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La vita sta cambiando pelle

Scontro totale in Spagna

Il tribunale Costituzionale spagnolo sospende la seduta del Parlamento catalano di lunedì. La partita tra Madrid e Barcellona nel caos. Il Banco Sabadell decide oggi il trasferimento della sede a Alicante o Madrid

Che succede in Spagna? Si sta per aprire un altro fine settimana ad alta tensione. Il Tribunale Costituzionale spagnolo ha sospeso la seduta del Parlamento catalano di lunedì, quella che avrebbe dovuto dichiarare l'indipendenza. Siamo allo scontro totale, la tensione è altissima e l'esito finale di questa partita politica mortale è incerto. Come sono messi i pezzi sulla scacchiera? Il titolare di List vede questo schema di gioco: 

  1. Il premier spagnolo, Mariano Rajoy, non cambia la linea dura, mette sotto pressione il parlamento catalano, mostra all'avversario l'indice che sfiora il pulsante che fa scattare il seggiolino eiettabile, l'articolo 155 della Costituzione spagnola, quello che sospende l'autonomia di una regione "ribelle";
  2. Il capo del governo catalano, Carles Puigdemont, cerca sponde istituzionali per sostenere la causa dell'indipendenza. Non ha molto tempo a sua disposizione, giusto un fine settimana, poi lunedì se non ci saranno fatti nuovi a sostegno di un cambio di linea dovrà mantenere l'impegno preso con gli elettori e fare in Parlamento la dichiarazione di indipendenza della Catalogna. L'Unione europea gli ha risposto picche, il quotidiano *La Razon* stamattina parla di una mediazione del Vaticano, unica istituzione percepita come "super partes" da Puigdemont, secondo quanto riporta il giornale spagnolo;
  3.  Il Re di Spagna, Felipe VI, nel suo discorso ha rotto il rapporto con una parte del popolo catalano, ha preso le parti del Palazzo della Moncloa (la sede della presidenza del governo spagnolo), difeso la Costituzione della Spagna ma nello stesso tempo diviso per sempre il paese. La Corona non è più super partes, dall'altro ieri è un soggetto che gioca contro la Catalogna e questo lo percepiscono anche i catalani che non sono a favore dell'indipendenza. Felipe VI è nei guai, ha minato l'istituzione monarchica più di quanto si immagini;
  4. L'Unione europea non può permettersi una strambata sul tema dell'indipendenza di nessuna delle "piccole patrie" presenti in Europa. La Brexit impone a tutti prudenza, il Belgio ha i suoi problemi tra fiamminghi e valloni, gli inglesi presto o tardi avranno un conto da regolare definitivamente con la Scozia, la Francia (l'avete dimenticato?) ha avuto i suoi giorni di fuoco con la Corsica, stamattina alla Camera un gruppo politico sardo, Unidos, presenta una proposta di legge costituzionale per il referendum sull'autodeterminazione della Sardegna (tema *caliente*, ve lo dice il titolare che di cose dell'isola ha una certa esperienza), i Balcani non sono un lontano ricordo e, infine (e lo vedremo tra qualche riga in maniera un po' più estesa) si sta aprendo un fossato gigantesco tra Bruxelles e i paesi dell'Est Europa, quelli di un allargamento economico a cui non è seguito un avvicinamento politico;
  5. La Francia è spettatore - ancora una volta - interessato del gioco catalano. Per ragioni geografiche, è sul confine dei Pirenei, appoggiata a Andorra, nella nuova regione francese che dal 2016 si chiama Occitania; per ragioni politiche, la Spagna è un avversario della Francia, uno stato in ascesa che a Parigi fa comodo avere in una condizione di debolezza permanente, come l'Italia. Parigi non darà una mano a Madrid a uscire dal problema, ma non farà niente neanche per dare agli indipendentisti lo scettro della Catalogna, il limbo è la condizione ideale. Finché dura, poi si vedrà:
  6. La Germania ha in agenda altri problemi: Angela Merkel deve fare un governo in condizioni non proprio idilliache, la Spagna era un partner stabile, oggi lo è di meno, domani forse potrebbe precipitare in una situazione caotica. Merkel attende gli sviluppi, è una sferruzzatrice di diplomazia, tesse la lana e attende che Rajoy, partner nel Partito popolare europeo, trovi una soluzione alla crisi istituzionale;
  7. Gli Stati Uniti sostengono la Spagna unita, Trump è alleato di Rajoy che solo pochi giorni fa alla Casa Bianca ha incassato il sostegno dell'amministrazione americana: "La Spagna è un grande Paese e dovrebbe restare unito. Stiamo parlando di un grande, grande Paese e dovrebbe restare unito", ha detto il presidente degli Stati Uniti. Una Spagna frazionata, sarebbe un problema per Washington che ha una base navale a Rota, nella provincia di Cadice, e una base aerea a Moron, a pochi chilometri da Siviglia, e usa la Spagna come catapulta per il controllo del Mediterraneo e del Nord Africa. Le due basi sono vicine a Gibilterra, roccaforte inglese, sempre sotterraneamente contesa tra Madrid e Londra, soprattutto in tempo di Brexit;
  8. La Banca centrale europea guarda con crescente preoccupazione gli sviluppi della crisi. Una uscita della Catalogna fuori dal perimetro nazionale spagnolo metterebbe a rischio l'attività delle istituzioni finanziarie. La Catalogna è sede di numerose banche di primaria grandezza. La situazione catalana si sta pericolosamente avvitando verso una "grecizzazione" del tema finanziario.
Quanto è grave tutto questo e quanto siamo vicini a una rottura del patto costituzionale che tiene insieme Madrid e Barcellona? La notizia che certifica lo stato incandescente della crisi è arrivata stamattina: il Banco Sabadell si riunirà stasera per discutere lo spostamento della sede legale fuori dalla Catalogna. La sede probabilmente sarà ad Alicante, fonti della banca dicono che anche Madrid è tra le città prese in considerazione per il trasferimento. La mossa è quasi obbligata, anticipa lo scenario peggiore, quello in cui una fuoriuscita della Catalogna dalla Spagna (e dunque dall'Europa) metterebbe a serio rischio le attività della banca nella cornice delle regole della Banca centrale europea. Le altre seguiranno. Il primo colpo del Banco Sababell è enorme, perché segnala il precipitare della situazione, è partito il conto alla rovescia dell'indipendenza della Catalogna. Anche Caixa Bank sta preparando il piano per trasferire la sua sede legale. Le due banche dal giorno della riapertura della borsa spagnola hanno perso tre miliardi di euro di capitalizzazione. Ogni azione ha delle conseguenze inattese, quello che tutte le parti in causa sembrano non aver capito fino in fondo. È un gioco pericoloso. 
 
