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La vita sta cambiando pelle

Riflessioni sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto

Battesimo di Gesù

Don Umberto Cocconi

In quei giorni Gesù uscì da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Vangelo di Marco).

Che cosa avrà provato Gesù sentendo su di sé la voce del Padre che gli dice: «Tu sei il Figlio mio l’amato, in te mi sono compiaciuto»? Una grade gioia? Felicità? Senz’altro, ma prima di tutto ha sperimentato sicurezza, stima; gli è stata data la forza per affrontare la vita e compiere così la sua “mission”.

Che cosa succede invece nella vita di una persona quando non sente più che qualcuno l’ama, che gli dà fiducia, che gli fa sentire quanto è unico e speciale? Nel film Loveless, “senza amore”, si racconta con immagini eloquenti il vuoto esistenziale di un figlio che non si sente più amato dalla propria famiglia. I suoi genitori Zhenya e Boris stanno per separarsi e devono vendere l'appartamento in cui vivono, la loro è ormai una rottura totale, in cui si gettano addosso tutte le recriminazioni di un rapporto finito male. I due hanno già nuove storie: Zhenya con un facoltoso professionista, padre di una figlia ormai adulta; Boris invece aspetta un figlio da una giovane donna. Il loro figlio, Alyosha, di dodici anni, non si sa quale destino avrà, in quanto entrambi i genitori sembrano fare a gara per non tenerlo. C’è nel film una scena bellissima, di una intensità emotiva impressionante: mentre i genitori discutono animatamente sul destino del figlio, per decidere chi dei due deve dirgli che sarà mandato in un collegio, la macchina da presa si sposta e riprende il bambino nascosto dietro la porta che piange disperatamente al buio. Il figlio, vista la situazione di profonda disperazione abbandona la casa, scompare in modo improvviso e misterioso e, per i genitori, tale assenza è percepita come fastidiosa, visto che interrompe lo slancio con cui progettano i rispettivi futuri. «Un’umanità schiava dei selfie e della routine, in cerca di amore ma incapace di amare, attende indifferente la fine del mondo. Che per una coppia che si sta separando malamente, tra urla, amanti incinte e ripicche, arriva nel momento in cui il figlio 12enne (da sempre un peso per entrambi...) non si trova più. Scomparso nel nulla» (Filiberto Molossi). Loveless è, in sostanza, la storia di un ragazzino che avverte di essere sempre più “privo dell’amore” da parte dei suoi cari. Essi, così presi dalle loro nuove storie affettive, non dimostrano più interesse per lui. Il bambino proprio con la sua sparizione certificherà il fallimento di questa umanità, incapace di amare, di prendersi cura del frutto del proprio amore. Viviamo in un tempo in cui gli adulti faticano a sentirsi genitori, infatti si parla non solo di “evaporazione” della figura paterna, ma anche di incapacità della figura materna di prendersi cura della prole. La madre avverte oggi la presenza del figlio come una minaccia alla propria femminilità e un ostacolo alla propria affermazione sociale. “Eccoci, noi ci siamo” - secondo Recalcati - è questa la prima parola che fa essere genitori, e che fa diventare un uomo e una donna, padre e madre e fa sentire a chi nasce di essere un figlio amato. Di fronte a chi grida nella notte c’è una risposta, ossia un volto, un abbraccio accogliente: “Eccoci” è la risposta a questo grido nella notte, è la risposta che divinizza la vita e identifica un genitore e un figlio. “Eccomi” significa: “sono qui per te, ti ho voluto, tu sei mio figlio”. Dove c’è presenza e contenimento la vita si umanizza. «La genitorialità è innanzitutto presenza e parola, il primo compito della genitorialità è quello di far sentire i propri figli non abbandonati, non soli» (Recalcati). Essere genitori, pertanto, significa “umanizzare” la vita dei nostri figli e, se il padre è il volto umano della legge, la madre è la particolarizzazione della cura e dell’amore, nessun figlio è amato allo stesso modo. La madre infatti ama un nome, non ama genericamente. L’amore materno non è mai amore per una rappresentazione ideale, ma piuttosto amore per la sua irregolarità, per la sua unicità. Quello che la maternità insegna è una prassi di ascolto, di cura, di pazienza; tutte azioni che contrastano fortemente l’individualismo e il godimento sfrenato simbolo e cancro della nostra società. Essere padre e madre consiste non solo nel custodire, ma nel dare fiducia, nel dire al proprio figlio “vai, vivi la tua vita”. Maria e Giuseppe hanno saputo dire con la loro esistenza a Gesù “Eccoci, siamo qui per te” e ora sono capaci di dire al loro figlio “vai nel mondo, esci da Nazaret, vivi la tua vita come un dono”. La prima azione pubblica di Gesù è quella di mettersi in fila con i peccatori e farsi battezzare da Giovanni sulle rive del Giordano. Gesù si immerge in tal modo nella nostra storia, condivide la nostra condizione umana, si mostra in tutto solidale a noi. Vedendo questo il Padre celeste gli dice: “Tu sei proprio mio figlio, sei come me …. Proprio perché in te si rivela l’amore verso tutti”.

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