò che è assolutamente esposto, nudo e denudato e di conseguenza con ciò che è solo e può subire l'isolamento supremo che si chiama morte. Riconoscere l’altro significa donare. Il volto si sottrae al possesso, al mio potere e nella sua epifania vivo una responsabilità.
Il trailer del film “It” inizia con queste parole: «Da bambino pensi che l’universo ruoti intorno a te, pensi che sarai sempre protetto e al sicuro, poi un giorno ti rendi conto che non è così, perché quando sei solo come un bambino, i mostri ti vedono più debole e non ti accorgi che si avvicinano finché non è troppo tardi». Questo lungometraggio racconta la storia di un gruppo di ragazzini appartenenti al “Club dei Perdenti” che, anche se nella fase della loro crescita, sono abitati da tante paure, e sarà la loro profonda amicizia che li renderà capaci di vincere il mostro che li alberga. Ma quando si è bambini o ragazzi la paura è quel carburante che ci fa andare avanti, quello che ci porta ad affrontare ostacoli apparentemente insormontabili. “Non è reale, non è reale” si dicono l’un l’altro questi ragazzini per farsi coraggio. Ma da dove nasce la paura nella piccola città immaginaria del Maine? Dalla fantasia di chi si sta per avvicinarsi alla vita adulta, o dalla realtà che gli sta attorno e dentro? Nel film sono presenti due livelli esistenziali: quello del sottosuolo, avvolto nel buio e nelle tenebre anche di giorno, e quello della luce, della superficie, della vita quotidiana. Di fronte al mostro - o al mostruoso della loro esperienza di adolescenti – i giovanissimi protagonisti di “It” si uniscono, si fanno forti delle loro paure legandole insieme con la loro amicizia. Il risultato è la morte di quelle paure, di cui finalmente conoscono non l’irrealtà, ma la realtà. Questi ragazzini coraggiosi ci dicono che non si può far vinta di niente, bisogna andare fino al fondo del pozzo dal quale nascono tutte le paure. Ci si deve prendere cura dell’altro, del proprio prossimo, delle sue paure, solo con l’aiuto reciproco si può vincere il male.

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