Viviamo tempi interessanti, forse troppo. Su List si è aperto un grande dibattito sulla Catalogna e il destino dell'Europa, le sue unioni e le sue sempre più evidenti linee di frattura. Il titolare ha letto e risposte a tantissime lettere, gli autori di List sono percorsi da stati d'animo contrastati, smarriti, chi ha legami di sangue con la Spagna, come il socio spagnolo di List, Maite Carpio, ha scritto sulla vostra newsletter di avere "il cuore spezzato" e ha fissato in questo spazio di analisi e dibattito le opzioni che hanno di fronte spagnoli e catalani, ricordando a tutti che senza trattativa ci sarà il caos. Siamo di fronte a una gigantesca questione politica che riguarda l'Europa, il suo modo di "stare nel mondo", il rapporto con i suoi cittadini, l'eterna questione tra governanti e governati. Bianca Berardicurti (la leggerete tra poco direttamente qui) ha partecipato al Foro di dialogo Italia-Spagna e ne ha tratto un'impressione vivissima di smarrimento - e paura - tra gli uomini e le donne di Spagna e tra chi ha cuore i destini dell'Unione europea, una testimonianza vivissima che ha messo nero su bianco per List. Giulia Massotti ha preso il chiodo della crisi in Catalogna per appendere un quadro su un nuovo Parlamento europeo (potete scaricare qui il suo lungo e colto articolo in file pdf), la visione dell'Europa di Macron, la prospettiva della creazione di liste elettorali trasnazionali per l'elezione dei deputati europei, un superamento dei partiti attuali in una versione europea del modello di En Marche.

Sono riflessioni che aiutano a ricostruire il mosaico della contemporaneità, preparano a capire, sapere, decidere. Senza l'analisi, si resta come le masse inconsapevoli, si vive come pesci nell'acquario. Ti danno da mangiare e là vicino c'è un gatto che ti guarda e prima o poi mette la zampa dove stai nuotando. Che facciamo? Siamo il gatto, amiamo stare a tavola, non nel menù. Lesti e felini, andiamo a leggere cosa ha scritto Bianca Berardicurti, una che usa il diritto (è un avvocato) ma sa usare anche il rovescio del sentimento. 

