Salta navigazione.
La vita sta cambiando pelle

Riflessioni sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: “Il mio regno non è di questo mondo, il mio regno non è di quaggiù”.

Cristo Gesù

Don Umberto Cocconi

Pilato fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?». Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos'è la verità?» (Vangelo di Giovanni).

Pilato interrogando Gesù gli chiede: “Tu sei il re dei giudei?”. Chissà che impressione gli ha fatto quest’uomo consegnatogli dai giudei. Ai suoi occhi non può di certo essere un re. Proprio la regalità di Gesù risulta essere il tema essenziale del dialogo tra Pilato e l’uomo di Nazaret. Gesù gli risponde: “Il mio regno non è di questo mondo, il mio regno non è di quaggiù”. Gesù sta dicendo a Pilato che il suo regno è diverso da Roma. Infatti non viene da questo mondo, non ne segue le logiche. “Mondo” e “quaggiù” rimandano infatti a un’“origine o provenienza” che non gli appartengono. È proprio questa diversità che incute paura sia al potere religioso che a quello politico. Chiediamoci: “Per quale motivo i detentori del potere si sono allarmati?”. Perché Gesù smaschera le logiche menzognere del potere costituito. Gesù afferma che se il suo regno fosse simile a quello di quaggiù, i suoi sudditi combatterebbero affinché Lui non venga consegnato nelle loro mani. Questa “confessione” di Gesù mette Pilato davanti ad una strana situazione: l’accusato rivendica regalità e regno, ma sottolinea la totale diversità di questa regalità, in quanto nessun esercito combatte per essa. Ecco, dunque, la prima differenza: Gesù rifiuta di utilizzare per se stesso il potere regale di cui dispone. E questo non semplicemente perché si rifiuta di ricorrere alla violenza, ma perché - più profondamente Gesù - non considera la propria vita come bene supremo da mettere in salvo, come la “ragion di stato” di fronte alla quale ogni altro valore deve cedere il passo. Egli afferma che Lui è re: «per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità». La regalità di Gesù è completamente sottomessa all'istanza di verità e non di menzogna. II motivo per cui la regalità di Gesù è rifiutata, non riconosciuta dal mondo sta appunto nella sua diversità. La sua è una regalità sempre a servizio della Verità, una regalità che il mondo non comprende, e che perciò rifiuta e combatte. Rendere testimonianza alla Verità comporta necessariamente la disponibilità a mettere a repentaglio la propria vita. Questo mondo non accetta una tale logica in quanto usa il proprio potere per vincere e dominare ad ogni costo sugli altri. L'andamento del processo svela un netto contrasto fra Gesù e Pilato, e quindi fra i due loro mondi: per Gesù non c'è nulla al di sopra della Verità, per Pilato, invece, prima della verità viene il proprio interesse. Si può comprendere ciò che Gesù sta dicendo, solo a una condizione: “essere dalla parte della Verità”. Solo chi è tutto afferrato dalla Verità può comprendere il discorso di Gesù. «Gesù è lì, davanti al tribunale del mondo, come testimone della verità; in questo stesso confronto si afferma e si rivela re. Egli giudica colui che lo giudica. In realtà è Pilato che compare davanti al tribunale della Verità, e Pilato rappresenta Cesare. Al di là della sua persona, lo stesso imperatore e ogni potere creato si vedono segnare i loro limiti essenziali dal primato sovrano della verità» (Donatien Mollat). A questa regalità nessuno sfugge, poiché nessuno sfugge alla Verità. Essere persona significa optare per o contro di essa. Come afferma Erik Peterson occorreva che Gesù fosse condannato dal potere costituito, perché apparisse la sua regalità. La sua confessione assume davanti al tribunale del mondo un carattere pubblico e ufficiale. Non si poteva rendere testimonianza “del regno che non è di questo mondo” se non davanti a coloro che hanno “un regno di questo mondo”. Era necessario che la testimonianza resa da Gesù alla Verità giungesse fino al sacrificio della sua vita, perché apparisse la vera natura di quella Verità, poiché essa è Amore! Il re, nel regno della Verità, è il servo di tutti, conquista la corona versando il suo sangue per i suoi, in quanto è sovrano nell’amore. Chi è dalla parte della Verità è disposto a pagare di persona per essa, è disposto a soffrire e a morire. Al contrario, chi è figlio della menzogna cerca il proprio comodo, il proprio tornaconto, ed è disposto a far morire altri pur di salvaguardare il proprio interesse. Solo se si è nella Verità si è liberi, mentre se si è nella menzogna si è schiavi di tutto.