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La vita sta cambiando pelle

Riflessioni sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: Vivere è prepararsi, trasformarsi, accedere allo status del saggio

Cosa dobbiamo fare?

Don Umberto Cocconi

Le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco» (Vangelo secondo Luca).

“Che cosa devo fare?”. Questa è la domanda centrale che, come il grande profeta Giovanni suggerisce, dovremmo farci… La risposta oggi l’ho ritrovata nel titolo del libro di Peter Sloterdijk: Devi cambiare la tua vita. L'imperativo che il filosofo tedesco ci pone ha un carattere trasformativo: gli esseri umani sensibili al suo richiamo dovrebbero cominciare a lavorare su loro stessi, sul loro sé. Vivere è prepararsi, trasformarsi, accedere allo status del saggio, rispondere alla tensione verticale che impone di elevarsi verso l’alto. Il libro Devi cambiare la tua vita è nella sostanza un libro sulla virtù. Non sulla virtù del giusto mezzo, quella che rifugge la hybris, bensì sulla virtù portata al suo massimo potenziale, ossia all’ascesi. Il perno su cui ruotano le pagine è proprio l’ascesi, ossia una serie di pratiche o esercizi che spingono l’essere umano al di là delle proprie possibilità di partenza. L’insieme degli esercizi ascetici da praticare è volto a migliorare la condizione umana, con lo scopo ultimo di scongiurare il non senso, il vuoto, il nulla, la morte. Si diventa in tal modo persone che sono alle prese con la verticalità, che non è solo un fatto fisico, ma un progetto strutturale e psicosomatico: «Non è l’andatura eretta che fa dell’uomo un uomo, ma è la consapevolezza embrionale del divario interiore che porta l’uomo in posizione eretta» (Peter Sloterdijk). Chi cerca esseri umani troverà acrobati. L’acrobatica - ossia l’essenza del modo di vivere umano - fa sì che ogni cosa che in precedenza appariva ardua, progressivamente venga vista come sempre più semplice, fino ad acquisire lo statuto di normalità. L’umanità è in perenne tensione, è sempre sospesa su una fune percorsa in punta di piedi, tra tribolazioni e rischi mortali: è per questo che «chi cerca uomini trova asceti e chi osserva asceti scopre acrobati» (Peter Sloterdijk). L’acrobazia, in tal modo, scardina la banalità dell’abitudine, rinnova costantemente l’altrimenti sterile ripetizione degli esercizi: «L’esistenza acrobatica toglie banalità alla vita, ponendo la ripetizione al servizio dell’irripetibile. Essa trasforma tutti i passi in primi passi, perché ciascuno può essere l’ultimo. Per essa esiste una sola azione etica: andare oltre ogni condizione data, conquistando l’improbabile. L’acrobazia è acciuffare la realtà della morte per scagliarla sempre più oltre» (Peter Sloterdijk). Camminando sulla corda dell’improbabile, il funambolo è sempre sull’orlo del precipizio, ma costantemente al di sopra della morte. Lotta contro quella forza che lo trascina in basso verso il baratro: la forza di gravità. Il termine “acrobatica” rimanda all’espressione greca usata per indicare il camminare sulle punte dei piedi (da akros, alto, in cima, e bainein, andare, camminare). L’uomo nuovo è un funambolo: «Chi sta in bilico sulla fune sospesa vive per fornire agli spettatori un motivo per guardare in alto» (Peter Sloterdijk). Proprio in questo stare in alto, e nel far sì che gli spettatori rivolgano lo sguardo verso quella direzione, è racchiuso il senso del “super”: l’uomo del “super” è l’acrobata che attira lo sguardo proprio dove sta agendo. Per lui l’esistenza, “esser qua”, significa essere, in alto. Ogni artista cerca di realizzare l’acrobazia delle acrobazie, cioè, come direbbe un poeta del nostro tempo: “andare al massimo”. L’ascesi muove la persona facendogli toccare vette altrimenti irraggiungibili. Il monito “Devi cambiare la tua vita” diventa così per noi l’imperativo assoluto. La voce che impone questo cambiamento è come se provenisse da una dimensione, sì interiore, ma soprattutto superiore al soggetto, come se rappresentasse la parte migliore della volontà: Io vivo, ma qualcosa mi dice con autorità inconfutabile, non vivi ancora correttamente. L’autorità del Battista mi dice: “tu devi, perché puoi”, è l’autorità di una vita diversa da questa vita. Si potrebbe dire che per il cristiano vi è un “super” che va oltre il “super”. Se l’ascesi ci porta oltre, conducendoci alle virtù, alle qualità che ci fanno esseri umani, lo Spirito che è fuoco ci spinge al di là dell’umano, a credere, a sperare e amare, a vivere la vita divina. Come canta Renato Zero: «E poi, Più in alto e ancora su, Fino a sfiorare Dio, Più su, più su, più su, Ed io mi calerò nel ruolo che è ormai mio, Finché ci crederò, finché ce la farò… …Più su, più su … Fino a sposare il blu, Fino a sentire che, Ormai sei parte di me… Più su, più su, più su».