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La vita sta cambiando pelle

Riflessioni sul vangelo di Don Umberto Cocconi: Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore.

Umberto Cocconi

Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli» (Vangelo di Giovanni).

“Portare frutto”, “portare molto frutto”, che cosa vuol dire se non “essere generativi”? Si è generativi nella misura in cui si è capaci di costruire relazioni profonde, perché ci fanno essere quello che altrimenti non saremmo stati. Fecondità, fertilità, relazionalità, viscere, grembo, maternità, paternità, tenerezza e, oggi, anche misericordia, rendono possibile il generare. «Generare è per eccellenza il modo dell’essere che non sta chiuso in sé, ma si riconosce in relazione, aperto verso gli altri e alla vita. Ed è anche, per eccellenza, il modo dell’agire: far essere qualcosa che prima non c’era» (Mauro Magatti e Chiara Giaccardi). Erik Erikson parla della generatività classificandola come una caratteristica dell’età adulta matura opposta alla stagnazione, propria invece di quell'adulto che è esclusivamente preoccupato di sé. Generare comporta lasciar andare, lasciar partire. A un certo punto occorre decidersi: accettare di farlo vivere autonomamente, lasciarlo andare per permettergli di essere. Il lasciar andare mostra al contempo come siamo stati insostituibili ma non eternamente indispensabili. Nel generare c’è una specificità che ha il nostro nome: questo è ciò che chiamiamo responsabilità. Generativo è dunque chi decide di mettere al mondo un valore e, in questo modo, introduce nel mondo una differenza. Per poter generare occorre prima di tutto poter concepire. Anche in questo caso l’etimologia ci mette sulla buona strada: cum capere infatti vuol dire “prendere presso di sé”, accogliere, contenere. È interessante (anche a questo proposito) ricercare l’etimologia della parola figlio, che descrive la nostra capacità di generare e di amare: figlio deriva da una parola sanscrita che significa “allattare” e in latino significa “libertà”. Generare, insomma, è essere capaci di prendersi cura dell’altro allattandolo, crescendolo per poi consegnare al mondo ciò che hai di più caro. È triste vedere oggi che le generazioni sono mute tra loro: i genitori di oggi sono senza parole, non sanno più dire ai loro figli le parole della fede, vivono secondo un sentimento di vita che fa a meno della preghiera, del Vangelo e della vita sacramentale. A questo riguardo Armando Matteo afferma che i figli di oggi, di cui i sociologi evidenziano l'estraneità alla fede, sono figli di questi adulti che non hanno dato più spazio alla cura della propria fede cristiana: hanno continuato a chiedere i sacramenti della fede, ma senza fede nei sacramenti, hanno portato i figli in Chiesa, ma non hanno portato la Chiesa ai loro figli, hanno approvato o forse in qualche caso tollerato l’insegnamento della religione, ma riducendola esclusivamente a una semplice questione scolastica. I piccoli non hanno colto i loro genitori nel gesto della preghiera o nella lettura del Vangelo. Siamo allora una generazione di smemorati, non raccontiamo più le grandi cose, i grandi eventi, siamo tutti protesi sul quotidiano, sul giorno che alla fine si spegne. Una Chiesa che desidera generare alla fede non deve interessarsi, in primo luogo, della salvaguardia della propria istituzione e delle sue strutture, bensì ciò che deve starle più a cuore sono prima di tutto le persone. Gesù di Nazareth non ha avuto come prima preoccupazione quella di fare dei discepoli, li ha avuti, ma ha avuto anche persone che egli accoglieva senza chiedere loro di diventare discepoli, persone alle quali lui diceva soltanto: “la tua fede ti ha salvato”. Nel Vangelo c’è l’intuizione che delle persone, anche senza saperlo, ovvero senza appartenere ai discepoli di Gesù, sono degli uomini e delle donne del Regno di Dio. Il primo compito delle nostre comunità non è semplicemente quello di trasmettere dottrine ma di comunicare storie che ci hanno cambiato la vita e di farlo in qualità di testimoni. Come dice Il Credo, Gesù è “generato e non creato”… il generare è qualcosa in più del creare, prevede una relazione più stretta tra le parti, un coinvolgimento maggiore, il portare avanti una parte di sé nell’altro; pertanto da buoni cristiani dobbiamo generare e non creare la fede nei giovani.

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