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La vita sta cambiando pelle

In una città di santi sociali così simile al suo stile

di Enzo Bianchi

Arriva a Torino e torna alle sue radici. Torna in quella città da cui il nonno Giovanni, astigiano di
Portacomaro, con la moglie Rosa e il figlio Mario ventenne, entrambi militanti dell’Azione
cattolica, partono nel 1928 per l’Argentina.
Partono lasciandosi alle spalle un’Italia già ammaliata dal fascismo. Ma quale Torino e quale
Piemonte ritrova il figlio di monferrini Bergoglio? E, in particolare, quale comunità ecclesiale lo
accoglie come padre e pastore della chiesa cattolica? Torino e la sua chiesa sono forse il luogo
geografico e spirituale che meno sentono come «venuto dalla fine del mondo» questo Papa
argentino: ne conoscono infatti le radici, il dialetto, la cultura legata alla terra e all’operosità,
l’attenzione agli ultimi, la sobria schiettezza.
Papa Francesco abbraccia una città tra le più secolarizzate d’Italia, fiera di una consolidata
mentalità industriale, avvezza a un approccio laico e civile alle problematiche sociali, fervente di
attività che la pongono come capitale culturale. Una città che ha conosciuto importanti flussi
migratori e le conseguenti difficili integrazioni, dapprima tra italiani di regioni diverse, poi tra
costoro e gli immigrati provenienti dal Maghreb, e più recentemente ancora, quelli arrivati dai paesi
dell’Europa dell’Est. Se l’Unità statale d’Italia è partita da Torino, potremmo dire che a Torino
esiste ormai da decenni un laboratorio per l’unità multietnica e multireligiosa della nostra società:
non sono tante le città che hanno creato e sostengono un «Comitato interfedi» - prezioso lascito
delle Olimpiadi - e che anche in questa stagione di rifiuto dello straniero non cedono alla demagogia
e continuano, anche come istituzioni civili, a predisporre spazi e studiare soluzioni per una pacifica
convivenza. Forse questo atteggiamento è uno dei frutti dell’esigua ma storica presenza di
minoranze come la comunità valdese e quella ebraica (quanti, perfino tra i torinesi, sanno che la
stessa Mole, divenuta simbolo della città, era stata progettata per essere una sinagoga?).
E, al cuore di questa città che ha fama di discrezione, laboriosità e ordine, ma anche di affettata
cortesia e di eccessiva ponderazione nell’intraprendere strade nuove, papa Francesco incontrerà una
Chiesa che non da oggi ha tratti e caratteristiche di profonda sintonia con lo stile e la sollecitudine
pastorale proprie del suo pontificato.
Basti pensare alla mai tramontata tradizione dei «santi sociali»: dalla cura innovativa e paterna di
don Bosco per i giovani delle famiglie più disagiate alla sollecitudine per gli «scarti» umani di cui si
è fatto carico il Cottolengo con la sua «Casa della Provvidenza», dall’amorevole assistenza del
Cafasso per quei carcerati considerati la feccia della società alla coraggiosa intraprendenza per
alleviare le sofferenze dei più poveri del tortonese don Orione. Ma anche la dimensione missionaria,
la sollecitudine per l’annuncio del Vangelo al di là di recinti e steccati, così indispensabile per la
Chiesa di ogni tempo e ogni luogo e così cara al ministero di Papa Francesco, trova a Torino una
presenza storica di assoluto rilievo come i missionari e le missionarie della Consolata che il
fondatore Allamano volle affidare alla Vergine venerata nel santuario posto al cuore non solo
topografico della città sabauda.
Storicamente più vicini a noi come dimenticare il domenicano albese Giuseppe Girotti che proprio a
Torino verrà arrestato per aver prestato soccorso a una famiglia ebrea e da lì condotto a Dachau
dove morirà al termine di una prigionia atroce ma di radiosa eloquenza? Anche di padre Michele
Pellegrino, indimenticato pastore della Chiesa di Torino negli anni dell’immediato post concilio,
restano oggi profonde tracce nel tessuto ecclesiale di Torino. La sua attenzione ai poveri, la sobrietà
della sua vita personale, la sua fame e sete di giustizia, la sua pratica quotidiana della misericordia
sono tratti che lo accomunano a papa Francesco così come il titolo, il metodo di stesura e il
contenuto della sua famosa lettera pastorale
Camminare insieme emergono oggi con una freschezza sorprendente e una sintonia palpabile
 con le parole e i gesti di papa Bergoglio.
Ma la Chiesa di Torino e del Piemonte è anche la porzione di Chiesa cattolica italiana che da
sempre si confronta - fino a centocinquant’anni fa purtroppo avremmo dovuto dire «si scontra» -
con la più antica minoranza cristiana non cattolica presente nel nostro Paese: la Chiesa evangelica
valdese. È segno grande della sollecitudine ecumenica di papa Francesco l’aver voluto inserire nel
programma delle sue due giornate torinesi la visita al Tempio valdese: è il fraterno abbraccio a
cristiani che hanno saputo restare saldi nella fede ricevuta dai padri e vivere con coerenza e
sacrificio la loro sequela all’unico Signore Gesù Cristo.
Unico dispiacere personale è il fatto che papa Francesco non riesca a visitare quella sua e mia terra
del Monferrato, quella terra che abbiamo imparato ad amare come «madre terra». Ma sostando in
preghiera davanti al Volto della Sindone - icona del Cristo morto e sepolto in attesa della
risurrezione e immagine di ogni essere umano vittima e sofferente in attesa della liberazione -
celebrando l’anniversario della nascita di san Giovanni Bosco, visitando i fratelli e le sorelle
valdesi, papa Francesco visita il cuore di una città in cui il Vangelo non ha cessato di risuonare e, al
contempo, visita quelle periferie dell’esistenza umana che la cura del buon pastore non ha mai
dimenticato.

fonte: “La Stampa” del 21 giugno 2015 

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