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La vita sta cambiando pelle

Riflessioni sul Vangelo di don Umberto Cocconi: Che sarà mai questo bambino?

Nascita Giovanni Battista

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All'istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele (Vangelo di Luca).

Elisabetta diede alla luce un figlio, ma cosa significa “dare alla luce”? È interessante, a questo riguardo, la lettura del libro di Verena Schmid: “Venire al mondo e dare alla luce”. L’autrice vuole riportare l’attenzione sull’essenza della nascita, su quello che è in gioco a livello profondo per la donna, per il nascituro, per l’uomo che diventa padre, per i fratelli e le sorelle. Nella prima parte si racconta del viaggio del bambino che, attraverso la gravidanza, cresce e vive le sue prime esperienze nel grembo materno, mostrandoci cosa impara, cosa sente, come si relaziona con la madre. Nel testo tutto viene raccontato dal punto di vista del bambino. L’esperienza del “dare alla luce” racconta della gravidanza, questa volta dal punto di vista della donna, che vede avvicendarsi cambiamenti e stati d’animo diversi a seconda del periodo di gestazione. La donna sente fin dagli inizi dei cambiamenti importanti non solo nel suo corpo e a tal scopo instaura una profondissima relazione con il suo bambino che, anche se non può essere visto, riesce ad essere sentito in molti altri modi, fino al momento clou della nascita. Vincendo anche le resistenze ancestrali del parentado di Zaccaria, a cui spettava il compito di dare il nome al figlio primogenito, è proprio Elisabetta a dare il nome al bambino, imponendolo agli astanti: “No, si chiamerà Giovanni”. Il compiersi del tempo del parto, un parto impossibile data l’età e la sterilità, fa vivere a Elisabetta, a differenza del marito rimasto muto per la sua incredulità, un’esperienza di gioia e di lode. Gli stessi parenti e vicini di casa capirono che la nascita di quel bambino era opera di Dio, il quale aveva manifestato su di loro la sua misericordia e per questo si rallegrarono con lei. Possiamo cogliere nella scelta del nome l'intenzione da parte di Elisabetta di prendersi cura in prima persona del figlio. La cura materna, infatti, è una cura che sa fare posto al particolare, alla vita unica e irripetibile del bambino. È sempre cura dell’uno per uno, del figlio come unico figlio. Massimo Recalcati, nel libro “Le mani della madre” sottolinea che la funzione materna è quella di donare al figlio il sentimento della vita che viene. Attraverso il prendersi cura del suo piccolo la madre sa riconoscere il valore singolare del proprio figlio, sapendo donargli il suo valore insostituibile. Se la madre rappresenta l’oceano in cui il bambino s'immerge (Erich Fromm), il padre rappresenta le norme, i valori sociali, l’autorità, l’elemento di raccordo principale tra norme familiari e sociali o, come voleva Winnicott, se alla madre appartiene “la stabilità della casa”, al padre appartiene “la vivacità della strada”. L’imposizione di questo nome suscitò nel cuore di tutti la domanda: “Che sarà mai questo bambino, visto che non è il padre a dargli il nome?”. Si compie una frattura nella genealogia: la nascita di questo figlio segna la discontinuità tra ciò che è sempre stato e sempre sarà e un futuro invece impensato sino a quel momento. Elisabetta, dando un nome nuovo al proprio figlio, dà inizio a un futuro inimmaginabile. Lo stesso Gesù dirà che tra i nati da donna non è sorto uno più grande di Giovanni, e proprio lui, nel grembo di sua madre, esultò di gioia al saluto di Maria. Elisabetta, cresciuto Giovanni, ha la forza di lasciarlo andare, di lasciarlo libero; è capace di tagliare il cordone ombelicale permettendo così al proprio figlio di diventare l’amico per eccellenza dello sposo, che è Gesù. La maternità non è un’esperienza di centramento, ma di decentramento. La gioia che una madre prova non consiste forse nel vedere il proprio piccolo imparare a camminare o parlare o nel vederlo entrare nel mondo? Quel figlio che una madre ha custodito nel suo grembo e che ha nutrito con il suo sangue non è del tutto suo, perché questo figlio è sempre un’altra vita, non sua, è una vita sconosciuta.

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