Bianca Berardicurti

Ho trascorso gli ultimi giorni a cercare (in modo molto sentimentale, molto doloroso) di comprendere la crisi catalana. Mentre partecipavo al 15° Foro di dialogo Italia-Spagna ho avuto l’occasione di confrontarmi con vari amici, di ora in ora sempre più preoccupati. L’esito era quasi scontato: non ho compreso fino in fondo le cause, le radici profonde del conflitto, ma ho visto tutto, ascoltato molto, provato a elaborare un’informazione alla volta.

Quello che ho visto somigliava a un’improvvisa sospensione dell’incredulità: persone tacersi all’improvviso durante una conversazione per riflettere, politici di lungo, medio o breve corso ammettere costernati che nessuno, o quasi nessuno, in Spagna, forse neanche il Governo stesso, avrebbe mai davvero creduto che la crisi potesse arrivare a questo punto; che nessuno, o quasi nessuno, aveva mai davvero considerato la secessione come un’ipotesi realistica.

Ho visto con i miei occhi l’indipendenza della Catalogna passare dal novero delle cose astratte e impossibili (o quantomeno lontane o assai improbabili) a quello delle cose reali e possibili. Ho ascoltato e, piano piano, provato a incamerare una grande quantità di informazioni e sentimenti contrastanti. Reazioni emotive altalenanti al susseguirsi degli eventi (il discorso del Re, inutile, vuoto, omissivo, il discorso di un Re che secondo alcuni ha smesso in quel preciso istante di essere il sovrano di tutti gli spagnoli o, al contrario, un discorso dovuto, dal contenuto vincolato e inevitabile); informazioni e piccoli dettagli che forse non si collocano sullo sfondo ma alla base del problema (lo sapevate, voi, che nelle scuole pubbliche in Catalogna si studia in català?).
 
Ho sentito persone rievocare con terrore e preoccupazione il fantasma della guerra civile – “ci saranno dei morti” ha detto qualcuno, e l’ha ripetuto più volte - forse (o almeno questa è stata la mia impressione) realizzando l’idea nell’istante stesso in cui la frase veniva formulata.

Ho sentito parlare di sforzi, tentativi bene e mal riusciti di una democrazia relativamente giovane alle prese con problemi dalle radici antiche, un passato ingombrante, un paese da costruire. Ho sentito persone ritrovarsi all’improvviso, dopo la reazione repressiva del Governo centrale, a simpatizzare con la causa indipendentista e con chi la sostiene. Ho sentito parlare di una lacerazione profonda e dolorosa, che divide il Paese indipendentemente dalle classi sociali che lo compongono. Da un lato di questa lacerazione, sta una parte di popolazione pronta a staccarsi, perché sente forte e oppressiva la presenza di un Governo lontano, condiscendente, a tratti estraneo.
 
È un gioco a somma zero in cui la razionalità, da entrambe le parti, sembra rivestire un ruolo marginale, e da cui la politica esce timida e meschina, arretrando di fronte alla legge, in parte giurisdizionalizzandouna crisi che non potrà certo comporsi con l’asettica applicazione di norme, così abdicando alla propria funzione politica di composizione e indirizzo. Ciò che è legale non necessariamente è legittimo e, di certo, non rappresenta di per sé una scelta politica.
 
Questo arretramento rischia di peggiorare 
nell’ipotesi – per molti la più probabile – di trigger da parte del Governo dell’articolo 155 della Costituzione, provvedimento che di fatto revocherebbe l’autonomia della Catalogna: non che non ve ne siano i presupposti, ma la revoca dell’autonomia è davvero una soluzione politica? Trattare, come scrive Maite Carpio, socio spagnolo di List, mediare, comporre, ripensare, includere: questa è una soluzione politica; applicare, invece, è un verbo che si colloca fuori dall’area semantica della politica.
 
Trattare, mediare, comporre, ripensare, includere. Magari – o almeno questo è l’auspicio – con il supporto dell’Unione europea, “l’unica grande utopia realistica” di cui disponiamo nel presente (l’espressione, meravigliosa, è di Javier Cercas su Il Corriere della Sera). All’Europa possiamo oggi chiedere di vestire i panni inediti di mediatore e garante, di porre il primo mattone di quel progetto solidale e politico di cui abbiamo bisogno per sentirci meno soli.
 
E se gli strumenti e le competenze per il soft step della UE nella crisi spagnola non sono ancora nel novero delle cose reali e possibili, sarà bene che lo diventino presto: perché se c’è una cosa che ho compreso alla fine dei miei sforzi, è che non c’è più molto tempo a disposizione.

