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La vita sta cambiando pelle

SE IL CUORE DIVENTA UN CRIMINE

Il caso migranti

Fabrizio Gatti

Questa volta si è andati oltre l’osceno. Il soccorso di persone in difficoltà, e il dovere che lo impone, non è soltanto un obbligo di legge: è anche la condizione essenziale, minima, fondamentale dell’essere umano. Fuori da questa condizione, rimane la barbarie.

Due fatti avvenuti ai nostri confini dimostrano che in Europa abbiamo già superato il «saremo cattivi », promesso nel 2009 dall’allora ministro dell’Interno leghista, Roberto Maroni. Il primo fatto: una guida alpina è stata denunciata dall’autorità francese per favoreggiamento dell’immigrazione illegale, per aver trovato in mezzo alla neve del Monginevro, a oltre 1.800 metri al confine con l’Italia, e portato a valle due bambini nigeriani di due e quattro anni, il loro papà e la loro mamma incinta in preda alle doglie. Il secondo: i ministeri dell’Interno e dei Trasporti italiani, grazie ai rimpalli di responsabilità diramati attraverso la Guardia costiera, hanno messo l’organizzazione umanitaria spagnola Proactiva Open Arms nelle condizioni di essere accusata dalla Procura di Catania di associazione a delinquere, con l’aggravante di avere messo in pericolo delle vite. Sia la guida alpina, sia l’equipaggio di una nave dell’ong di Barcellona avevano appena soccorso persone in difficoltà, in montagna e in mare aperto. E per questo si trovano ora sotto inchiesta. L’anno scorso Proactiva aveva firmato il protocollo del ministro dell’Interno Marco Minniti, ma a nulla è servito.

Le due vicende non toccano questioni sociali o economiche come il controllo dell’immigrazione, la pianificazione demografica, la pubblica assistenza. Riguardano semplicemente l’obbligo di soccorso. E la sua criminalizzazione, decisa dall’autorità di due Stati membri fondatori dell’Unione Europea.
Anche se guardiamo il mondo soltanto attraverso le lenti della legalità, la guida alpina e i marinai dell’ong hanno rispettato la legge. In Italia l’omissione di soccorso è punita dall’articolo 593 del Codice penale e, tra gli altri, dagli articoli 69 e 1158 del Codice della navigazione. La Libia, che rimane un inferno umanitario, non ha invece firmato e nemmeno applica le convenzioni necessarie per essere dichiarata un porto sicuro. Il fatto che i governi di Roma e Tripoli abbiano siglato un accordo politico bilaterale non colma le lacune in merito alle norme di valore internazionale.
La conseguenza di quanto sta accadendo dalle Alpi alla Sicilia non è semplicemente la criminalizzazione della solidarietà. È anche l’intimidazione giudiziaria verso quanti si dovessero trovare nelle circostanze di dover salvare un bambino straniero tra le montagne o gli occupanti di un gommone alla deriva.
Per quanto ci riguarda, la questione arriva da molto lontano. Da una parte ecco la Francia che nel 2011 ha esportato la guerra in Libia e, con le sue conseguenze, ha indirettamente destabilizzato le economie del Sahara. Dall’altra c’è l’Italia, che per diciassette anni, da Berlusconi a Gentiloni, non è stata in grado di mettere in campo una politica estera capace di prevenire e gestire i fenomeni. Perfino la missione italiana in Niger, contro i trafficanti che portano migranti in Libia, non partirà nei tempi previsti: si scopre ora che è stata approvata senza il minimo, necessario via libera del governo africano (che, guarda caso, risponde direttamente a Parigi). Una beffa. Se proprio vogliamo fare un processo al nostro tempo, cominciamo dai nostri fallimenti. E che nessuno tocchi chi soccorre i bambini. 20/3/2018 


Fonte: repubblica commenti 

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