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La vita sta cambiando pelle

Riflessioni sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare.

Gesù nella Sinagoga

Don Umberto Cocconi

Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: «Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio». E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell'uomo». E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!» (Vangelo di Marco).

Gesù è un maestro e insegna, e coloro che lo ascoltano rimangono stupiti del suo messaggio perché parla con autorità. Massimo Recalcati, riflettendo sul ruolo del maestro, afferma che è proprio la voce del maestro a rendere vivo il sapere … rianimandolo permanentemente. L'effetto dell'insegnamento, infatti, consiste nel restituire vita a saperi che possono sembrare morti, mettendone in rilievo la loro inesauribilità. A questo riguardo - il noto psicoterapeuta - parla dell'insegnamento come di un atto d'amore, come una pratica erotica, in quanto in grado di generare il piacere di sapere, di possedere l'oggetto da apprendere e di generare qualcosa. «Questo stile passionale dell'insegnante trasforma i libri in corpi, gli oggetti di cui parla si trasformano in corpi erotici e gli allievi si trasformano in amanti, desiderosi di sapere. Questa è la luce di cui dovrebbe essere portatrice la scuola: l'insegnante che ama ciò che insegna porta con sé la possibilità della luce».

Il mettersi in ascolto delle parabole di Gesù significa vivere prima di tutto l'esperienza dello stupore e della meraviglia: le sue parole fanno sognare, aprono il cuore al desiderio. La parola di Gesù, come vedremo, è sempre una parola liberante, che affranca dalle paure, dal risentimento, dal non senso e apre alla realtà. Gesù, come un bravo insegnante, non trasmette prima di tutto dei contenuti, ma intessere relazioni, fa nascere, nei suoi uditori, delle passioni; fa in modo che il sapere diventi capace di spostare, attirare verso, mettere in movimento: sa accendere, mettere il fuoco nell’animo umano. L’etimologia del termine “educare” è “condurre dietro di sé”, “condurre sulla giusta via”. È proprio l'esperienza dell’essere trascinati, sospinti, portati via, condotti oltre, sino a divergere da ogni sentiero già tracciato. Non è proprio quello che si prova quando ci mettiamo in ascolto della parola di Gesù? Pietro rivolgendosi proprio al suo maestro gli dirà: “Tu hai parole di vita eterna”. I discepoli di Emmaus si diranno: “Non ci ardeva il cuore quando lui camminava con noi?”.

Una parola, quella di Gesù, che riscalda veramente il cuore e apre all'incontro con la verità che fa liberi. I veri insegnanti non sono quelli che ci hanno riempito la testa con la “broda del sapere”, ma quelli che ci hanno aperto orizzonti per condurci a dire “ancora”, che accendono il desiderio di conoscere “ancora”. Per questo si può dire che il bravo insegnante non è tanto colui che sa, ma colui che, per usare una bellissima immagine del padre sopravvissuto celebrato da Cormac McCarthy in La strada, sa “portare il fuoco”. Non è quindi qualcuno che istruisce raddrizzando la pianta storta, né qualcuno che sistematicamente trasferisce i contenuti da un contenitore a un altro, secondo schemi o mappature cognitive più o meno raffinate, ma colui che sa portare e dare la parola, sa coltivare la possibilità di stare insieme, sa valorizzare le differenze, la singolarità, animando la curiosità di ciascuno. Nella scena di apertura del Simposio, Socrate rifiuta la richiesta di Agatone che lo vuole vicino a sé per essere “riempito” della sua sapienza. Per Socrate senza ricerca personale non ci può dare conoscenza, in quanto il sapere si alimenta di vuoti, non di pieni.

Educare significa, non solo condurre, ma anche tirare fuori, aprire l’esistenza dell’individuo a nuovi scenari. La relazione educativa che si instaura tra Gesù e l’uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo che grida: «Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio», è terapeutica. Gesù compie nei confronti di quell’uomo un esorcismo, un’esperienza di liberazione. Quell'individuo si dice è “posseduto da uno spirito immondo”. Non ci sentiamo a volte anche noi “immondi”? Nel nostro intimo siamo abitati da esperienze e parole che ci mortificano, che ci hanno distrutto, che hanno tolto la bellezza che era dentro di noi, che ci fanno percepire che siamo sporchi, siamo una brutta persona, e questo ci porta a non avere più stima di noi stessi? Lo stesso Gesù deve, al contrario, fare i conti con una parola “Io so chi tu sei. Il santo di Dio” che lo potrebbe attirare nella trappola del narcisismo, nel sentirsi davvero un Dio e quindi nell'abusare del proprio potere. Per questo Gesù rivolgendosi a quell'uomo posseduto grida: “Taci”. Allora “lo spirito immondo straziandolo e gridando forte uscì da lui”: scopriamo che il cammino educativo è sempre un'esperienza di lotta, di liberazione, di morte e vita che si intrecciano, di rinascita e di cambiamenti.

Oggi si parla di competenza educativa, ma la competenza di cui dovrebbe essere fornito un insegnante è la passione educativa, l’amore per la verità, l'amore per il discente. Allora sì - come afferma Recalcati - che “un’ora di lezione può cambiare una vita” . Questo diventa possibile se l’insegnante e l’adulto in genere, si pongono come testimoni dell’erotismo del sapere, della possibilità del risveglio o della scoperta del desiderio, senza il quale non ci può essere un reale apprendimento. Il vero maestro non si considera proprietario del sapere, ma testimone dell’eroticità del desiderio di esso, incarna il desiderio di ottenerlo e questo fa sì che l’allievo si trasformi in amante del sapere.

Un cordiale saluto da Don Umberto 
Pastorale Universitaria Parma

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