***
Che facciamo? Andiamo a vedere chi ha vinto il premio Nobel per la letteratura, un tema che appassiona tanti lettori di List. Viene prima di mille altre notizie, subito dopo quella che per noi è la più importante e unica che meriti oggi di essere approfondita (la crisi in Catalogna) perché la letteratura è il battello dei sommersi e dei salvati, è quello cosa meravigliosa che ci trascina in fondo, ci costringe all'esplorazione della nostra anima e poi ci fa riemergere. L'altro ieri non a caso abbiamo riportato su List una frase pronunciata da William Faulkner quando ricevette il premio Nobel:

Credo che l' uomo non solo resisterà: prevarrà. Egli è immortale, non perché solo tra le creature ha una voce inesauribile, ma perché ha un'anima, uno spirito capace di compassione, sacrificio e resistenza. Il dovere del poeta, dello scrittore, è quello di scrivere di queste cose. È suo privilegio aiutare l'uomo a sopportare sollevando il suo cuore, ricordandogli il coraggio, l'onore, la speranza, l'orgoglio, la compassione, la pietà e il sacrificio che sono stati la gloria del suo passato. La voce del poeta non deve essere solo la testimonianza dell'uomo, può essere uno dei suoi sostegni, i pilastri per aiutarlo a resistere e a prevalere.

Correva l'anno 1949, il mondo usciva da due spaventose guerre mondiali. In ogni casa c'era un vuoto, una persona caduta, un lutto, un ricordo senza fine. Siamo nel 2017 e viviamo tempi interessanti, forse troppo. Chi ha vinto il Nobel per la letteratura? Andiamo in Svezia. 


Il Nobel a Kazuo Ishiguro

Eccolo qui, il vincitore. Un figlio dell'Asia che è sempre vissuto nell'isola d'Inghilterra fin da bambino, Kazuo Ishiguro. Ha un sorriso appena abbozzato, lo sguardo che dice "domani, ci sarà sempre un domani", le mani giunte, l'abito scuro, uno sfondo che sa di bosco, l'umanità che è questa figura chiusa in un silenzio così denso da risuonare furiosamente come una campana. Ishiguro è un grande scrittore di origine giapponese, è nato l'8 novembre 1954 a Nagasaki, si trasferì in Gran Bretagna quando aveva cinque anni, tornò in Giappone solo da adulto. I suoi primi tre lavori sono non a caso sulle conseguenze della Seconda guerra mondiale - eccola, l'onda lunga del conflitto, la morte e la resurrezione che partono dal Faulkner che abbiamo citato - e il primo romanzo "Un pallido orizzonte di colline",era ambientato in quel tempo, tra Londra e la Nagasaki distrutta dalla bomba atomica. Quel bambino che a cinque anni lasciò il Giappone non ha mai dimenticato le sue radici, le ha continuate a innaffiare in un altro luogo fisico, lontano (l'Inghilterra), e in luogo vicinissimo e metafisico (la letteratura). La fama arrivò con il romanzo "Quel che resta del giorno", da cui James Ivory nel 1993 trasse l'omonimo film. Mr. Stevens, il maggiordomo, racconta la sua vita. Stile british, una delicata anima giapponese controlla il getto d'inchiostro, misura, dispensa, la forma dell'equilibrio. La motivazione del Nobel dice che Ishiguro è un mix di Franz Kafka e Jane Austen. È la conferma che le motivazioni dei premi di solito sono un ottimo motivo per non andare a ritirare i premi.

Cosa facciamo? Non è il momento buono per leggere Ishiguro e poi è appena uscito l'ultimo libro di Ken Follett, "La colonna di fuoco" e bisogna mettersi a rovistare nell'archivio di questo grande tessitore di trame per capire cosa muove ancora oggi la storia che sembra lontana e in realtà è immanente. E allora? Tra i fatti notevoli della giornata, c'è ancora una cosa: il discorso del Papa alla Pontificia Accademia per la Vita.

Il Papa, la donna, l'uomo e la vita

Qual era il tema affrontato dal Papa? Ecco il titolo: "Accompagnare la vita. Nuove responsabilità nell’era tecnologica". Il profondo dilemma del nostro tempo. Cosa ha detto Papa Francesco? Ecco la sintesi sul taccuino del titolare, i passaggi chiave sono ulteriormente sottolineati: 

