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La vita sta cambiando pelle

Riflessioni sul Vangelo di don Umberto Cocconi: Gesù si mise a insegnare nella sinagoga

Gesù in sinagoga

Don Umberto Cocconi

Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (Vangelo di Marco).

Coloro che ascoltano Gesù rimangono stupiti, l’uomo di Nazareth non lascia indifferenti. Il Gesù storico coinvolge, spiazza, dove lui passa fiorisce la meraviglia. Su di lui nascono tante domande, Marco ne registra cinque: “Da dove gli vengono queste cose? Che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi, come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”. Da una parte si riconosce che Gesù è davvero uno di noi, è un uomo, anzi è troppo umano, non è di certo un super-man, insomma... qualitativamente dovrebbe essere un grande uomo, no? Ma al contempo si riconosce che lui è diverso da noi, in lui c’è una singolarità. Se da un lato sappiamo tutto sulla sua umanità, sulla sua famiglia e sulle sue relazioni sociali, ci sfugge però sempre qualcosa di lui, ovvero quel che non rientra nei nostri parametri, quel che umanamente non riusciamo a spiegarci e che ce lo fa apparire come proveniente da un mondo altro. Le prime eresie cristiane, più che la divinità di Gesù Cristo, hanno negato la sua vera umanità, mentre, fin dall'epoca apostolica, la fede cristiana ha insistito sulla vera incarnazione del Figlio di Dio “venuto nella carne”. Il primo Concilio Ecumenico di Nicea del 325 professò nel suo Credo che Gesù, il Figlio di Dio, è “generato, non creato, della stessa sostanza del Padre” e condannò la posizione di Ario, il quale sosteneva che «il Figlio di Dio veniva dal nulla» e che sarebbe «di un'altra sostanza o di un'altra essenza rispetto al Padre». Successivamente, un certo Nestorio vedeva in Cristo una persona umana congiunta alla Persona divina del Figlio di Dio; in contrapposizione a questa eresia Cirillo di Alessandria e il terzo Concilio Ecumenico, riunitosi a Efeso nel 431, hanno stabilito che «il Verbo, unendo a se stesso ipostaticamente una carne animata da un'anima razionale, [...] si fece uomo». Il Concilio Ecumenico di Calcedonia del 451, ha affermato: «Seguendo i santi Padri, all'unanimità noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo». Le sponde più distanti nell’oceano sconfinato dell’essere – Parola e carne – si sono abbracciate e con-baciate nell’uomo di Nazareth. Ogni epoca, ogni ideologia e ogni corrente di pensiero a Lui successiva ha tentato di rivestire Gesù con i propri panni: i razionalisti l’hanno rappresentato come il gentleman ideale dell’età vittoriana, i socialisti come il primo riformatore sociale, gli idealisti come la più alta manifestazione dello spirito umano e gli esteti come l’artista geniale della parola. Gesù viene ridotto a una misura straordinariamente umana, ma solo umana, finendo così col perdere quei tratti puramente divini, restando così solo il più umano tra uomini, il maestro sapiente e affascinante, il profeta della fratellanza universale. Riconoscere invece la divinità di Gesù non significa mettere a tacere la voce scomoda del profeta di Nazareth, non significa di certo diminuirne la forza critica, ma bensì accrescerla a dismisura. Dobbiamo chiederci piuttosto: “che salvatore sarebbe se non potesse salvare l’uomo di oggi?”. Lo può fare solo se è Dio. E infatti lo fa. Gesù non è venuto in mezzo a noi come una persona “già fatta”, come individuo “già imparato”, ha passato circa trent’anni a Nazareth, vivendo una vita uguale a quella di tutti, senza che nessuno si accorgesse di Lui. Non ci stancheremo mai di dire che Gesù è “veramente e perfettamente uomo”, ma non è un supereroe: si muove a compassione dei malati, dei piccoli e degli emarginati, si fa prendere dalla collera di fronte all’ipocrisia degli uomini religiosi; pure lui sperimenta il terrore e l’angoscia di fronte alla morte. Nel Natale noi contempliamo la gloria dell’Onnipotente che si rende totalmente impotente, ma potentissimo nella sua misericordia. A Gesù non è bastato assumere una natura umana generica, ma proprio quella contrassegnata dalla povertà, fragilità, debolezza e servizio, il tutto con scarsi, o meglio nulli, privilegi personali, ha camminato lungo quel sentiero che l'ha portato consapevolmente alla morte, alla morte in croce per noi. Questa scelta di Dio a me pare – afferma Lambiasi – il suo capolavoro. Il miracolo del suo amore “per noi uomini e per la nostra salvezza”: un amore infinito come la distanza tra la perfezione divina e l’imperfezione umana, attraversata dal dolore. E il dolore Dio lo prende su di sé, nascendo uomo, nella sua densità fisica – con il culmine sulla croce – e nella sua intensità morale – i tradimenti, gli abbandoni e le delusioni perchè ciascuno di noi, anche il più sventurato lo possa sentire come fratello.