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La vita sta cambiando pelle

Battaglie e natura la poesia di Fattori

Grandi tele, disegni, bozzetti: alla Fondazione Magnani Rocca approda la maxi-retrospettiva per il centenario del pittore livornese

MARCO ROSCI

(lastampa.it) PARMA - Il mio maestro Paolo D'Ancona, reintegrato nel 1945 sulla cattedra milanese dopo il rifugio in Svizzera dove aveva tenuto lezione di storia dell'arte ai profughi italiani, trascorse gli ultimi anni di vita nella pensione di due sorelle ebree in Corso Sempione. Ricordo sulla parete della sua sala studio personale il grande Costumi livornesi del 1865, una delle opere di Fattori più severamente e classicamente ritmate fra le verticali centrali in primo piano delle due figure e degli alberi e la distensione in orizzontale della piana e del profilo delle colline dell'entroterra, nella sospensione di una cristallina luce meridiana. Già appartenuto a Banti e a Enrico Checcucci, pervenne poi alla collezione dell'amico Giacomo Jucker.

Il quadro, abbinato all'altro capolavoro coevo delle Acquaiole livornesi, alla minuscola tavoletta del bozzetto di quest'ultimo e al disegno e a due acqueforti di contadine del Museo Fattori di Livorno, è uno dei nuclei di più alta poesia della mostra che si è aperta venerdì alla Fondazione Magnani Rocca. Approda così a Mamiano, dopo la tappa iniziale di Livorno, la grande retrospettiva (sono esposte 234 opere, lì erano 288), realizzata in occasione del centenario del pittore. L'accompagna una nuova edizione del catalogo Silvana.

Il nucleo è esemplare sia della metodologia ordinativa della mostra da parte del curatore Andrea Baboni, forte della sua esperienza di studioso di Fattori incisore e del grande fondo di disegni del Museo Fattori, sia del fatto che l'esclusione di un gruppo di opere non ha tradito lo spirito di fondo del percorso, integrato fra dipinti, sfoltiti, e incisioni e disegni, tutti mantenuti. Questo spirito. fra tematico e cronologico, è lo stesso che aveva caratterizzato un decennio fa l'analoga rassegna di Baboni e Cortenova in Palazzo Forti a Verona, qui con una più articolata ripartizione in venti sezioni. Alla Fondazione esse scorrono dalle prime immagini di figura, private solo della «storica» Maria Stuarda e dei ritratti della prima moglie e della cognata, a quelle estreme del solitario e disilluso pittore («Entrai nel mondo amando e credendo: finirò scoraggiato e maledicendo»), dove la mancanza del «novecentesco» Sulla spiaggia (Giornata grigia) del Museo di Livorno, presente però in catalogo, è ben compensata da sei acqueforti di figure solitarie cupamente esistenziali ed espressioniste, la cui lunga eco è ben sensibile nel nuovo secolo da Lorenzo Viani fino a Bartolini.

D'altronde, sul finire della mostra, nella grande Campagna romana intorno al 1896, la stessa angosciata accentuazione espressionista impregna la massa plastica cupa e selvaggia del buttero a cavallo in primo piano, le forme aspre e angolose dei due buoi bianchi e del pagliaio smangiato bruno dietro di loro e lo sfacimento arruffato delle pennellate verdastre e giallastre del terreno, della sterpaglia, degli steccati frantumati: la stessa modalità di pennellata che nel coevo Boldini esalta il dinamismo «chic» della Belle Epoque è qui volta ad esprimere l'abbandono e lo sfacimento della natura sotto un grande cielo grigio. Pur con la limitata presenza dei quadri maggiori (oltre alle due tele livornesi i Buoi bianchi al carro già Malesci, prototipo della grande tela di Palazzo Pitti dipinta a Castiglioncello, la Battaglia della Sforzesca del 1880,il Carro rosso della Pinacoteca di Forlì), le lunghe sequenze dei formati piccoli e medi di dipinti, disegni, incisioni lungo le pareti, spesso in doppia fila, evocano le modalità espositive con cui Fattori si confrontò ai suoi tempi.

D'altra parte esse si integrano ottimamente con la casa, con splendidi arredi neoclassici, di un grande collezionista che spaziava da Durer a Goya, da Cèzanne a Morandi. Questa modalità di presentazione non si perita di esporre fotoriproduzioni a colori ridotte dei grandi quadri per potervi accostare i disegni, stupendi di nettezza grafica, delle singole figure di quel formidabile montatore di immagini che fu Fattori lungo tutta la vita. In questo modo è possibile scoprire che vi è assoluta intatta coerenza fra i fogli a matita e sanguigna per il Campo italiano durante la battaglia di Magenta del 1860 e della Carica a Montebello del 1862 e quelli disegnati nel 1882 alla «Marsiliana» del Principe Corsini e impiegati per la Marcatura dei puledri in Maremma, Mandrie maremmane e Butteri e mandrie in Maremma.

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