  • Il tratto emblematico di questo passaggio può essere riconosciuto sinteticamente nel rapido diffondersi di una cultura ossessivamente centrata sulla sovranità dell’uomo — in quanto specie e in quanto individuo — rispetto alla realtà. C’è chi parla persino di egolatria, ossia di un vero e proprio culto dell’io, sul cui altare si sacrifica ogni cosa, compresi gli affetti più cari. Questa prospettiva non è innocua: essa plasma un soggetto che si guarda continuamente allo specchio, sino a diventare incapace di rivolgere gli occhi verso gli altri e il mondo. La diffusione di questo atteggiamento ha conseguenze gravissime per tutti gli affetti e i legami della vita;
  • Non può essere passato sotto silenzio lo spregiudicato materialismo che caratterizza l’alleanza tra l’economia e la tecnica, e che tratta la vita come risorsa da sfruttare o da scartare in funzione del potere e del profitto;
  • Uomini, donne e bambini di ogni parte del mondo sperimentano con amarezza e dolore le illusorie promesse di questo materialismo tecnocratico. Anche perché, in contraddizione con la propaganda di un benessere che si diffonderebbe automaticamente con l’ampliarsi del mercato, si allargano invece i territori della povertà e del conflitto, dello scarto e dell’abbandono, del risentimento e della disperazione. Un autentico progresso scientifico e tecnologico dovrebbe invece ispirare politiche più umane;
  • L’alleanza dell’uomo e della donna è chiamata a prendere nelle sue mani la regia dell’intera società. (...) Le forme di subordinazione che hanno tristemente segnato la storia delle donne vanno definitivamente abbandonate. Un nuovo inizio dev’essere scritto nell’ethos dei popoli, e questo può farlo una rinnovata cultura dell’identità e della differenza. L’ipotesi recentemente avanzata di riaprire la strada per la dignità della persona neutralizzando radicalmente la differenza sessuale e, quindi, l’intesa dell’uomo e della donna, non è giusta. Invece di contrastare le interpretazioni negative della differenza sessuale, che mortificano la sua irriducibile valenza per la dignità umana, si vuole cancellare di fatto tale differenza, proponendo tecniche e pratiche che la rendano irrilevante per lo sviluppo della persona e per le relazioni umane. Ma l’utopia del “neutro”rimuove ad un tempo sia la dignità umana della costituzione sessualmente differente, sia la qualità personale della trasmissione generativa della vita. La manipolazione biologica e psichica della differenza sessuale, che la tecnologia biomedica lascia intravvedere come completamente disponibile alla scelta della libertà – mentre non lo è! –, rischia così di smantellare la fonte di energia che alimenta l’alleanza dell’uomo e della donna e la rende creativa e feconda.
  • Si tratta, anzitutto, di ritrovare sensibilità per le diverse età della vita, in particolare per quelle dei bambini e degli anziani. Tutto ciò che in esse è delicato e fragile, vulnerabile e corruttibile, non è una faccenda che debba riguardare esclusivamente la medicina e il benessere. Ci sono in gioco parti dell’anima e della sensibilità umana che chiedono di essere ascoltate e riconosciute, custodite e apprezzate, dai singoli come dalla comunità.

È un intervento di altissimo profilo, c'è poco da discutere sul punto. Francesco coglie il cuore della contemporaneità e lo interpreta secondo i canoni della fede, della religione cattolica. Potrebbe sembrare progressista in economia - molto vicino alle idee della critica anche più radicale al capitalismo - e conservatore sui temi bioetici, in realtà fa il Papa in un tempo difficile per tutti, anche per la sua Chiesa, il suo disegno è in cerca di un nuovo inizio. Lo troverà? 

Il taccuino

  • 5 ottobre. Italia. Riunione al Quirinale del Consiglio Supremo di Difesa. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato il vertice per un esame dello scenario internazionale, un punto sulla cooperazione europea e un aggiornamento sull’attuazione del libro bianco della Difesa.
  • 5 ottobre. Italia. Nota mensile Istat sull’andamento dell’economia italiana. La crescita è discreta, l’occupazione no. La sintesi di questo quadro verrà confermata dalla nota, restano i dubbi su un Def molto ottimista, previsioni degli analisti meno entusiastiche e una legge di stabilità in pieno ciclo elettorale.
  • 5 ottobre. Stati Uniti. Pioggia di dati dall’America: iscrizione alle liste di disoccupazione, commercio internazionale, ordinativi del settore manifatturiero, report sul gas naturale, indice Bloomberg sulla fiducia dei consumatori. L’economia americana cresce a ritmo sostenuto, ma non si vede all’orizzonte una politica per ridurre il gap nei redditi.
  • 5 ottobre. Francoforte. La Banca centrale europea pubblica le minute dell’ultima riunione di politica monetaria del 7 settembre. Altro punto di avvicinamento alla discussione di metà ottobre che la Bce avvierà sul futuro del programma di acquisto dei titoli di Stato, il quantitative easing. 
  • 6 ottobre. Svezia. Viene assegnato il premio Nobel per la pace. Qui trovate tutte le informazioni: www.nobelprize.org

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